Intorno al Monte Carpegna

L’ultimo sabato di Febbraio alle 11 del mattino partiamo in auto da Savignano sul Rubicone, avendo in programma il giro del Monte Carpegna. E’ un itinerario classico delle vecchie guide rosse, che al suo interno dovrebbe includere anche San Leo. Ma noi faremo prima una divagazione a Talamello e poi un taglio, dal fondovalle del fiume Marecchia a Montecopiolo, lungo la strada di Soanne. Ci dirigiamo subito verso le colline lungo la viabilità secondaria.

A Ponte Verrucchio vediamo il greto del fiume Marecchia scavato in profondità come un torrente di montagna, a causa del cedimento della briglia che lo conteneva. Anche il ponte ne è interessato (a causa di un movimento franoso correlato) e lo si percorre in auto a senso unico alternato. Lasciamo il fondovalle per salire nel piccolo centro di Talamello. Parcheggiamo in piazza, accanto all’ingresso della trattoria Ambra, dove verso l’una pranziamo con qualche specialità:  gnocchetti al tartufo, carni e crostini misti. Ma prima abbiamo tutto il tempo per entrare nella chiesa-santuario di san Lorenzo, e vedere il famoso crocefisso ligneo trecentesco che fu attribuito a Giotto e a Giovanni da Rimini, mentre ora si tende ad ascriverlo genericamente alla “scuola riminese trecentesca”.

E’ intatto anche nei riquadri di contorno e tutto sommato in buono stato di conservazione, con qualche lacuna del colore. Il cristo è piuttosto chiaro, meno tormentato di altri crocifissi coevi a Urbania e a Mercatello. Il santuario di Talamello è un luogo di culto frequentato dai fedeli anche nei giorni feriali. Nella cappella del Sacramento si staglia una copia fotografica del crocefisso, che si vede da vicino meglio dell’originale che è appeso in alto nell’abside principale. Usciti dalla chiesa, attraversiamo il paese per dirigerci verso la cappella del cimitero che conserva all’interno i noti affreschi di Antonio Alberti da Ferrara: un cancello impedisce l’ingresso alla cella, ma il portone di legno si apre ad una leggera pressione delle mani, consentendo un colpo d’occhio sull’annunciazione dipinta nella parete di fondo e sugli evangelisti nella volta a crociera.

Torniamo in piazza indugiando nelle vecchia viabilità stretta fra il borgo e il pendio dove sembra d’essere tornati indietro di settant’anni. Dopo pranzo riprendiamo l’auto per risalire ancora un po’ la Val Marecchia fino al bivio per Maciano, dove comincia la strada per Soanne e Montecopiolo. Prima del bivio dove la strada sembra tornare indietro, di lontano scorgiamo la lunetta di Santa Maria di Antico, con la madonna della misericordia scolpita nella pietra. Non ci fermiamo qui, ma una sosta la facciamo nei pressi del convento di Santa Maria dell’Oliva, poco prima di Maciano, dove i lavori di un cantiere non permettono di avvicinarsi all’abside, ma lasciano libero il bel prato davanti.

Scendiamo dall’auto per vedere da vicino il rosone ed il portale rinascimentale in pietra serena che reca incisa la data 1528, ma l’ingresso della chiesa è sigillato, come daltr’onde il chiostro, dove nessuno risponde al campanello. Ripartiamo e senza altre soste raggiungiamo Montecopiolo, sulla strada che risale il pendio e si allarga nelle ampie curve di un ambiente alpestre, in apparenza più alto dei mille metri effettivi di quota. Attraversiamo ma non ci fermiamo nel piccolo centro deserto di Soanne. A Montecopiolo parcheggiamo accanto alle casette di un bel quartiere di villeggiatura e percorriamo a piedi l’ultimo tratto di strada asfaltata fino ai resti del borgo e del castello, affacciato su un panorama mozzafiato, amplissimo verso l’Appennino centrale.

In lontananza vediamo stagliarsi i profili del Monte Nerone, del Catria e del Monte della Strega, fino al Conero e al Monte San Vicino. Nuvole offuscano l’orizzonte più lontano dove si sarebbero potuti scorgere i Sibillini. Camminiamo qua e là, commentando gli scarsi resti del villaggio e del castello, che sono sigillati da un recinto inespugnabile. Divaghiamo in osservazioni botaniche sulle piante e sui consorzi fra vegetali e insetti seguendo l’occhio del naturalista. Da Montecopiolo proseguiamo poi lungo la strada che cinge ad est il Carpegna lasciando a sinistra le diramazioni per Monte Cerignone e Macerata Feltria.

La sosta successiva è a Pietrarubbia, antica borgata di sasso dispersa in un pendio di rocce fantastiche tinte di rosso, che giustificano il nome della località, in un ampio orizzonte coronato a nord dalla cima del Carpegna. Il cielo cupo è percorso da nuvole mobilissime che liberano quasi per caso la luce orizzontale del sole ormai al tramonto. Proseguiamo il giro in senso orario, fiancheggiando la grande montagna di cui percepiamo ormai il respiro, come se fosse una creatura vivente. Alla nostra sinistra vediamo i resti del castello di Pietrarubbia e la vicina formazione rocciosa a forma di dito, un altro castello della natura.

Ormai alle porte del centro abitato che dà il nome al monte, deviamo verso Frontino, per fare una sosta nella pieve di Carpegna al tramonto. La chiesa è aperta, ma assolutamente buia, con una luce artificiale che illumina la piccola abside romanica, in fondo a quel che resta di una navata laterale. Le absidi sono la parte più antica della pieve, insieme al campanile, e mostrano tracce di decorazione romanica negli archetti stilizzati sotto il cornicione esterno. Ci fermiamo ad osservarle all’aperto, nel prato dietro la pieve, mentre il cielo si scurisce.

L’odore dell’incenso arriva fin qui: i monaci devono aver appena celebrato la messa nella loro cappella riservata. Ripartiamo dopo aver notato anche la macina da guado sulla quale è piantata la croce metallica, nel piazzale antistante la pieve, ma ci fermiamo di nuovo dopo pochi chilometri, davanti al grande Palazzo seicentesco dei Conti nel cuore del piccolo centro abitato di Carpegna: un luogo di fantasmi già da fuori, che fa supporre ambienti ancor più fantasmagorici al di là delle innumerevoli finestre chiuse, dove si intrecciano conservazione e degrado, lusso antico e decadenza.

E’ ormai sera ed è ora di rientrare a casa. Senza altre soste risaliamo il valico della Cantoniera e scendiamo verso Pennabilli in una Val Marecchia segnata dalle luci artificiali dei lampioni e dei centri abitati in lontananza.

(Lorenzo Aldini, 29.02.20. A Talamello con Eddi Bisulli, Paolo Branzaglia, Michelangelo Monti. Intorno al Carpegna anche con Massimo Riva)

20200229_154357

Gli scavi di Suasa e il museo di Castelleone

Fa ancora caldo l’ultimo sabato d’ottobre, quando andiamo finalmente a vedere gli scavi archeologici di Suasa e il museo di Castelleone, che raccoglie l’eredità del centro antico. Arriviamo alle tre del pomeriggio nei pressi del parco archeologico dove due addette del Consorzio Suasa attendono i visitatori all’aperto, sotto un sole pallido che conserva ancora un sapore estivo. La biglietteria è temporaneamente allestita sul lato settentrionale degli scavi, in attesa dei lavori di ristrutturazione del casale che vediamo in lontananza fra gli alberi, di là dal recinto meridionale.

Prima di entrare nella Domus dei Coiedi, la guida ci accompagna attraverso la storia del centro antico di Suasa, che sorse nella valle del fiume Cesano dopo la battaglia del Sentino e fu prefettura romana prima di diventare municipio nel primo secolo avanti Cristo. Le evidenze archeologiche non hanno finora restituito tracce significative di edifici pubblici né di templi imperiali. I due tempietti d’età repubblicana, di cui restano i basamenti in prossimità dell’ingresso dove siamo entrati, risultano riassorbiti dalla successiva edilizia del foro d’età imperiale.

L’area ancora da esplorare può riservare altre scoperte, come dimostrano le tracce di un tempio affiorate di recente durante i lavori di ristrutturazione del casale deĺla nuova biglietteria. Il vasto terrazzo fluviale a est del fiume Cesano è attraversato da un bel tratto di strada basolata, in linea col tracciato della strada moderna deviata verso il fiume per far posto agli scavi. Il ripiano erboso è segnato dai muri perimetrali del grande foro rettangolare, affacciato sulla strada e porticato sui restanti tre lati. Dei muri del foro restano le fondazioni, ma i disegni ricostruttivi permettono di immaginare com’era.

Sull’altro lato della strada una vasta copertura metallica protegge la Domus dei Coiedi. La storia di questa grande abitazione urbana, la quale occupava un vasto settore centrale della città antica, racconta le vicende di Suasa dal primo sviluppo commerciale delle case prospicienti il foro, al grande accorpamento realizzato dai Coiedi, funzionari imperiali divenuti quasi padroni della città fra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, fino alla crisi del terzo secolo e alla successiva timida ripresa del secolo successivo, quando la grande domus venne frazionata, in parte abbandonata, in parte riutilizzata come taberna. Gli scavi avviati trent’anni fa dall’università di Bologna hanno esplorato anche la stratigrafia tardo-antica delle fasi di abbandono, da cui è emersa la presenza di bivacchi occasionali nei vani della domus affacciati sulla strada.

Il pavimento a mattonelle esagonali, caratteristico della più antica fase edilizia d’età repubblicana, appare maggiormente deteriorato (quasi frantumato) nell’atrio che si affaccia sulla strada, che maggiormente ha subito i riutilizzi successivi, mentre i pavimenti di marmo ed i mosaici più belli – divenuti simbolo turistico della domus dei Coiedi – si sono conservati quasi intatti, tutt’al più deformati dalla subsidenza, in stanze lontane dalla via di traffico, inutilizzate dopo l’abbandono della città.

Questi pavimenti musivi offrono un repertorio in parte geometrico, in parte figurato, di grande raffinatezza, giocato sui toni di grigio e di rosa in poche varianti cromatiche che movimentano il disegno con spunti illusionistici. L’aspetto decorativo prevale quasi sempre sulle figure, allusive di miti, di maschere e di dei, alle quali è riservata una posizione al centro delle stanze. Le tracce di restauri approssimativi con tessere di reimpiego affiorano un po’ ovunque e testimoniano la lunga vita (e la lunga fase di decadenza) della domus.

Un grande pavimento in opus sectile rompe l’omogeneità del tessuto musivo e forse testimonia un rifacimento successivo al primo impianto d’età imperiale, mentre l’unico mosaico veramente policromo, a soggetto marino, risale ad un rifacimento di terzo secolo, realizzato dopo il frazionamento della domus e riferibile probabilmente ad una corporazione di mercanti di sale.

Le diverse fasi costruttive non sono sempre facili da decifrare nell’intrico dei muri che separano i vani d’epoca diversa, costruiti a quote differenti. Soglie, gradini, corridoi di servizio rendono la disposizione degli ambienti piuttosto simile ad un labirinto, per cui gli archeologi continuano a fare supposizioni senza trovare certezze. Fra le pareti sussistono tracce di muri più poveri, realizzati fin dall’origine in terra battuta e intonacati.

Terminata la visita della domus dei Coiedi, proseguiamo l’itinerario degli scavi senza scostarci troppo dai sentieri segnalati, per evitare d’essere richiamati dal capo archeologo che ci sta osservando da lontano. Il percorso turistico è ancora in fase di allestimento, ma consente di avere un’idea abbastanza completa dei principali ritrovamenti. Notiamo il mosaico con la cinta muraria, nella casa d’età repubblicana che si estende lunga e stretta, adiacente alla domus dei Coiedi. La tettoia che la ricopre è un’opera poderosa costruita in anni recenti, mentre il lungo corridoio di cemento ha un impatto forse eccessivo, di cui il patrimonio archeologico avrebbe volentieri fatto a meno.

Terminata la visita dell’area del foro, prima di raggiungere il museo di Castelleone risaliamo di poco il pendio in direzione dell’anfiteatro, mentre il sole comincia a declinare. Fino al 1988 l’anfiteatro costituiva l’unico monumento di Suasa: senza interventi di valorizzazione turistica, il perimetro ellittico di queste rovine emergeva fra gli alberi, i campi ed i pascoli in paesaggio affascinante, degno degli antichi viaggiatori del Grand Tour. I colori del tramonto autunnale restituiscono a questo paesaggio il sapore di un viaggio nel tempo fra rovine e querce secolari. La cavea liberata dalla terra definisce un’area ellittica dove d’estate si svolgono spettacoli teatrali.

Non sarebbe consentito, ma il capo archeologo ci invita a raggiungerlo fra le rovine dell’anfiteatro dove sta effettuando alcuni lavori di manutenzione. Dice che questo monumento risale all’inizio del primo secolo dopo Cristo e risulta in gran parte scavato nel pendio. Mancano deambulatori sotterranei e decorazioni nel perimetro esterno, ma due corridoi immettono longitudinalmente nell’arena, mentre altre gallerie trasversali permettevano in origine l’accesso alle gradinate. La struttura complessiva è vasta ed essenziale: l’asse maggiore misura 99 metri, il minore 77.

Su una strada ripida e stretta che dall’anfiteatro risale il pendio raggiungiamo in auto Castelleone di Suasa. Il paese è molto animato di sabato, più di quanto ci si aspetterebbe da un’anagrafe di milleseicento abitanti. Lasciamo l’auto in sosta accanto ai portici del corso principale e raggiungiamo a piedi il bel Palazzo della Rovere che ospita il museo archeologico degli scavi di Suasa. Entrati nel piccolo cortile tardo cinquecentesco ci troviamo a passeggiare circondati da fregi di marmo, rilievi, steli e sculture dell’antica città romana, ordinate lungo il perimetro del cortile e sotto il portico d’ingresso.

Una rampa di gradini conduce al piano superiore, passando da un balcone porticato che anima dall’alto la bella architettura del cortile. Una lapide infissa alla parete del pianerottolo rievoca l’inizio delle ricerche della città antica ad opera di eruditi del XVI secolo. Nelle sale del piano nobile disposte su tre lati del cortile, il museo raccoglie i frutti delle campagne archeologiche condotte a Suasa a più riprese dalla fine degli anni Ottanta del Novecento: è il naturale completamento della visita degli scavi ed offre un saggio degli utensili e delle decorazioni rinvenute soprattutto nell’area della domus dei Coiedi.

La prima sala espone alle pareti gli straordinari intonaci dipinti, ricomposti con un paziente lavoro di restauro, che decoravano le pareti delle stesse domus di cui abbiamo visto i mosaici nell’area archeologica. Accanto ai frammenti scultorei più celebri, nelle sale successive troviamo ceramiche e strumenti relativi alle diverse fasi di sviluppo della città romana, con un apparato didascalico che connette i vari manufatti alle rotte commerciali ed ai centri di produzione.

Nella sala d’angolo, che raccoglie i reperti più antichi della fase d’età repubblicana, stupisce la vera del pozzo in terracotta. Qui troviamo interessante anche la descrizione dei capitelli corinzi-italici del secondo secolo dopo cristo. Le sale successive sono dedicate alle fasi più recenti della storia romana. L’allestimento delle vetrine è ovunque chiaro, nè troppo carico, nè troppo scarno. I reperti sono sempre in relazione con i pannelli didascalici, dettagliati ma leggibili, ed arricchiti da disegni che aiutano a visualizzare i contenuti. E’ evidente il miglioramento dell’esposizione rispetto a qualche anno fa.

Mentre osserviamo il plastico ricostruttivo dell’anfiteatro, alle nostre spalle ricompare il capo archeologo di ritorno dagli impegni del pomeriggio, il quale ci accompagna volentieri attraverso le ultime sale del museo, dove sono in mostra le singolari urne cinerarie con funzione di cippo, ritrovamenti fra i più significativi delle necropoli suburbane di Suasa. Altre iscrizioni ben conservate consentono di ricostruire le dimensioni di un recinto funerario. Le ultimissime sale del museo espongono i resti di altri siti archeologici più antichi ed ampliano la prospettiva verso la preistoria. Prima di congedarci, abbiamo infine l’opportunità di entrare nel laboratorio annesso al museo, dove sono in corso i restauri del corredo funerario del principe guerriero di Corinaldo trovato nel 2018. Di solito non è consentito al pubblico, ma la porta del laboratorio si apre grazie al rapporto di stima professionale che lega il capo archeologo del consorzio Suasa ad uno di noi. Dopo aver ricordato le campagne di scavo estive a Suasa negli anni dell’Università, ci congediamo con un pizzico di nostalgia per la magia di quei tempi e per le suggestioni che questo bel pomeriggio d’ottobre è riuscito a rievocare. Prima di rientrare a casa in autostrada di sera tardi, prolunghiamo la conversazione a cena nel ristorante 7 archi di Mondolfo, fra gli assaggi di un ottimo menù di pesce.

(Lorenzo Aldini, 26.10.19. A Suasa con Paolo Branzaglia, Giovanni Manucci, Michelangelo Monti e con la straordinaria apparizione del capo archeologo Mirco Zaccaria)

20191026_172341

Antichità nell’alta valle del fiume Foglia

L’ultimo sabato di vacanza approfittiamo del cielo sereno per salire il valico di Montecopiolo e ridiscendere nell’alta valle del fiume Foglia, per vedere i resti romani di Macerata Feltria e di Sestino. Nella prima delle due località arriviamo alle dieci del mattino e dopo il solito caffè di rito in piazza facciamo visita alla vicina chiesa di San Michele, che custodisce il celebre crocefisso tardo gotico di Carlo da Camerino firmato e datato 1396. L’iconografia del Cristo qui si rifà alla precedente tradizione riminese ma la rielabora in modo più movimentato ed espressivo, preludio del primo rinascimento adriatico.

Per entrare nel museo archeologico ci rivolgiamo ai ragazzi della Pro Loco che fino a metà settembre presidiano di sabato l’ufficio turistico di Macerata Feltria. Accompagnati da un giovane silenzioso saliamo lentamente la via che supera il torrente Apsa e conduce al palazzo del podestà, in posizione eminente fra l’arco di accesso al borgo e la torre antica che lo sovrasta nel punto più alto. Dal 1995 il museo archeologico è ospitato in otto sale di questo palazzo che dedica ampio spazio alla città romana di Pitinum Pisaurense, situata alle porte dell’attuale centro di Macerata Feltria, nel terrazzo fluviale dov’è anche la pieve di San Cassiano.

L’itinerario di visita del museo prende avvio con una ricca esposizione preistorica di pietre scheggiate paleolitiche e neolitiche raccolte in superficie da collezionisti che ne hanno fatto dono al museo con intenti sia didattici che di conservazione. Le vetrine sembrano un po’ datate ma l’allestimento è molto chiaro ed offre un bel catalogo della produzione di utensili preistorici, avendo come riferimento topografico il territorio del Montefeltro dalla valle del Foglia fino a San Leo.

Anche le sezioni relative all’età del bronzo e del ferro danno l’idea di quanto sia stata capillare e continuativa la frequentazione di questo territorio ancor prima dell’arrivo dei romani. Le sale successive dedicate alla colonizzazione romana offrono un bella raccolta di manufatti rinvenuti nell’area dell’antica città di Pitinum Pisaurense.

Troviamo qui alcune iscrizioni simili ad altre esposte nel museo di Urbino, vasellame e oggetti in vetro, frammenti di intonaco e notevoli decorazioni architettoniche (molte in terracotta, alcune in marmo) riferibili all’età repubblicana o alla successiva età augustea, quando Pitinum Pisaurense come altri municipi della Sesta regione andò incontro ad importanti opere di rinnovamento.

La raccolta archeologica propone anche una ricca sezione medievale e moderna che espone un bel campionario di ceramica in un paio di sale già utilizzate come carcere e che conservano le basse porte di accesso alle celle. Terminata la visita a mezzogiorno, il giovane silenzioso ci accompagna verso la sezione paleontologica ospitata nella torre civica che raggiungiamo a piedi proseguendo in salita la via del centro storico. Nonostante i lodevoli intenti didattici che hanno permesso di allestire in modo chiaro e didascalico le collezioni di Arnaldo e Gino Rinaldi nei piani interni della torre, l’aria di chiuso dimostra l’inconsistenza del pubblico estivo, senza le scolaresche che di tanto in tanto nella stagione fredda vengono ad animare le raccolte. La collezione Rinaldi è importante perché riguarda questo territorio e rispecchia l’azione di un collezionista raccoglitore nell’arco di un’intera vita.

Allo scoccare del mezzodì sentiamo i rintocchi della campana inaccessibile nel piano più alto della torre. Senza poter ammirare il vasto panorama visibile di lassù, ci congediamo dal giovane silenzioso che nel frattempo si è fatto raggiungere da una giovane fidanzata, materializzata come per incanto fra le vecchie mura del borgo. Torniamo a valle nella parte nuova dell’abitato passando davanti alla facciata gotica della chiesa di San Francesco, trasformata in abitazione, per la quale Carlo da Camerino aveva dipinto il famoso crocefisso del 1396. Di nuovo al parcheggio, ripartiamo in automobile per vedere il sito dell’antica Pitinum, un chilometro a monte del centro moderno. L’area pianeggiante del terrazzo fluviale è segnalata da cartelli turistici, ma poco resta da vedere sotto le tettoie ingombranti che proteggono basse murature in sasso. Raggiungiamo la pieve di San Cassiano intorno alla quale sussistono resti significativi di basolati stradali sotto imponenti tettoie contemporanee, forse eccessive per l’esiguità dei resti che proteggono.

La chiesa non è aperta e non ci resta che cogliere un’impressione del vetusto edificio girando attorno ai muri esterni e leggendone la mappa in una grande pannello didascalico allestito nel piazzale antistante. In cerca di un ristorante dove fermarci a pranzo ci dirigiamo verso l’alta valle del fiume Foglia ma, prima di allontanarci, in via Battelli a Macerata Feltria rintracciamo quasi per caso il palazzo Antimi Clari, che appartenne ai primi collezionisti di antichità classiche di Pitinum e conserva ancora qualche cimelio romano murato nell’androne d’ingresso (probabilmente qualcosa anche ai piani superiori).

Diretti a Sestino troviamo a metà strada un bar-ristorante a Piandimeleto, adatto alle nostre esigenze, dove sostiamo per un pranzo veloce indugiando tuttavia su un dolce tipico chiamato bustrengo. Ripartiamo senza perdere tempo perché alle tre del pomeriggio abbiamo appuntamento con il signor Luciano che ci deve accompagnare in visita nelle raccolte archeologiche di Sestino, singolare municipio romano d’altura, defilato dalle principali vie di traffico ma al centro di una fitta rete di scambi ai piedi di crinali boscosi. La presenza di una raffinata classe di notabili della prima età imperiale è documentata dai numerosi cippi iscritti nella pietra calcare e dall’apparato scultoreo di marmi pregiatissimi, che sarebbero sorprendenti anche in una grande città.

La posizione marginale del municipio può aver aiutato la conservazione di questo materiale, franato ed occultato lungo i pendii di Sestino negli anni della crisi tardo-antica. Il signor Luciano ci accoglie col gilé giallo fluorescente della Misericordia di cui è volontario, dedicandoci tutto il tempo necessario per la mostra permanente del centro visite, dove vediamo la riproduzione della grande moneta etrusca rettangolare ed il noto glirario, grande vaso di terracotta utilizzato dai Romani per l’allevamento dei ghiri. Usciti all’esterno, nell’edificio retrostante, l’ultimo ad essere stato allestito all’inizio degli anni duemila, scopriamo l’apparato scultoreo: frammenti cospicui di divinità, fra cui la sorprendente Venere di marmo lunense, ritratti a tutto tondo di notabili del luogo che decoravano monumenti funerari.

Infine al centro della sala vediamo l’ormai celebre tempietto circolare ricomposto coi marmi ritrovati nei terreni scoscesi di Sestino e interpretato come edicola di un sepolcro d’età augustea. L’allestimento molto curato offre prospettive di forte suggestione. Ma tutto questo interesse verso i marmi distoglie l’attenzione dagli oggetti d’uso comune (come il vasellame) che nel museo di Sestino non trovano adeguato spazio espositivo. Proseguiamo la visita passando infine nell’edificio del vecchio antiquarium, accanto alla pieve, dove tutt’ora è sistemata la ricchissima collezione di cippi e di lapidi d’età romana imperiale, per le quali Sestino divenne un centro di primo piano per gli studiosi di epigrafia classica fin dagli esordi di questa disciplina.

Visitare in successione i tre edifici che raccolgono l’eredità archeologica di Sestino significa salire gradualmente verso la pieve medievale, sorta nel luogo dell’antica curia romana. Terminiamo la visita all’interno della chiesa, dove nell’abside è appeso un bel crocefisso gotico di scuola riminese riferito alla metà del trecento, cioè ad un’epoca intermedia fra gli esordi di questa scuola e gli sviluppi successivi d’età tardogotica, di cui resta ignoto l’autore. Altre opere d’arte decorano gli altari laterali, ma non ci soffermiamo su di esse. Scendiamo invece nella cripta che ci viene presentata come d’antichissima origine, addirittura altomedievale, con le volte a botte ancora intatte intersecate con maestria, ed un capitello inciso rozzamente in cima all’unica colonna al centro dell’abside.

Salutiamo il signor Luciano un po’ di fretta poco dopo le cinque del pomeriggio. Per rientrare in Romagna prendiamo una via diversa da quella dell’andata: facciamo un altro viaggio nel paesaggio, passando dal Sasso di Simone e da Sant’Agata Feltria, arrivando infine a Sarsina, come a voler congiungere idealmente nell’itinerario automobilistico i due municipi romani appenninici a noi più vicini -Sarsina e Sestino – entrambi carichi di rare memorie romane incise nella pietra.

(Lorenzo Aldini, 14 settembre 2019. A Macerata Feltria e a Sestino con Paolo Branzaglia, Giovanni Manucci, Michelangelo Monti)

Version 2

Culti antichi e recenti in Casentino

Bibbiena è un centro piccolo e accogliente, facile da raggiungere anche in automobile dopo le curve e il traffico della periferia, sulla strada che scende dai Mandrioli e poi risale di poco, fino alle mura rotondeggianti che cingono il poggio. Percorriamo in auto via Dovizi e poi a sinistra costeggiamo il palazzo comunale, chiuso da impalcature di lavori in corso, finché troviamo parcheggio sotto le possenti mura di Sant’Ippolito, che si affaccia in alto sopra di noi, su quelli che erano gli antichi spalti del castello. Percorriamo una ripida scala che porta davanti alla chiesa, raggiungendo poi piazza Tarlati dove sostiamo per un caffè sotto i portici, coi segni del castello evidenti nell’alta torre angolare.

 

Siamo a Bibbiena per vedere il museo archeologico del Casentino, ma prima di tuffarci nell’archeologia dedichiamo qualche minuto alle opere d’arte della chiesa di Sant’Ippolito, restaurata in modo esemplare nel 2016, come dice l’iscrizione ai piedi del presbiterio. La navata all’incrocio con il transetto è valorizzata da quattro archi ribassati, che allontanano l’edificio dalla percezione slanciata dell’arte gotica. Gli intonaci imbiancati di fresco fanno risaltare le opere d’arte sistemate come in una piccola pinacoteca. Sulla parete di fondo il polittico tardogotico di Bicci di Lorenzo (1435) brilla con le immagini dei santi ed altre storie vivaci entro cornici probabilmente intatte.

 

Sotto una teca nella parete destra della navata risalta il frammento centrale di un’altra tavola tardogotica, una madonna col bambino di Arcangelo di Cola da Camerino, affiancata da un’interessante croce dipinta trecentesca. Affreschi quattro-cinquecenteschi sono in evidenza entro nicchie ogivali nella parete sinistra della navata, mentre a destra nel transetto notiamo la bella madonna lignea duecentesca, con il bambino pure di legno ma rifatto in sostituzione dell’originale trafugato qualche decennio fa.

 

Di nuovo all’aperto, scendiamo la stessa scala da cui eravamo saliti e senza fretta percorriamo la strada che costeggia ad angolo il muro di sostegno della chiesa, dove si notano diverse fasi costruttive e l’aggiunta di contrafforti. Tornando indietro passiamo davanti all’oratorio di San Francesco e senza entrare diamo un’occhiata al ricco arredo settecentesco, visibile attraverso la vetrata all’ingresso, raggiungendo poi il museo, intralciato dai lavori in corso nell’adiacente palazzo comunale. Dal cortile passiamo alla biglietteria, dove ci accoglie una giovane addetta molto gentile e premurosa, che illustra l’offerta turistica.

 

Nella sezione didattica della preistoria -accanto ai fossili di denti e zanne pleistocenici- il paleolitico ed il neolitico sono indagati per mezzo di pietre lavorate che offrono evidenze continuative di insediamenti preistorici nelle alture fra l’Arno e l’Archiano, con la probabile presenza di un lago nella pianura alluvionale alla confluenza di questi corsi d’acqua. Mancano testimonianze della prima età dei metalli, mentre l’età del ferro è rappresentata dalle ceramiche di fattorie rustiche, che con il lusso etrusco condividono solo qualche rara suppellettile.

 

Al centro del museo troviamo le sale dedicate ai culti preromani, con alcuni resti del tempio di Socana e le statuette del Lago degli Idoli. Le vetrine con gli idoli di bronzo sono la vera attrazione turistica di questo museo: statuette alte non più di dieci centimetri, modellate in modo sommario ma espressivo, con le braccia larghe e le gambe  divaricate.

 

Neppure le statuette meglio rifinite esibiscono l’immagine tipica dell’offerente etrusco, bensì forme sinuose e arcaiche, all’incrocio di diverse tradizioni italiche. Più che un luogo di transito, questo laghetto sul monte Falterona doveva essere una meta di pellegrinaggio per ringraziare o chiedere grazia. Nella tradizione dei secoli successivi gli oggetti magici di questo culto si sarebbero chiamati ex-voto.

 

Le ultime due sale del museo raccolgono i resti di una villa romana scoperta nei pressi di Stia e rozzi bassorilievi medievali tratti dalle pievi del Casentino, commentati da un gran numero di pannelli didascalici fittissimi e da altri oggetti didattici. In relazione alla storia romana e medievale il museo perde la connotazione topografica e non manifesta la stessa chiarezza espositiva che sa proporre per le epoche precedenti.

 

Ultimata questa visita, prima di pranzo risaliamo via Dovizi fino alla chiesa di San Lorenzo, piuttosto buia anche nelle ore centrali della giornata, dove nelle prime cappelle laterali accanto al presbiterio, sotto luci che si accendono automaticamente prendono vita due belle robbiane invetriate: un compianto e una natività attribuite a Luca il giovane.  Dalla via centrale torniamo in breve a Piazza Tarlati, dove ci accomodiamo a pranzo nei tavolini all’aperto del bar Podestà, per mangiare ottimi antipasti, ribollita e pici. Di pomeriggio usciamo da Bibbiena diretti a Rassina e a Socana, dov’è la pieve edificata sui resti del santuario etrusco del quinto secolo avanti Cristo.

 

Qui nell’antichità doveva esserci un luogo di scambi commerciali al centro della valle casentinese. Non è possibile vedere l’interno della pieve, ma l’area archeologica retrostante è un luogo di grande fascino, che lascia ben immaginare la sedimentazione architettonica del tempio etrusco, della prima chiesa alto medievale e della successiva costruzione romanica che incombe come uno splendido volume architettonico insieme al campanile cilindrico ed esagonale. Il parco archeologico esibisce al centro la grande ara etrusca in ottimo stato di conservazione, sagomata con profonde gole secondo lo stile delle decorazioni architettoniche italiche pre-romane.

 

Da Socana saliamo poi fino a Castel Focognano, per assaporare il silenzio di un borgo d’altura cinto da antiche mura, su un poggio sospeso fra la valle casentinese e l’alta magia del Pratomagno. Qui ritrovo quasi per caso la piccola loggia del vecchio comune, con il forno per la panificazione e gli stemmi antichi alle pareti, come l’avevo vista trent’anni fa. Tornati in auto nei pressi di Bibbiena, deviamo verso il convento di Santa Maria del Sasso, dove nella luce calda del pomeriggio troviamo aperta la porta della chiesa ed anche l’ingresso del chiostro, notevole esempio di architettura rinascimentale.

 

La storia di questo Santuario rimanda ad una committenza domenicana fiorentina, sostenuta dal governo di Lorenzo de Medici e poi da Savonarola, del quale in chiesa troviamo raffigurato il volto dipinto. La forma semplice della facciata si integra armoniosamente con gli altri edifici del complesso, disposti in discesa nel declivio verso il torrente. Nel silenzio luminoso del chiostro, l’intonaco bianco incornicia su quattro lati le lunette di un ciclo votivo settecentesco, molto espressivo, didascalico, quasi fumettistico, come un catalogo dei miracoli di cui si è resa artefice la Madonna del Sasso: scampate alluvioni, guarigioni da ferite profonde o da cadute rovinose, per le quali la comunità monastica sembra rivendicare un ruolo di mediazione.

 

L’interno del Santuario è un complesso di quattro ambienti disposti su due piani: la chiesa principale esibisce all’incrocio dell’unica navata col transetto un leggiadro tempietto rinascimentale percorso da uno bel fregio robbiano. Nella penombra del transetto si intravvede una complessa tela di Jacopo Ligozzi. Da una porta retrostante è visibile il coro della clausura, con stalli cinquecenteschi e una grande tavola di fra Paolino da Pistoia, pittore domenicano che dipinse anche un’altra opera collocata nella parete sinistra della chiesa, di fronte ad una terracotta invetriata di Sante Buglioni (con una scena del Battista).

 

Una madonna affrescata da Bicci di Lorenzo è solo la prima delle immagini miracolose, salita agli onori degli altari per essersi salvata dall’incendio della prima chiesetta quattrocentesca e poi ricollocata al centro del nuovo edificio rinascimentale. Un’altra immagine ancor più miracolosa è la statua lignea della Madonna del Buio, nella cripta sottostante: miracolosa per i due ritorni a piedi dal centro di Bibbiena al Santuario, di notte, nell’anno 1522. Del movente che ispirò queste effigi, resta la storia di una bambina che vide la madonna (e una colomba) la vigilia di san Giovanni del 1347, presagio della peste dell’anno successivo, da cui Bibbiena rimase indenne.

 

Scendiamo infine al torrente per trovare la prospettiva da cui la bambina vide l’apparizione. Dal basso fra gli alberi di un bosco il Santuario appare più rustico, ma ancor più monumentale. Sulla via del ritorno percorriamo a ritroso la strada del passo dei Mandrioli, facendo un’ultima sosta al fresco di Badia Prataglia, per vedere la cripta medievale della pieve e per indugiare nello splendido arboreto della Forestale, dove il pezzo forte è una sequoia secolare. La discesa in Romagna è l’ultima attrazione della giornata, fra le curve della strada postale ottocentesca che taglia con un piano inclinato regolarissimo la sedimentazione marnoso-arenacea delle Scalacce.

(Lorenzo Aldini, 31 Luglio 2019. In Casentino con Eddy Bisulli, Paolo Branzaglia, Michelangelo e Lorenzo Monti, Massimo Riva)

20190731_114237 (2)

 

Sulle tracce di due papi marchigiani

E’ una giornata estiva luminosa ma non torrida, quando partiamo in automobile per raggiungere Senigallia e la gola di Frasassi. Della città di Senigallia non ho un’opinione eccelsa, forse a causa di vecchi amici nati qui che non ne parlavano con entusiasmo, ma vedendola nella luce abbacinante di luglio scopro spazi ampi, angoli ben tenuti e una sobria edilizia sette-ottocentesca senza brutte intromissioni della modernità più recente. A piedi arriviamo nella vasta piazza del duomo, di forma rigorosamente rettangolare e di ampio respiro, vagamente metafisica sotto il sole del mattino, e nel reticolo di strade ortogonali deviamo verso la piazza del municipio.

Dietro l’arco del palazzo comunale, in posizione al tempo stesso defilata ed eminente nella coreografia architettonica di Senigallia, troviamo palazzo Mastai, casa natale di Pio IX, papa dal 1846 al 1878, divenuta casa-museo dopo la morte del pontefice e attualmente gestita dalla curia. Alle dieci del mattino ci accoglie una simpatica ragazza addetta all’apertura del museo e della biblioteca, che orgogliosamente ci accompagna in visita attraverso le sale di palazzo Mastai. Chi avesse un debole per l’atmosfera delle case-museo, trova qui un luogo davvero commovente che esprime al massimo livello la devozione tutta marchigiana per le patrie memorie, dove l’aria di sacrestia si lascia penetrare dagli slanci eroici dell’ultimo Papa-Re, con una punta di ironia quando si viene a sapere che lo stravagante cognome “Garibaldi” era anche quello di una bisavola del pontefice. 

La visita comincia dalla sala più grande che esibisce alle pareti un bell’apparato decorativo seicentesco, con al centro un quadro di devozione privata raffigurante le nozze mistiche di Santa Caterina. Prosegue in sale più raccolte che espongono alle pareti ed in vetrine oggetti d’uso, documenti e cimeli del pontefice, fra cui alcuni curiosi strumenti da viaggio (notevole il crocefisso d’avorio entro l’altare portatile) e qualche fotografia che ritrae il pontefice agli esordi della tecnica fotografica. Accanto al letto smontabile c’è anche la culla del futuro papa, in uno strano corto circuito che restituisce alla personalità del pontefice l’età infantile in una prospettiva apologetica.

Le sale del museo subirono danni dai terremoti del 1930 e del 1972 per cui alcuni soffitti ed i pavimenti appaiono rifatti, anche la cappella privata del palazzo, dove il papa diceva messa quando tornava a Senigallia, è stata molto restaurata nel corso del Novecento (sull’altare è una Madonna del Sassoferrato). Dopo la Cappella, l’ultima saletta espone una serie di medaglie commemorative coniate durante il pontificato di Pio IX: fra di esse alcune esaltano i progressi della tecnica nello Stato Pontificio, ponti, ferrovie e altre azioni di modernizzazione, dimenticate dalle narrazioni ufficiali del risorgimento vittorioso.

Ci congediamo da palazzo Mastai dopo le undici del mattino, appena in tempo per vedere il vicino oratorio della Croce, aperto giornalmente fino alle 11 e mezzo, che contiene un notevole arredo ligneo tardo rinascimentale e, sull’altare centrale, una splendida tela di Federico Barocci col cristo morto. Ripartiamo da Senigallia a mezzogiorno dopo aver costeggiato il porto canale sotto i  portici monumentali che confermano l’impressione ordinata di questa cittadina ricca di valori ambientali. In fondo ai principali assi viari troneggiano come archi trionfali le porte urbane rifatte nel Settecento.  Per pranzare  ci spostiamo nel centro collinare di Arcevia, risalendo  la valle del Misa fino al ristorante del Park Hotel, dove sappiamo di trovare il clima che piace a noi, oltre a piatti davvero saporiti. Con la pancia  piena di trofie al ragù di salsiccia, nelle prime ore del pomeriggio saliamo sulla vicina cima del  monte Croce La Guardia, dove il panorama è eccezionale in ogni  direzione e spazia  dal mare alle cime appenniniche del monte Nerone, del Catria e del Cucco.

Più a nord mi pare di riconoscere il massiccio del  Fumaiolo, mentre a  sud emerge il profilo dei  Sibillini. L’interesse di questo sopralluogo è determinato dai recenti scavi che a più riprese hanno rilevato fondi di capanna di un villaggio dell’età del bronzo finale, di cui  l’anno scorso  vedemmo qualcosa nel museo archeologico di Arcevia. Nel ripiano in cima al monte i ritrovamenti sono stati ricoperti, ma è possibile  rintracciare fra l’erba le aree  degli scavi in posizione eminente. Dopo aver indugiato fra i panorami di Arcevia proseguiamo verso la gola di Frasassi, che raggiungiamo da nord passando da Genga, paese natale Leone XII che fu papa dal 1823 al 1829.

Il piccolo museo di arte sacra già annesso alla chiesa di San Clemente è stato riallestito come museo del  territorio e ricollocato in anni recenti nel grande edificio storico del Municipio, all’ingresso del paese, con un dispendio di risorse che la dice lunga sulla ricchezza turistica delle Grotte di Frasassi che rientrano nel Comune di Genga. A fronte dell’allestimento sontuoso (simile a quello del museo della città di Bologna) gli oggetti esposti sono abbastanza ordinari, fatta eccezione per le opere di Antonio da Fabriano, raccolte nell’unica sala qualificabile come pinacoteca (il resto è quadreria).

La sezione preistorica espone solo una copia della venere paleolitica ritrovata nella grotta del Santuario, punto di partenza del percorso espositivo battezzato “dalla  venere alla vergine” che si conclude con la madonna di scuola del Canova fatta scolpire dal Papa di Genga per il tempietto neoclassico di Valadier, all’interno della medesima grotta. Sono scarsi i ricordi di Leone XII, raccolti in una saletta del museo che non sembra voler dare particolare enfasi al figlio più illustre di Genga, di cui si leggono tuttavia iscrizioni apologetiche nella chiesa parrocchiale e nel tempietto della grotta.

E’ proprio il tempietto del Valadier nella vecchia grotta di Frasassi che prende il nome da questo santuario dedicato alla Vergine, il monumento che meglio ricorda papa Leone XII. Da un po’ di anni  è tornato al centro degli itinerari turistici, uscendo dal cono d’ombra in cui era caduto dopo la scoperta delle nuove grotte nel 1971. Lo raggiungiamo alle cinque del pomeriggio, percorrendo a piedi i settecento metri di salita nel versante orientale della  gola di Frasassi dove la valle si restringe maggiormente fra i due strapiombi. La salita è impegantiva e senza il conforto di una vera ombra fra i giovani alberi che la fiancheggiano. Ma arrivando alla grotta a mezza costa sullo strapiombo appare la scena di un racconto fantasy: il volume ottagonale del tempietto neoclassico incastonato in un antro che lo sovrasta di misura, stravagante contrapposizione fra natura e cultura… razionale sigillo ai torbidi miti della caverna.

Una grande lapide sulla fronte ricorda l’opera di Leone XII a favore di questi territori e in fondo si scusa: se il Papa non è riuscito a fare tutto quello che voleva, è perché la morte lo ha colto troppo presto. Percorriamo a piedi la grotta retrostante fin dove c’è luce naturale ed entriamo anche nel piccolo eremo medievale proteso sul dirupo infra-saxa, segno di una sacralità tramandata da epoche remote attraverso i secoli. Scesi di nuovo a valle, prima di intraprendere il percorso verso casa ormai alle sei  del pomeriggio proseguiamo in auto attraverso la gola fino a San Vittore delle Chiuse, dove troviamo ancora aperta la chiesa romanica (ma non il museo paleontologico).

Ci attardiamo all’interno del monumento per cogliere le linee essenziali di un’architettura medievale, esemplare e tipica di questo angolo di Appennino. Rientriamo  dalla valle dell’Esino e poi sulla A14 fino a Cesena, col sole delle otto di sera ancora alto sull’orizzonte.

(Lorenzo Aldini, 17.7.2019. A Senigallia, Arcevia e Genga con Paolo Branzaglia e Massimo Riva)

Archeologia fra Acqualagna e Pergola

Dopo un caffé nel bar di Mussolini all’uscita della gola del Furlo, un giovedì di giugno arriviamo ad Acqualagna alle undici del mattino e lasciamo l’auto in sosta all’ingresso del centro, accanto al busto scolpito di Enrico Mattei, che era nato qui, triste e severo accanto ad una fila di cassonetti della raccolta differenziata. Nella borgata è giorno di mercato con qualche furgone dove si vende abbigliamento, cibo e porchetta, all’ombra di tendoni bianchi.

Proprio nel cuore del paese, dove si alza il palazzetto dell’orologio, troviamo aperta per noi la porta dell’antiquarium. Come ci era stato comunicato, l’ingresso è gratuito nei giorni feriali e gli orari sono gli stessi della biblioteca comunale. Questo Antiquarium è stato allestito all’inizio degli anni duemila col contributo scientifico dell’università di Urbino: non manifesta segni di obsolescenza ed è quasi interamente dedicato agli scavi della villa romana d’età repubblicana di Colombara, indagata con accurati metodi stratigrafici fra il 1995 e il 1997.

Della villa troviamo esposti i disegni ricostruttivi ed anche un bel plastico tridimensionale, insieme a frammenti di tegole e comignoli e ad altri manufatti che testimoniano le attività produttive: pezzi di metallo (probabili finimenti di carri), anfore e altri contenitori alimentari, infine i resti di un glirarium, vaso forato di terracotta per l’allevamento dei ghiri. In una lunga vetrina orizzontale dell’antiquarium sono anche esposte alcune ceramiche riferibili ad una necropoli protostorica.

Sono ritrovamenti effettuati nei pressi della villa, di secoli anteriori all’insediamento d’età romana. Nella sala al piano di sopra vediamo alcune suppellettili minute, piatti e lucerne di ceramica a vernice nera del primo secolo avanti Cristo, e raffinatissime appliques di bronzo, le cui decorazioni richiamano modelli ellenistici. L’assenza di reperti d’età successiva testimonia la completa distruzione della villa alla fine dell’età repubblicana.

Un richiamo al sito antico di Pitinum Mergens, che non coincide con quello della villa di Colombara, è in un pannello nel corridoio d’ingresso, dov’è collocata una mappa con la descrizione dei ritrovamenti della città romana che non sorgeva nel luogo attuale di Acqualagna, ma quattro chilometri più ad ovest lungo la strada per Piobbico, fuori dall’asse della via Flaminia. Il pannello descrive resti riferibili a mura urbane, all’emiciclo di un teatro e ad un acquedotto, ma non menziona scavi recenti. Daltronde i reperti romani dell’antiquarium di Acqualagna sono riconducibili ai recenti scavi di Colombara, mentre il nome di Pitinum Mergens rimanda a scoperte del passato disperse in collezioni private ed in altri musei (una lapide a Urbino).

Non resistiamo alla tentazione di un soprallouogo fra i campi nella zona di Pole, dove la mappa indica il sito del municipio romano, che raggiungiamo risalendo la valle in direzione di Piobbico, accanto al tracciato della vecchia ferrovia distrutta nel 1944 dai tedeschi in ritirata. Fra ponti e fabbricati ferroviari in disuso, l’archeologia ferroviaria sembra guidare la ricerca dell’archeologia classica. Seguendo le tracce della massicciata deviamo a destra e prima di giungere nel luogo esatto della città romana ci lasciamo distrarre da una chiesa d’origine medievale (dedicata all’Annunziata), che esibisce nell’atrio resti di affreschi trecenteschi e, all’interno, qualche opera del Sei-settecento.

In prossimità dell’area dove si presume fosse l’antica Pitinum Mergens il paesaggio si allarga in uno splendido ripiano coronato dal profilo delle colline, mentre a maggior distanza spuntano le cime appenniniche. Al centro del ripiano si alza l’edificio abbandonato della vecchia stazione ferroviaria di Pole-Piobbico, mentre un piccolo casello restaurato fa bella mostra di sè a breve distanza. Una periferia rarefatta con poche case e molti spazi coltivati si appoggia sull’area della città antica, dove tuttavia non vediamo rovine, tantomeno pannelli didascalici o rievocativi del centro antico. Ci fermiamo in una trattoria molto semplice ma dal nome stravagante, Fusion, e pranziamo con un piatto del giorno (saltimbocca alla romana) insieme ai lavoratori, operai e camionisti in pausa.

Abbiamo tempo per parlare ma, finito di mangiare, un anziano del posto che sta per mettersi a giocare a carte dice che sì, a Pole c’erano i resti di un teatro romano -poco più avanti a destra in direzione di Piobbico- ma adesso è nascosto dall’erba. Andiamo a vedere se scopriamo qualcosa sotto il sole delle due del pomeriggio, ma vaghiamo qua e là fra campi splendidi e case con giardino, senza scorgere nulla, se non una incerta impressione del pendio che poteva contenere il teatro romano. Ripartiamo in direzione di Piobbico e dopo quattro chilometri arriviamo a Naro, dove in una conca verdissima vediamo la piccola abbazia ai piedi del Monte Nerone, modellata sulle forme di altri edifici coevi di Fonte Avellana o di Sitria.

Invertiamo la marcia e torniavo verso valle, questa volta in direzione di Cagli, per prendere contatto con un paio di manufatti romani monumentali della via Flaminia, la sostruzione con chiavicotto nei pressi di Smirra e il ponte Mallio di Cagli. L’opera di Smirra nascosta fra i campi è stata scoperta alla fine del Novecento ed è in ottimo stato di conservazione. E’ un manufatto in pietra calcarea (con vene di selce) riconducibile ad un intervento organico dell’inizio dell’età imperiale, senza rifacimenti successivi.

Mostra chiaramente la tecnica di contenimento del paesaggio con cui i romani convogliavano le acque dal pendio a monte della strada, attraverso un’esedra ed un cunicolo, verso l’arco aperto a valle. Il cunicolo è ben ripulito e percorribile a piedi fino all’esedra in fondo, per una decina di metri. Mancano tuttavia indicazioni di ogni tipo e, per raggiungerlo, è necessario lasciare l’auto ai margini della nuova Flaminia, con le quattro frecce accese, inoltrandosi a piedi fra campi coltivati.

Il ponte Mallio sul torrente Bosso all’ingresso di Cagli è invece noto da sempre per essere un monumento assai articolato, che combina elementi strutturali d’età augustea con altri più antichi d’età repubblicana, insieme a vari rifacimenti successivi. La struttura è composta da due archi diversi (il maggiore si dice che sia un anello interrato per i due terzi dell’altezza) uniti da un’imponente viadotto di sostruzione.

Le pietre della prima fase costruttiva sono più scure e costituite da una breccia porosa, mentre i rinforzi d’età successiva sembrano realizzati con lo stesso materiale della struttura che abbiamo visto di Smirra. Percorriamo a piedi un sentiero tracciato fra il ponte Mallio e l’attuale ponte stradale che lo sovrasta qualche metro più a valle, ma per vederne il lato occidentale è necessario avventurarsi fra i campi, fra i rimproveri dei proprietari.

A Cagli il museo archeologico è ancora chiuso a quattro anni dall’annuncio della riapertura, per cui ci dirigiamo a Pergola per trascorrere l’ultima ora del pomeriggio nel museo dei bronzi dorati, allestito intorno ad un gruppo scultoreo unico, distrutto ed occultato alla fine dell’età repubblicana a Cartoceto nelle colline fra Fossombrone e Pergola, ritrovato fortuitamente nel 1946, sottoposto per trent’anni a restauri raffinatissimi e reclamato dai Pergolesi, che ne hanno preteso la restituzione costruendo intorno ai bronzi un richiamo turistico di primo piano. La proiezione realizzata dall’equipe di Piero Angela è forse il migliore prodotto multimediale che abbia visto in questi anni. Il museo comprende anche qualche altro ritrovamento d’età romana del comune di Pergola ed una piccola pinacoteca che raccoglie alcuni quadri dalle chiese del territorio. Ma la presenza dei bronzi attira inevitabilmente su di sé l’interesse di tutti.

20190613_181451

Ormai sulla via di casa, alle sette di sera, di ritorno verso Fossombrone scegliamo la via di Cartoceto per meglio comprendere il luogo e il senso del ritrovamento dei bronzi di Pergola, che non hanno ancora smesso di destare interrogativi sulla loro origine, sul luogo in cui erano collocato, sul perché della distruzione e dell’occultamento avvenuto in circostanze tumultuose proprio in queste campagne vicine alla via consolare Flaminia. A Fossombrone torniamo sulla moderna Flaminia e poi a Fano prendiamo l’autostrada fino a Cesena dove arriviamo alle otto e mezzo di sera, col sole di una bella giornata di giugno ormai basso sull’orizzonte.

(Lorenzo Aldini, 13 giugno 2019. Fra Acqualagna e Pergola con Paolo Branzaglia, Michelangelo Monti e il figlio Lorenzo)

Tre luoghi della storia a Fratta Polesine

C’è aria di tempesta quando arriviamo a Fratta Polesine la prima domenica di maggio. Di mattina lasciamo l’auto in sosta lungo il canale che affianca Piazza Matteotti davanti a villa Badoer  e ci riscaldiamo con un caffé al bar, prima di entrare nel museo archeologico nazionale che è di interesse straordinario per la storia dell’ultima età del bronzo nell’alto adriatico. Nonostante l’importanza del sito non vediamo altri visitatori, anche a causa del tempo davvero brutto per una domenica di Maggio. L’esposizione allestita nel 2009 in un’ala secondaria della villa palladiana ha molti pregi e dovrebbe servire da modello per i moderni musei archeologici che desiderano essere qualcosa in più di una semplice mostra di lunga durata.

 

Il biglietto cumulativo di 6 euro include, oltre al percorso archeologico, la visita di villa Badoer e l’ingresso nella casa-museo di Giacomo Matteotti, a pochi passi di distanza dal complesso monumentale palladiano. Con un’aggiunta di un euro e cinquanta sarebbe possibile vedere anche la villa Grimani Molin Avezzù, che guarda di sbieco la villa Badoer e ne imita i tratti architettonici, ma a causa del maltempo il custode preferisce non aprirla al pubblico. Di domenica mattina con un tempo da lupi possiamo immergerci nell’età del bronzo di Frattesina in religioso silenzio, senza nessuno che ci faccia fretta nelle sale del museo archeologico di Fratta Polesine. Gli ambienti a sinistra della biglietteria inquadrano gli antefatti di Frattesina con una campionatura dei ritrovamenti dell’età del bronzo recente e finale in area veneta padana. Sono testimonianze di culture posteriori alla civiltà terramaricola che fanno da cerniera con la storia successiva di Frattesina, sorta nel XII secolo avanti Cristo su un ramo del Po ormai nei pressi della foce.

 

Quello che fino a qualche decennio fa veniva sommariamente indicato come Proto-villanoviano si configura qui con una identità molto forte, che farebbe ritenere Frattesina un centro di irradiazione culturale di primaria importanza, cui riferire le manifestazioni coeve di gran parte della civiltà adriatica settentrionale fra XII e X secolo avanti Cristo: qualcosa che ricorda la centralità di Venezia due millenni prima di Venezia. Gli scavi compiuti a più riprese a dagli anni Settanta agli anni Duemila hanno restituito sia i resti di importanti necropoli, analoghe alla tradizione dei “campi d’urne” d’oltralpe, sia i resti di un vasto villaggio che si configura come una delle prime manifestazioni urbane dell’Italia settentrionale. Nella sala a destra della biglietteria la vita del villaggio affiora in vetrine tematiche che delineano i diversi aspetti delle lavorazioni artigianali, anche attraverso ricostruzioni grafiche.

 

Le capanne costruite secondo un modulo ripetitivo avevano funzione sia abitativa sia di laboratorio per la tessitura e la fusione di metalli, per la lavorazione di paste vitree e di strumenti in osso, per la raffinazione delle ambre del baltico di cui Frattesina costituiva lo snodo commerciale fra l’Europa continentale ed il mediterraneo orientale. Nell’esposizione emerge la concomitanza dello sviluppo di questa civiltà alto-adriatica con la crisi di Micene, da cui Frattesina trasse vigore grazie alla probabile migrazione di artigiani qualificati. Ne sono testimonianza manufatti di importazione greca e cipriota ed altri di produzione padana, ad imitazione degli originali. Le vetrine esibiscono i resti di fonderie con un numero eccezionale di stampi di pietra in ottimo stato di conservazione, alcuni depositi di materiale bronzeo da rifondere, altri oggetti incisi e decorati interpretati come fusaiole, innumerevoli elementi di pasta vitrea. Dei laboratori di tessitura restano le ciambelle di terracotta (a forma di tarallo) interpretate come pesi per tener tesi i fili dell’ordito.

 

Sono interessanti anche gli strumenti d’uso comune che combinano diversi materiali, punteruoli pettini ed altri attrezzi per lavorazioni artigianali, non così diversi da quelli utilizzati dai nostri nonni fino a non molti decenni fa. L’aspetto didattico dell’esposizione non rinuncia alla precisione dei dettagli che consentono al visitatore di cogliere aspetti importanti dell’evoluzione delle forme ceramiche nella storia di Frattesina e i diversi tipi di impasto (se ne contano  cinque) che caratterizzavano le fatture di recipienti grossolani o raffinati, destinati a vari usi. I contenitori di terracotta permettono di ricostruire la dotazione completa delle cucine in uso nelle abitazioni del villaggio. Saliamo al piano superiore dove due serie di vetrine distribuite sui due lati di una lunga sala espongono nella penombra le urne cinerarie coi corredi funerari di alcune tombe delle necropoli di Frattesina, suddivise fra maschili, femminili e di bambini.

 

Al centro di ogni vetrina troneggia l’urna accompagnata da alcuni oggetti d’uso personale del defunto, soprattutto fibule, strumenti di lavoro e gioielli di pasta vitrea. I corredi non comprendono stoviglie, né armature, tantomeno carri, com’è invece tipico delle civiltà protostoriche successive. Fra le rare armi notiamo due spade rotte in più pezzi all’atto della sepoltura, probabili segni di un rango elevato del defunto. La lunga sala converge in fondo sulla riproduzione tridimensionale a grandezza naturale di una porzione di necropoli, che evidenzia l’area in cui avveniva la cremazione ed il tumulo dove più urne pertinenti alla stessa famiglia venivano sotterrate. Le coeve sepolture di alcuni inumati, di cui sono stati ritrovati gli scheletri, testimoniano che la cremazione non era per tutti i defunti. Una minoranza, forse di servi, non aveva accesso ai costosi riti dell’incinerazione.

 

Sulla parete di fondo un film in computergrafica mette in scena a ciclo continuo il rito della sepoltura di un principe di Frattesina: ottima integrazione alla narrazione dei reperti, senza eccessi. Di mattina intervalliamo lo studio delle raccolte archeologiche di Fratta Polesine con la visita degli interni di Villa Badoer, che ha un orario di apertura più limitato. Cominciamo dalle basse sale a volta del piano terreno, dove alcuni pannelli didascalici di una mostra permanente tracciano a grandi linee la storia della villa e dei principi costruttivi di Vitruvio, che furono di riferimento per l’architettura di Palladio. Saliti al piano superiore dalla scala di servizio, vaghiamo da una stanza all’altra fra gli affreschi realizzati a completamento dell’architettura palladiana (1555-1560) dal pittore Giallo Fiorentino, attivo negli stessi anni a Roma (Castel Sant’Angelo).

 

Le affascinanti grottesche di ispirazione classica si aprono ad ampi squarci di paesaggio, con scene mitologiche (ratto di Ganimede, Leda e il cigno) ed ambientazioni agresti, mentre gli ippogrifi potrebbero attingere al patrimonio immaginario di Ariosto. Gli scuri delle finestre, chiusi a causa del maltempo, rendono quasi notturne le condizioni della nostra visita. L’illuminazione artificiale permette di cogliere la decorazione nei minimi dettagli senza altre distrazioni, ma manca la fuga prospettica del paesaggio reale oltre i vetri delle finestre. A parte gli affreschi di alcune sale, la villa appare oltremodo spoglia soprattutto negli spazi senza decorazioni, come succede al terzo piano. Sarebbe auspicabile una musealizzazione più accurata.

 

All’una e mezzo ci dirigiamo nel ristorante accanto a villa Badoer, che non a caso si chiama “Palladio”.  Pranziamo con alcune specialità, fra cui un ottimo risotto agli asparagi ed un assaggio di cotechino davvero saporito. Continua a piovere e ci attardiamo a tavola conversando animatamente fin oltre le tre del pomeriggio. Dopo aver ultimato la visita del museo archeologico nazionale, dedichiamo quel che resta del pomeriggio alla casa museo di Giacomo Matteotti, dove sono raccolti oggetti e memorie dello statista che fu deputato socialista negli anni della marcia su Roma, divenuto un simbolo dell’antifascismo dopo l’omicidio del 1924. Come succede spesso nelle case museo, anche qui entriamo in contatto con la quotidianità di un personaggio che fu poi mitizzato dai libri di storia e dalla politica del secondo dopoguerra. Scopriamo un’umanità che lo avvicina al presente, conoscendo le vicende della moglie, dei fratelli e dei figli di Giacomo Matteotti nel luogo in cui si trovarono a vivere.

 

L’addetta alla biglietteria molto cortesemente risponde alle nostre domande e sopperisce così alla mancanza di un filmato all’ingresso. Le camere da letto con i vecchi arredi al piano superiore appaiono un po’ tetre, ma ricostruiscono bene il clima di un’abitazione padronale degli anni Venti del Novecento. Anche qui come a villa Badoer le finestre sono chiuse a causa del maltempo ed impediscono di vedere il bel paesaggio del giardino esterno. All’ultimo piano una mostra fotografica documenta anche con audiovisivi il delitto Matteotti e le vicende postume del personaggio Giacomo Matteotti, che a Fratta Polesine non ebbe grande fortuna. La sua tomba si alza al centro del cimitero del paese come un piccolo mausoleo. Ci dirigiamo laggiù per incontrarlo di persona, lui e i suoi tre figli, prima di intraprendere il viaggio di ritorno verso la Romagna.

 

(Lorenzo Aldini, 5 maggio 2019. A Fratta Polesine con Alessandro Bandoli, Fulvio Borrino, Paolo Branzaglia, Massimo Riva)

Sulmona prima di Pasqua

Nel venerdì di Pasqua fervono i preparativi per la processione del Cristo morto che trasforma le vie del centro storico di Sulmona nel palco di una esibizione. Parcheggiamo di mattina all’ingresso della città, lungo il perimetro dei giardini pubblici davanti alla cattedrale di San Panfilo, dove entriamo senza disturbare il rito silenzioso dell’adorazione del Santissimo Sacramento nell’altare laterale. Forse a causa delle cerimonie pasquali è interdetta la visita della cripta medievale, che è la parte più interessante dell’edificio.

 

Gli archi e le volte della navata centrale sono di stile tardo barocco, rifatti dopo il grande terremoto del 1706 che lasciò un segno indelebile in ogni edificio di Sulmona, mentre le robuste colonne cilindriche coronate da sottili capitelli scolpiti sono ancora quelle della basilica medievale. La facciata piatta col campanile a vela che si alza di poco sul cornicione è una caratteristica degli edifici di Sulmona, che li rende vagamente simili alle missioni spagnole d’oltremare: un tratto estetico motivato forse da precauzioni antisismiche (o da limiti di budget?) negli anni della ricostruzione settecentesca.

 

Percorriamo a piedi i giardini della cattedrale lungo Corso Ovidio fino alla piazza della Santa Annunziata, centro monumentale della cittadina scandito dal profilo delle chiesa e del palazzo che amalgamano tratti medievali, rinascimentali e barocchi in un unico complesso monumentale ricomposto dopo il sisma del 1706. Spiccano le ricche cornici delle tre bifore al secondo piano, ma sorprende ancor di più  la decorazione del lungo cordolo orizzontale che le sostiene. Girali, tralci e piccole figure umane a rilievo sviluppano un motivo vegetale su una linea orizzontale che taglia a metà la facciata.Un campanile a vela si alza di qualche metro sul cornicione come una quinta scenografica. Entriamo nella chiesa dell’Annunziata, ricca di di manufatti lignei e di intarsi marmorei che ricordano l’arte napoletana. Anche le pale d’altare risentono dell’influenza napoletana nei nomi di artisti che furono vicini a Luca Giordano e al Cavalier d’Arpino. Madonne popolari vestite come bambole si fanno venerare nelle nicchie degli altari.

 

Proseguiamo su Corso Ovidio fino alla piazza successiva, dov’è la statua del poeta latino nativo di Sulmona, raggiungendo poi la fonte del vecchio, dove comincia l’acquedotto medievale che cinge con una lunga serie di archi acuti la grande piazza Garibaldi. I profili innevati dei monti fanno da cornice sullo sfondo. Ci soffermiamo sui resti dell’abside della chiesa di San Francesco, segno emblematico del sisma del 1706, e sull’antico portale laterale che ora immette in un ambiente a cielo aperto. La chiesa di San Francesco dopo il sisma fu accorciata, rinunciando all’abside medievale, isolata come un rudere nel paesaggio urbano, ma in suggestiva risonanza con gli archi dell’acquedotto medievale.

 

L’attuale San Francesco conserva la facciata medievale, ma ha l’interno rifatto nel Settecento: un’unica navata con belle rifiniture lignee ed un organo monumentale sopra il portale d’ingresso. Per raggiungere la chiesa successiva di Santa Maria della Tomba deviamo in discesa verso porta sant’Antonio per vedere se la città offre un’immagine monumentale anche al di fuori del recinto medievale. Ma delle mura non vediamo tracce, a parte gli archi di alcune porte urbiche. Rientriamo nel centro storico dalla Porta di Santa Maria della Tomba e costeggiamo il lato della chiesa fino alla piazza antistante. Ci troviamo davanti ad un’altra facciata rettangolare con il solito campanile a vela che la prolunga in altezza ad una estremità.

 

Nell’interno di Santa Maria della Tomba non troviamo le aggiunte barocche che avevano modificato l’edificio dopo il sisma del 1706. Un restauro radicale nel corso del Novecento ha ricondotto l’interno alle linee essenziali dell’architettura medievale. Nelle navate piuttosto buie si notano resti di affreschi e le solite statue di “madonne vestite” nelle nicchie degli altari. Parte da qui la processione del giorno di Pasqua con la statua della Madonna che scappa. Sulle orme della processione pasquale ci dirigiamo verso piazza Garibaldi che si allarga oltre gli archi dell’acquedotto medievale, con le alte montagne del Morrone sullo sfondo. Al vertice opposto della piazza c’è la chiesa di San Filippo, punto di arrivo della corsa pasquale della Madonna, con una bella facciata rimontata dopo il sisma del 1706 (prima apparteneva alla chiesa di San Martino).

 

Dopo un caffè in piazza Garibaldi in tarda mattinata entriamo nel vicino museo di Santa Chiara, che comprende raccolte diocesane d’arte sacra e la galleria d’arte contemporanea del Premio Sulmona negli ambienti dell’ex convento di Santa Chiara che sono stati in parte ricostruiti. Tralasciamo l’arte contemporanea e concentriamo l’attenzione sulle splendide oreficerie di produzione sulmonese e sulla ricca tradizione di tessuti che nel corso dei secoli produsse straordinari paramenti sacri, a partire dalla casula dell’epoca di Federico II.

 

Degni di nota sono alcuni libri antichi fra cui un raro messale francescano degli anni intorno al 1260. Completano la raccolta alcune pale d’altare tratte dalle chiese del territorio sulmonese e notevoli affreschi duecenteschi affiorati dalle murature dell’antica chiesa di Santa Chiara. Queste opere purtroppo non esauriscono le raccolte artistiche di Sulmona, che sono tuttora chiuse nelle grandi sale del vecchio museo del palazzo dell’Annunziata, inaccessibile e senza prospettive di riapertura. Non vediamo altri visitatori nel museo di Santa Chiara, che appare decentrato dal circuito turistico ai margini di piazza Garibaldi. Prima di fermarci per un pranzo veloce in un bar del centro, percorriamo le vie di Sulmona alla ricerca di angoli caratteristici.

 

Molti palazzi settecenteschi esibiscono bei terrazzini panciuti di ferro battuto. Nel tessuto urbano affiorano di tanto in tanto le tracce di una pregiata edilizia quattrocentesca, di stile Durazzesco, che a me ricorda i palazzi dei cavalieri di Rodi, non sempre in buono stato. Entriamo nel movimentato cortile di palazzo Tabassi che conserva fra l’altro una raccolta di epigrafi romane con vecchie didascalie incorniciate come cinquantant’anni fa.

 

Dopo pranzo ci allontaniamo in automobile dal centro urbano verso l’abbazia morronese ed al santuario di Ercole Curino. L’orario di apertura dell’abbazia è circoscritto alle ore del mattino, per cui alle due del pomeriggio non ci resta che ammirare l’imponente facciata di ispirazione borrominiana dall’esterno, in compagnia di un triste impiegato del Mibact che vorrebbe raccontarci qualcosa della storia millenaria del complesso antico, poi divenuto carcere, nel grande cortile alberato riconvertito a uffici pubblici.

 

Dall’abbazia raggiungiamo poi in automobile il parcheggio da cui si dirama in alto il sentiero per sant’Onofrio, mentre in basso ci sono i resti del Santuario di Ercole Curino che si impone sulla valle con terrazzamenti poderosi nella montagna del Morrone, proprio sotto l’eremo di sant’Onofrio di cui probabilmente costituisce l’antefatto. Gli eremiti medievali si riparavano fra ruderi romani che in Abruzzo vengono detti morroni. Pietro da Morrone potrebbe racchiudere nel nome la citazione dei resti del tempio di Ercole presso il quale aveva trascorso gli anni della vita eremitica. L’intera montagna morronese porterebbe forse nel nome l’eco di queste tracce romane?

 

Scendiamo il pendio lungo i tornanti del sentiero all’ombra rada di alberi appena sbocciati. Nel terrazzo più alto del santuario si conservano i grandi blocchi della pavimentazione ed i resti della cella templare dove fu ritrovate la statuetta di Ercole Curino, con un bel mosaico policromo decorato da un motivo a delfini. Il panorama sulla conca di Sulmona è vastissimo in ogni direzione fino al Gran Sasso: quanto basta per comprendere le ragioni del “gran rifiuto” di Pietro Da Morrone, che rinunciò al pontificato per tornare a vivere qui.

 

Nonostante sia il mese di Aprile fa molto caldo e non saliamo a piedi fino all’edificio medievale dell’eremo di Sant’Onofrio che scrutiamo dal basso. In automobile rientriamo a Sulmona per vedere finalmente il museo archeologico annesso al palazzo dell’Annunziata che in alcune sale espone i ritrovamenti della città romana e del suo territorio. E’ interessante completare l’indagine del tempio di Ercole Curino tramite i manufatti qui conservati e  le ricostruzioni didattiche. Le vetrine illustrano anche altri santuari del territorio sulmonese insieme alle memorie di collezionisti che hanno scritto la storia degli scavi archeologici del luogo. Un’accurata presentazione della topografia romana identifica perfino due successivi cicli edilizi della città di Sulmona fra primo e secondo secolo dopo Cristo.

 

Altre sale del museo sono destinate alla protostoria italica dei Peligni ed ai mosaici di una domus romana musealizzata nel luogo del ritrovamento. Annesso all’archeologico c’è anche un museo del costume abruzzese, ma le grandi sale del vecchio museo civico restano ancora chiuse a dieci anni dal terremoto del 2009, con le belle finestre antiche affacciate su corso Ovidio che mostrano qualche fessura, perfino un vetro rotto. Quando ci attardiamo seduti ad un tavolo del bar di fronte, mancano poche ore alla processione del Cristo morto e le transenne sono già state disposte lungo il corso. I musicisti della banda cittadina arrivano alla spicciolata con gli strumenti in mano e l’abito da parata.

(Lorenzo Aldini, 19 aprile 2019. A Sulmona con Giorgia)

 

Chieti, archeologia e paesaggio

Arriviamo a Chieti di mattina in una giornata non del tutto limpida, ma abbastanza chiara da permettere la visione maestosa della Maiella innevata. Lasciamo l’auto in sosta nei pressi di villa Frigerj, sede del museo nazionale d’Abruzzo, che raggiungiamo da dietro attraverso una rampa pedonale nel verde dei  giardini della villa comunale. Il museo è aperto già da un’ora ma non sembra frequentato da altri visitatori. Uno striscione pubblicitario annuncia un nuovo percorso di visita attraverso la protostoria d’Abruzzo, volto a valorizzare le diverse etnie che popolarono questa regione prima dei romani.

 

In una saletta accanto all’ingresso vediamo subito la statua del guerriero di Capestrano, che è stata ricollocato qui nel 2011 come installazione d’arte. Per imporsi all’attenzione del pubblico, questa scultura non ha certo bisogno del nome dell’artista di moda (Paladino) cui è stata commissionata la scenografia in chiaro-scuro…. E’ sorprendente la plasticità del corpo del guerriero protostorico, che le riproduzioni fotografiche appiattiscono inevitabilmente.

 

Anche la colorazione dei finimenti sorprende per la precisione del tratto. Il viso è davvero coperto da una maschera e l’immagine nel suo complesso non è facile da interpretare. L’iscrizione in caratteri piceni dovrebbe menzionare il nome di un re e quello dello scultore che l’ha ritratto probabilmente nel VI secolo avanti Cristo. L’idea che sia una semplice stele funeraria potrebbe essere limitativa. Mediante questa scultura, lo spirito del re (vivo o defunto?) proclamava la sovranità su un territorio. Che gli antichi cimiteri italici fossero presìdi simbolici a difesa delle città dei vivi?

 

Al piano superiore di villa Frigerj si sviluppa il nuovo itinerario attraverso le antiche popolazioni italiche, di cui sono esposti corredi funerari dentro vetrine incastonate in un percorso piuttosto labirintico e con le finestre chiuse (unica eccezione la grande finestra che dà accesso al terrazzo sopra il portone principale). Molti pannelli didascalici aggiungono un numero eccessivo di informazioni e appesantiscono l’esposizione. Le belle immagini in bianco e nero dei paesaggi stimolano il desiderio di risalire le valli abruzzesi verso Sulmona, Castel d’Ieri, Peltuino, ma farebbero un miglior servizio in una mostra fotografica a parte.

 

Nel percorso espositivo scarseggiano le didascalie con i riferimenti cronologici e topografici dei singoli ritrovamenti. Davvero il pubblico non è più in grado di interpretare una carta topografica? Ma quale pubblico? Questo allestimento sembra un palinsesto per guide-cantastorie che accompagnano gruppi di turisti sensibili ormai soltanto allo storytelling. Un museo archeologico svolge bene la propria funzione quando tutela i dati di scavo nel massimo della chiarezza espositiva interpretabile a più livelli, non quando narra a senso unico. Per questo esistono già i libri, i filmati ed i documentari.

 

Osserviamo la statua bronzea dell’Ercole curino di Sulmona, davvero affascinante, modellata sul tipo dell’Ercole Farnese. Ci lasciamo sorprendere dai letti funerari scolpiti d’età romana repubblicana, collocati alla fine del percorso in prossimità dello scalone d’ingresso. Le tombe picene di Campovalano sembrano penalizzate dal nuovo allestimento, che ha riservato loro una collocazione marginale sotto la scala, dove due vetrine simulano la disposizione originale dei corredi funerari di due tombe. L’ampio corridoio di ingresso offre un ricco campionario di sculture classiche ed altri reperti di varia provenienza nelle vetrine. Concludiamo la visita al piano terra, dov’è esposta una parte della donazione antiquaria di Giovanni Pansa e dove trova spazio la collezione numismatica allestita in maniera davvero esemplare. Ma la sala più bella di villa Frigerj è la biblioteca, con le finestre luminose aperte verso le montagne. Una lapide nella parete ricorda il soprintendente Valerio Cianfarani, fondatore del museo nel 1959.

 

Usciti nel giardino pubblico della villa comunale ci dirigiamo verso il corso, con soste nella chiesa di San Domenico e nei vicini tempietti romani, stretti in una morsa di edifici moderni che ne rendono quasi surreale la visione. Proseguiamo fino al duomo di San Giustino, che si alza come un tempio classico su un podio, sulla piazza piena di automobili in sosta. E’ in corso una cerimonia solenne con un numero impressionante di sacerdoti sull’altare. La luce intensa del sole filtra dalle finestre all’interno del duomo e l’odore dell’incenso conferma la sacralità di un luogo fuori dal tempo.

 

Proseguiamo l’esplorazione del centro di là dal duomo, dove tuttavia l’edilizia non appare pregiata. Alcune chiese in abbandono non sembrano corrispondere alle interessanti descrizioni che ne facevano le vecchie guide del touring club. Le automobili sfrecciano nelle strade strette e rendono faticoso il passeggio. Torniamo verso il corso e ci affrettiamo ad entrare nel museo Barbella prima dell’orario di chiusura delle 13. La visita gratuita si risolve in una breve rassegna di pitture antiche prelevate dagli edifici di culto di Chieti, fra cui alcuni affreschi medievali dalla vecchia chiesa di San Domenico ed una selezione d’arte del Novecento. La parte più interessante è la collezione di ceramiche di Castelli, del XVI e XVII secolo, della donazione Paparella-Treccia.

 

Vorremmo vedere le terme romane, ma le rimandiamo al pomeriggio, così come il Museo  “La Civitella” che a Chieti raddoppia l’offerta archeologica “nazionale”. A pranzo ci fermiamo a mangiare nella trattoria Nino, che ha l’aria datata dei ristoranti di quarant’anni fa, con ottimi piatti della tradizione abruzzese (sagne-ceci e arrosticini) ad un prezzo conveniente. Poi ci sediamo al sole in una panchina dei giardini della Villa Comunale, per ritrovare le energie necessarie alla visita del secondo museo nazionale di Chieti, che ci accoglie alle tre del pomeriggio, vasto, silenzioso, deserto. L’addetta al servizio di sorveglianza non sa rispondere alla mia domanda (perché due diversi musei archeologici nazionali nello stesso capoluogo?) e si dilunga in recriminazioni contro la cattiva gestione del patrimonio dello Stato.

 

Le tre lunghe sale del museo La Civitella sono un’opera architettonica rilevante realizzata nel 2000 per contenere la storia antica del territorio di Chieti, nel luogo in cui erano emersi i resti dell’anfiteatro romano sotto il campo da gioco del moderno stadio comunale. Gran parte dello spazio è stato destinato alla ricostruzione delle decorazioni  in terracotta di tre templi romani ritrovati in città, ma anche lo spazio residuo si qualifica con modelli ricostruttivi di antiche situazioni urbane (il teatro, le terme…) e manifesta un dispendio di risorse giustificabile forse vent’anni fa, oggi più difficile da accettare.

 

Un ambiente è dedicato alla preistoria, ma la disposizione architettonica delle vetrine non aiuta a focalizzare la topografia dei ritrovamenti. Riconosco le notevoli ceramiche dipinte neolitiche di Catignano, ma sorvolo su altri aspetti qualificanti come i pezzi di Rapino e di Bolognano. Dirigendomi verso l’uscita continuo a chiedermi con quale criterio siano stati spartiti i corredi preistorici fra questo e l’altro museo nazionale di Villa Frigerj.

 

La loquace addetta della biglietteria informa che nel pomeriggio è anche possibile visitare l’area delle terme romane accompagnati da una guida esperta, ma il gruppo è molto numeroso ed anche rumoroso, ancor più rumoroso per chi ha appena finito di vedere in un silenzio claustrale il museo ed il vicino anfiteatro. La visita oltretutto si annuncia lenta per noi che vorremmo arrivare a Popoli prima di cena. Proseguiamo l’itinerario da soli verso i resti del teatro romano e poi a piedi attraverso le vie ortogonali della cittadella. In automobile lasciamo la città passando accanto agli scavi delle terme, che dalla strada si mostrano nel loro aspetto monumentale, coronato purtroppo dai soliti condomini anonimi che a Chieti fan da cornice ad ogni paesaggio.

 

Usciti finalmente dal centro urbano, salendo in automobile verso Popoli facciamo un’ultima sosta  nell’Abbazia di Santa Maria Arabona, dove i resti dell’architettura medievale cistercense, curati egregiamente, offrono un ristoro allo spirito del viaggiatore di passaggio. Degni di nota mi sono sembrati i capitelli scolpiti ed i dipinti trecenteschi del presbiterio, assegnati al maestro Antonio Martini di Atri.

(Lorenzo Aldini, 18 aprile 2019. A Chieti con Giorgia)

 

A Firenze, nei musei “di Preistoria” e “degli Innocenti”

La mattina del 21 marzo prendiamo il treno a Faenza e sulla ferrovia appenninica di Marradi raggiungiamo la stazione di Santa Maria Novella poco dopo le dieci del mattino. A Firenze abbiamo in programma la visita del museo di preistoria intitolato a Paolo Graziosi, nell’ex convento delle Oblate: un museo prevalentemente didattico, che raccoglie tuttavia importanti reperti di archeologia preistorica da scavi effettuati nella penisola italiana, con un inserto di archeologia africana. E’ un luogo di studio che permette di fissare nella memoria le tappe della civilizzazione della penisola, attraverso i materiali dell’Istituto fiorentino di preistoria che fu diretto da Paolo Graziosi. Le vetrine sono molto semplici, forse un po’ datate nell’allestimento, comunque efficaci.

Foto di scavo in bianco e nero vivacizzano l’esposizione insieme a rilievi topografici ed a sezioni geologiche dei territori esplorati. L’approccio stratigrafico è evidente negli espositori delle selci scheggiate che mostrano la successione dei manufatti in file sovrapposte. Prevalgono i contesti di scavo esplorati dagli archeologi dell’istituto fiorentino di preistoria, che si distinse a partire dalla seconda metà del Novecento per l’utilizzo di metodi analitici che avvicinano la paleontologia umana alle scienze naturali. Maggior spazio è assegnato ai manufatti del paleolitico, a partire dalla fase più antica dei cioppers rinvenuti nel litorale toscano nei pressi di Livorno (da 700.000 a un milione di anni fa) ed ascrivibili ad ominidi di incerta ascendenza.

L’industria litica è ampiamente documentata anche in relazione al paleolitico medio e superiore, quando le schegge diventano sempre più minute, fino al neolitico, con l’interesse rivolto alle fonti di approvvigionamento delle antiche culture, alla dimensione simbolica dei riti funerari ed alle forme d’arte. Quest’ultime rappresentano forse il settore più interessante del museo e riflettono gli interessi di Paolo Graziosi, che diede un contributo importante agli studi d’arte rupestre e raccolse in questo museo un campionario di calchi di sculture, riproduzioni di pitture e di graffiti paleolitici e neolitici. Particolare rilievo è dato alle scoperte della grotta del Genovese nell’isola di Levanzo.

L’età neolitica è anche testimoniata da alcuni capisaldi riconoscibili nelle tipiche forme vascolari “campaniformi” o “a bocca quadrata” oppure dal tipo di decorazione (ceramica impressa, spiraliforme, ecc.). Una parte considerevole della ceramica esposta proviene dal contesto del Rinaldone, con centro di diffusione fra Lazio e Toscana nell’età di transizione fra neolitico ed età del bronzo. Nell’ultima vetrina vediamo finalmente alcune ceramiche della Grotta del Grano, riferibili all’età del bronzo e provenienti dalla Gola del Furlo.

Quando il museo chiude a mezzogiorno e mezzo non possiamo dire di aver ultimato la visita. Ci dirigiamo a pranzo verso il mercato centrale di San Lorenzo, dove ci sediamo a mangiare un gustosissimo piatto di stracotto nelle tavolate comuni al secondo piano della struttura coperta. Il sole filtra dalle vetrate e richiama l’attenzione verso altre tappe della nostra giornata, ma ci attardiamo a parlare a tavola fin oltre le due, dopo di che ci dirigiamo verso la piazza della Santissima Annunziata. Di pomeriggio abbiamo in programma la visita del nuovo Museo degli Innocenti, riaperto tre anni fa dopo importanti lavori di ristrutturazione che hanno lasciato un’impronta architettonica contemporanea, di cui il complesso brunelleschiano avrebbe potuto certamente fare a meno.

Si entra da un ingresso decentrato che simula la saracinesca di un garage. Prima di vedere la luce dei due chiostri rinascimentali, il nuovo itinerario accompagna i visitatori lungo un percorso interrato e senza finestre, che narrra la storia dello Spedale degli Innocenti mediante cimeli ed immagini di antichi benefattori. Lo stile espositivo è quello di alcuni musei tematici che ricordo di aver visto nella zona di Salisburgo. La trovata più appariscente (davvero necessaria?) è la sala circolare coi piccoli cassetti da aprire per scoprire i “mezzi ciondoli” dei trovatelli, secondo un’usanza che avrebbe consentito alle madri il riconoscimento dei figli consegnati allo Spedale in forma anonima.

E’ una trovata ad effetto che avvicina questa esposizione ad una installazione d’arte contemporanea. Può fare sorridere (o arrabbiare) chi è venuto fin qui per vedere le raccolte d’arte e l’architettura rinascimentale di BrunelleschiLa parte più interessante della storia di questa istituzione sono le fotografie che ritraggono i bambini e le badanti nei dormitori, nelle sale e nelle cucine, che sul finire dell’Ottocento furono attrezzate con le migliori tecnologie dell’epoca. Dalle cantine riemergiamo finalmente nei chiostri “delle donne” e “degli uomini”, dove gli archi ed i capitelli parlano la lingua di un classicismo rinascimentale assai precoce, che ha fatto scuola per quasi un secolo ai costruttori di chiostri nei conventi di campagna.

La statua trecentesca di un profeta appartenuto ad Orsammichele fa’ gli onori di casa all’ingresso dello scalone che conduce alle galleria del piano superiore, rinnovata anch’essa con trovate architettoniche non necessarie. Meglio sarebbe stato lasciare le finestre aperte ed i quadri allineati lungo le pareti bianche del grande corridoio. Fra le opere d’arte qui esposte, rimaniamo incantati davanti all’Incoronazione della Vergine del Maestro della Madonna Strauss ed alla bella Madonna col bambino di Luca della Robbia, iniziatore della ricca tradizione delle terraccotta invetriate, utilizzate anche per decorare l’architettura rinascimentale esterna.

Qui si coglie la ricchezza iconografica della tradizione cristiana che fornisce l’idealtipo del bambino-innocente nell’immagine di Gesù. Sono interessanti anche gli stendardi processionali e le rappresentazioni della Madonna della Misericordia che sotto il manto protegge una folla di ragazzini. In fondo alla galleria si apre la stanza con i capolavori del Ghirlandaio e di Piero di Cosimo, che decoravano gli altari della chiesa dello Spedale, mentre in un altro ambiente annesso vediamo nella penombra alcune Madonne agghindate di devozione popolare.

Terminiamo la visita nella sala degli arredi liturgici, aggiunta nel Seicento sul voltone di Via della Colonna. L’uscita del Museo degli Innocenti è accanto all’ingresso, ma non è la stessa porta, come accade nei supermercati, forse in previsione di grandi flussi turistici che nel giorno della nostra visita non vediamo. Fuori dai chiostri brunelleschiani siamo proiettati nella luce intensa della piazza dove si affaccia la Santissima Annunziata. Entriamo nella Basilica dei Padri Serviti e nel chiostro grande dei morti, che precede l’ingresso, vediamo ricollocate le famose lunette affrescate di Andrea del Sarto, Jacopo Pontormo e Rosso Fiorentino, da cui presero le mosse le recenti mostre sul manierismo fiorentino. La Santa Annunziata è carica di decorazioni seicentesche ed alle quattro del pomeriggio è inondata dalla luce dorata del sole ormai basso sull’orizzonte.

Non ci soffermiamo sugli antichi affreschi che emergono a frammenti nella navata occidentale, ma in un altare vedo la grande crocifissione dello Stradano, che fu in mostra a Palazzo Strozzi un anno fa, ed un San Filippo Benizzi del Seicento, di cui esistono copie coeve in altre chiese dei Servi. Manca un’ora prima del treno delle 17 e 40 e per trascorrere il tempo residuo ritorniamo nel museo di preistoria per osservare con maggior attenzione le ultime vetrine dell’Eneolitico e dell’età del Bronzo, sulle quali di mattina avevamo avuto un po’ fretta. Cerchiamo così di mettere meglio a fuoco la Cultura di Rinaldone, diffusa nella penisola in età eneolitica, con una produzione di belle forme ceramiche e la persistenza di strumenti simili a quelli del paleolitico superiore.

Al termine della visita compiliamo il questionario che ci era stato consegnato di mattina ed abbiamo il tempo di scambiare qualche parola con due giovani universitari, che nella prima sala del museo stanno installando l’infrastruttura sperimentale di una audioguida per dispositivi mobili… Rientriamo in stazione a Faenza alle sette e mezzo, dopo un gradevole viaggio sulla ferrovia appenninica al tramonto, in tempo per rientrare a casa per cena.

***

(Lorenzo Aldini, 21 marzo 2019. A Firenze nel Museo di Preistoria, nel Museo degli Innocenti e nella Basilica della Santa Annuziata con Paolo Branzaglia e Michelangelo Monti)