Senza uscire dai confini regionali, sabato 20 febbraio ci concediamo una boccata d’aria nelle colline fra Parma e Piacenza, dopo un paio d’ore d’autostrada sotto un cielo invernale con la nebbia incombente. La stessa coltre grigia ci guida fuori dal casello di Fidenza nei paesaggi tipici di questa regione disegnata da morbide colline e dai rami spogli degli alberi liberi di vegetare fra le brume invernali.


Non fa freddo: forse è questo il momento migliore per avventurarsi fin qui, fra le foschie persistenti che fanno da sfondo alla natura immobile dell’inverno. Sui pendii appena accennati della val d’Arda raggiungiamo le torri di Castell’Arquato. Parcheggiamo l’auto all’inizio del borgo e risaliamo a piedi le strade tortuose passando sotto il torrione Farnese. Fra queste vie strette coi selciati di pietra si respira l’aria di un medioevo restaurato all’inizio del Novecento. Mani animate dal desiderio di ripristinare la purezza antica hanno scrostato gli intonaci dalle pareti, hanno aperto finestre di stile gotico, disseminato lampioni di ferro battuto, simulato decorazioni medievali.


La vicinanza del ricco nord industriale alla ricerca di luoghi dove proiettare i sogni festivi di un tempo perduto ha materializzato qui l’idea del consumo turistico già cent’anni fa. Ma la finzione medievale di inizio Novecento può diventare oggi motivo di interesse architettonico e culturale, essendosi sedimentata nel costume di questo luogo che sta per essere preso d’assalto dai turisti del fine settimana, oggi come ieri. Ormai in cima al colle darei volentieri un’occhiata al museo geologico che occupa il bel palazzo panoramico dell’ex ospedale, circondato dal giardino, ma le norme anti pandemia ne hanno decretato la chiusura, per cui ci dirigiamo spediti verso la piazza che occupa il punto più alto del borgo coi monumenti più noti: il castello visconteo, il palazzo pretorio e soprattutto la collegiata dell’Assunta.


Questo notevole edificio romanico merita il viaggio fin qui per le sculture che esibisce. La chiesa volge le spalle alla piazza con un ricco sistema di quattro absidi semicircolari variamente decorate ed uno svettante campanile, mentre la severa facciata si alza su uno spazio secondario, quasi un cortile. Senza finestre prende luce da una piccola bifora che sembra evocare finalmente un medioevo autentico (ma è anch’essa di restauro). L’interno è in ombra, ma la luce scorre radente sulle sculture fantastiche dei capitelli del dodicesimo secolo: naturalistiche sulle colonne della navata sinistra, animate da viventi sulle colonne della navata destra.


Le scultura è più levigata nei rilievi del pulpito e dell’altare, che sfiorano la qualità delle opere del duomo di Fidenza. Una cappella barocca nella navata destra interrompe il ritmo romanico e lascia intendere che l’intera chiesa fosse stata intonacata nei secoli successivi al medioevo. Le pitture tardo gotiche della cappella di Santa Caterina d’Alessandria, accanto all’ingresso, sono il risultato di un ardito restauro del 1899, col quale i dipinti quattrocenteschi furono reinventati da un artista restauratore (Giuseppe Fei) in accordo col gusto di fine Ottocento. Qui è sorprendente l’iconografia capovolta del Cristo che regge in braccio la Vergine.


Qualcosa di analogo mi pare di vedere anche nella più antica lunetta romanica scolpita sul portale laterale (ma è una madonna, sebbene mascolina). Il museo diocesano cui si accede dal piccolo chiostro porticato accanto alla facciata è aperto al pubblico al prezzo di 3 Euro e cinquanta. Entriamo volentieri, non essendoci altri musei aperti in questo sabato, ma siamo gli unici a visitarlo. Mi immergo volentieri nel silenzio di un’istituzione votata alla conservazione del patrimonio religioso: croci astili, paramenti sacri, bei quadri che altrimenti sarebbero dispersi nei sottoscala o nei depositi di qualche antiquario intraprendente. Mi lascio stupire dal Cristo crocifisso, un bronzo di scuola antelamica proveniente dalla parrocchia di Vigolo Marchese dove faremo la nostra prossima tappa.


Ma prima di uscire da Castell’Arquato intercettiamo l’oratorio di San Giacomo, tardo cinquecentesco, con belle decorazioni di terracotta nel portale e le statue del monumento funebre di Sforza Sforza sistemate nel transetto destro. Ormai all’una raggiungiamo Vigolo Marchese serpeggiando per pochi chilometri in altre basse colline. Il complesso monumentale della chiesa e del battistero circolare giace nel fondovalle del torrente Chiavenna, a breve distanza dalla strada che piega a gomito davanti all’abside rifatta, mentre il campanile è un’antica torre poderosa. Il battistero rotondo di laterizi è il pezzo forte del complesso, con gli archi aggettanti di un falso portico: medievale ma estroso come riescono ad essere solo pochi monumenti della valle del Po.


Risaliamo l’ariosa valle del torrente Chiavenna fino a scivolare di nuovo nella valle dell’Arda a Lugagnano, quasi senza accorgercene, nelle aspre arenarie del Piacenziano. Risaliamo altri contrafforti collinari fino alla pietra nera che prende il nome da un affioramento ofiolitico nei pressi di Vernasca, per poi ridiscendere verso Vigoleno nella valle dello Stirone. Il castello di Vigoleno ha lo stile impeccabile dei borghi arancioni del Touring Club. Raccolto intorno ad una piazza centrale, offre in scala ridotta quello che ci si aspetta da un antico centro storico: un castello, nobili palazzi e la chiesa romanica di San Giorgio, che ha poco da invidiare alla sontuosa collegiata di Castell’Arquato. Sopra il portale della facciata il santo uccide il drago nella lunetta fra i due talamoni che reggono l’architrave.


Questo piccolo capolavoro di scultura romanica accoglie chi entra nella stretta navata centrale serrata fra due file di colonne, coi capitelli a rilievo, scolpiti dall’unica lama di luce del portale d’ingresso. Nel catino dell’abside campeggia un altro San Giorgio medievale dipinto su fondo rosso. Sculture sacre contemporanee in mostra permanente tendono agguati a chi si avventura nel buio delle navate laterali: sono i richiami trendy del turismo dei borghi, sempre in bilico fra consumo e tutela del patrimonio. All’ora di pranzo siamo gli unici visitatori che vagano qui intorno. Ci concediamo il tempo di indugiare nelle vie strette che cingono da dietro le absidi turrite, mentre nei ristoranti poco lontano risuonano le voci di chi è a tavola.


Incerti se sederci a tavola anche noi, o se mangiare velocemente un panino al bar, ripartiamo in auto verso Salsomaggiore. Sono ormai le due e mezzo quando ci si para davanti la fantasmagorica architettura delle terme Bezieri, che furono decorate dall’estro di Galileo Chini negli anni Venti del Novecento. Nel deserto urbano di questa ora incerta, senza gente in strada, rimaniamo fermi a guardare l’edificio come se fosse un tempio assiro caduto dal cielo. Proprio in piazza davanti all’ingresso troviamo aperto un bar elegante ma vuoto, quasi spettrale, in stile art deco, con un oste solitario dietro al banco che pare provenire da un’altra dimensione. Sguarnito solo in apparenza, sa offrire quanto basta per sfamarci col pretesto di un aperitivo.


Passeggiamo fra il piccolo centro storico di Salsomaggiore e la zona dei parchi, dove un grande lavoro di riqualificazione stradale ostacola la libertà dei nostri passi nei pressi dell’impianto termale più recente. I viali si rianimano con il traffico del sabato pomeriggio quando ripartiamo in automobile verso l’albergo che abbiamo prenotato in campagna sulla strada per Fidenza (Country house Le Querce). In attesa della cena ripartiamo alle cinque del pomeriggio diretti proprio a Fidenza per assistere alla messa prefestiva. Consapevoli delle restrizioni che fra poche ore precluderanno gli assembramenti davanti ai bar, tutti i venticinquemila abitanti di Fidenza sembrano essersi dati appuntamento in piazza mentre la luce del pomeriggio comincia a declinare.


Il centro urbano è ordinato e tutto sommato piacevole all’ora dell’aperitivo, ma non mostra edifici di pregio nel tratto urbano della via Emilia che lo attraversa da un capo all’altro. Più grande di un paese, più piccolo di una città, l’antico Borgo San Donnino diverge dall’antica cattedrale che si impone come un’eccellenza indiscussa dell’arte romanica nei pressi della porta occidentale, non lontano dal fiume Stirone che il santo attraversò a piedi dopo il martirio portando con sè la testa mozzata. E’ un racconto scolpito sui rilievi degli architravi e sui fregi disseminati nelle pareti della cattedrale, insieme alle storie del vecchio testamento, ai miti di Ercole e ai tralci d’uva che fioriscono nella pietra e danno vita allo spazio intorno.



Le sculture di Vigoleno e Castell’Arquato sono solo accenni, mentre nella cattedrale di Fidenza l’arte romanica si innalza ad un livello sinfonico. L’incompiutezza della facciata lascia aperto tuttavia il quesito di come sarebbe dovuta essere. Probabilmente i tempi della storia hanno reso obsoleto un cantiere secolare ripiegato su se stesso. L’intrico dei bassorilievi incastonati come tatuaggi fra i portali potrebbe essere l’indizio di una tensione musealizzante antica, che ha affiancato sullo stesso piano i frammenti di un progetto impossibile da compiere secondo il disegno originale. L’intensità della scultura ha impantanato l’architettura della facciata, ma non dell’abside, che venne compiuta sul finire del Duecento con un gioco di rimandi fra tensioni strutturali e linee decorative. Quasi ricorda il terzo stile pompeiano.


L’interno del duomo è ormai buio e lo percorriamo in fretta per raggiungere la cripta rischiarata dalle luci accese per l’imminente messa prefestiva. Fra le note di una delicata chitarra classica ci sediamo ad assistere alla celebrazione, protetti dalle basse volte e dalle forme fantastiche dei capitelli romanici. Rientriamo in hotel per la cena consentita ai soli ospiti della struttura alberghiera, indugiando a lungo nella sala da pranzo, alla dovuta distanza da altri clienti stravaganti fra cui spiccano i membri di un gruppo di “ricerca paranormale”. Domenica mattina dobbiamo rientrare velocemente verso il luogo di residenza, a causa dell’entrata in vigore di nuove norme anti pandemia, ma ci prendiamo il tempo per una passeggiata a piedi, non lontano dal luogo del pernottamento, dov’è il parco del fiume Stirone.


Sotto lo stesso cielo grigio che ci aveva accolto il giorno prima vediamo ancora protagonisti gli alberi spogli sulle rive scavate in profondità dallo Stirone, nelle argille e nelle arenarie plioceniche del Piacenziano. Dal parcheggio del centro visite seguiamo la segnaletica del percorso pedonale fino alle anse del fiume, giungendo in meno di un’ora alla pieve di San Nicomede, che raccoglie le spoglie di un martire taumaturgo del mal di testa. Il paesaggio ovattato invita ad andare più a fondo nello stato d’animo di questo ambiente anfibio, ma ormai siamo fuori legge, per cui velocizziamo il rientro a piedi sulla strada asfaltata fino al parcheggio.


Per pranzare non resta che un autogrill. Ormai sulla via del ritorno sostiamo nel ristorante dell’A14 “Pioppa Est”, dove il self-service offre ottimi piatti a prezzi convenienti. Non immaginavo che avrei trovato il massimo del conforto nei tortelli di un autogrill, in questa domenica di febbraio 2021.
(Lorenzo Aldini, 20-21 febbraio 2021. Con Giorgia a Castell’Arquato, Vigoleno, Salsomaggiore e Fidenza, infine a piedi nel parco dello Stirone)



































































