Ombre roman(t)iche fra Stirone e Val d’Arda

Senza uscire dai confini regionali, sabato 20 febbraio ci concediamo una boccata d’aria nelle colline fra Parma e Piacenza, dopo un paio d’ore d’autostrada sotto un cielo invernale con la nebbia incombente. La stessa coltre grigia ci guida fuori dal casello di Fidenza nei paesaggi tipici di questa regione disegnata da morbide colline e dai rami spogli degli alberi liberi di vegetare fra le brume invernali.

Non fa freddo: forse è questo il momento migliore per avventurarsi fin qui, fra le foschie persistenti che fanno da sfondo alla natura immobile dell’inverno. Sui pendii appena accennati della val d’Arda raggiungiamo le torri di Castell’Arquato. Parcheggiamo l’auto all’inizio del borgo e risaliamo a piedi le strade tortuose passando sotto il torrione Farnese. Fra queste vie strette coi selciati di pietra si respira l’aria di un medioevo restaurato all’inizio del Novecento. Mani animate dal desiderio di ripristinare la purezza antica hanno scrostato gli intonaci dalle pareti, hanno aperto finestre di stile gotico, disseminato lampioni di ferro battuto, simulato decorazioni medievali.

La vicinanza del ricco nord industriale alla ricerca di luoghi dove proiettare i sogni festivi di un tempo perduto ha materializzato qui l’idea del consumo turistico già cent’anni fa. Ma la finzione medievale di inizio Novecento può diventare oggi motivo di interesse architettonico e culturale, essendosi sedimentata nel costume di questo luogo che sta per essere preso d’assalto dai turisti del fine settimana, oggi come ieri. Ormai in cima al colle darei volentieri un’occhiata al museo geologico che occupa il bel palazzo panoramico dell’ex ospedale, circondato dal giardino, ma le norme anti pandemia ne hanno decretato la chiusura, per cui ci dirigiamo spediti verso la piazza che occupa il punto più alto del borgo coi monumenti più noti: il castello visconteo, il palazzo pretorio e soprattutto la collegiata dell’Assunta.

Questo notevole edificio romanico merita il viaggio fin qui per le sculture che esibisce. La chiesa volge le spalle alla piazza con un ricco sistema di quattro absidi semicircolari variamente decorate ed uno svettante campanile, mentre la severa facciata si alza su uno spazio secondario, quasi un cortile. Senza finestre prende luce da una piccola bifora che sembra evocare finalmente un medioevo autentico (ma è anch’essa di restauro). L’interno è in ombra, ma la luce scorre radente sulle sculture fantastiche dei capitelli del dodicesimo secolo: naturalistiche sulle colonne della navata sinistra, animate da viventi sulle colonne della navata destra.

Le scultura è più levigata nei rilievi del pulpito e dell’altare, che sfiorano la qualità delle opere del duomo di Fidenza. Una cappella barocca nella navata destra interrompe il ritmo romanico e lascia intendere che l’intera chiesa fosse stata intonacata nei secoli successivi al medioevo. Le pitture tardo gotiche della cappella di Santa Caterina d’Alessandria, accanto all’ingresso, sono il risultato di un ardito restauro del 1899, col quale i dipinti quattrocenteschi furono reinventati da un artista restauratore (Giuseppe Fei) in accordo col gusto di fine Ottocento. Qui è sorprendente l’iconografia capovolta del Cristo che regge in braccio la Vergine.

Qualcosa di analogo mi pare di vedere anche nella più antica lunetta romanica scolpita sul portale laterale (ma è una madonna, sebbene mascolina). Il museo diocesano cui si accede dal piccolo chiostro porticato accanto alla facciata è aperto al pubblico al prezzo di 3 Euro e cinquanta. Entriamo volentieri, non essendoci altri musei aperti in questo sabato, ma siamo gli unici a visitarlo. Mi immergo volentieri nel silenzio di un’istituzione votata alla conservazione del patrimonio religioso: croci astili, paramenti sacri, bei quadri che altrimenti sarebbero dispersi nei sottoscala o nei depositi di qualche antiquario intraprendente. Mi lascio stupire dal Cristo crocifisso, un bronzo di scuola antelamica proveniente dalla parrocchia di Vigolo Marchese dove faremo la nostra prossima tappa.

Ma prima di uscire da Castell’Arquato intercettiamo l’oratorio di San Giacomo, tardo cinquecentesco, con belle decorazioni di terracotta nel portale e le statue del monumento funebre di Sforza Sforza sistemate nel transetto destro. Ormai all’una raggiungiamo Vigolo Marchese serpeggiando per pochi chilometri in altre basse colline. Il complesso monumentale della chiesa e del battistero circolare giace nel fondovalle del torrente Chiavenna, a breve distanza dalla strada che piega a gomito davanti all’abside rifatta, mentre il campanile è un’antica torre poderosa. Il battistero rotondo di laterizi è il pezzo forte del complesso, con gli archi aggettanti di un falso portico: medievale ma estroso come riescono ad essere solo pochi monumenti della valle del Po.

Risaliamo l’ariosa valle del torrente Chiavenna fino a scivolare di nuovo nella valle dell’Arda a Lugagnano, quasi senza accorgercene, nelle aspre arenarie del Piacenziano. Risaliamo altri contrafforti collinari fino alla pietra nera che prende il nome da un affioramento ofiolitico nei pressi di Vernasca, per poi ridiscendere verso Vigoleno nella valle dello Stirone. Il castello di Vigoleno ha lo stile impeccabile dei borghi arancioni del Touring Club. Raccolto intorno ad una piazza centrale, offre in scala ridotta quello che ci si aspetta da un antico centro storico: un castello, nobili palazzi e la chiesa romanica di San Giorgio, che ha poco da invidiare alla sontuosa collegiata di Castell’Arquato. Sopra il portale della facciata il santo uccide il drago nella lunetta fra i due talamoni che reggono l’architrave.

Questo piccolo capolavoro di scultura romanica accoglie chi entra nella stretta navata centrale serrata fra due file di colonne, coi capitelli a rilievo, scolpiti dall’unica lama di luce del portale d’ingresso. Nel catino dell’abside campeggia un altro San Giorgio medievale dipinto su fondo rosso. Sculture sacre contemporanee in mostra permanente tendono agguati a chi si avventura nel buio delle navate laterali: sono i richiami trendy del turismo dei borghi, sempre in bilico fra consumo e tutela del patrimonio. All’ora di pranzo siamo gli unici visitatori che vagano qui intorno. Ci concediamo il tempo di indugiare nelle vie strette che cingono da dietro le absidi turrite, mentre nei ristoranti poco lontano risuonano le voci di chi è a tavola.

Incerti se sederci a tavola anche noi, o se mangiare velocemente un panino al bar, ripartiamo in auto verso Salsomaggiore. Sono ormai le due e mezzo quando ci si para davanti la fantasmagorica architettura delle terme Bezieri, che furono decorate dall’estro di Galileo Chini negli anni Venti del Novecento. Nel deserto urbano di questa ora incerta, senza gente in strada, rimaniamo fermi a guardare l’edificio come se fosse un tempio assiro caduto dal cielo. Proprio in piazza davanti all’ingresso troviamo aperto un bar elegante ma vuoto, quasi spettrale, in stile art deco, con un oste solitario dietro al banco che pare provenire da un’altra dimensione. Sguarnito solo in apparenza, sa offrire quanto basta per sfamarci col pretesto di un aperitivo.

Passeggiamo fra il piccolo centro storico di Salsomaggiore e la zona dei parchi, dove un grande lavoro di riqualificazione stradale ostacola la libertà dei nostri passi nei pressi dell’impianto termale più recente. I viali si rianimano con il traffico del sabato pomeriggio quando ripartiamo in automobile verso l’albergo che abbiamo prenotato in campagna sulla strada per Fidenza (Country house Le Querce). In attesa della cena ripartiamo alle cinque del pomeriggio diretti proprio a Fidenza per assistere alla messa prefestiva. Consapevoli delle restrizioni che fra poche ore precluderanno gli assembramenti davanti ai bar, tutti i venticinquemila abitanti di Fidenza sembrano essersi dati appuntamento in piazza mentre la luce del pomeriggio comincia a declinare.

Il centro urbano è ordinato e tutto sommato piacevole all’ora dell’aperitivo, ma non mostra edifici di pregio nel tratto urbano della via Emilia che lo attraversa da un capo all’altro. Più grande di un paese, più piccolo di una città, l’antico Borgo San Donnino diverge dall’antica cattedrale che si impone come un’eccellenza indiscussa dell’arte romanica nei pressi della porta occidentale, non lontano dal fiume Stirone che il santo attraversò a piedi dopo il martirio portando con sè la testa mozzata. E’ un racconto scolpito sui rilievi degli architravi e sui fregi disseminati nelle pareti della cattedrale, insieme alle storie del vecchio testamento, ai miti di Ercole e ai tralci d’uva che fioriscono nella pietra e danno vita allo spazio intorno.

Le sculture di Vigoleno e Castell’Arquato sono solo accenni, mentre nella cattedrale di Fidenza l’arte romanica si innalza ad un livello sinfonico. L’incompiutezza della facciata lascia aperto tuttavia il quesito di come sarebbe dovuta essere. Probabilmente i tempi della storia hanno reso obsoleto un cantiere secolare ripiegato su se stesso. L’intrico dei bassorilievi incastonati come tatuaggi fra i portali potrebbe essere l’indizio di una tensione musealizzante antica, che ha affiancato sullo stesso piano i frammenti di un progetto impossibile da compiere secondo il disegno originale. L’intensità della scultura ha impantanato l’architettura della facciata, ma non dell’abside, che venne compiuta sul finire del Duecento con un gioco di rimandi fra tensioni strutturali e linee decorative. Quasi ricorda il terzo stile pompeiano.

L’interno del duomo è ormai buio e lo percorriamo in fretta per raggiungere la cripta rischiarata dalle luci accese per l’imminente messa prefestiva. Fra le note di una delicata chitarra classica ci sediamo ad assistere alla celebrazione, protetti dalle basse volte e dalle forme fantastiche dei capitelli romanici. Rientriamo in hotel per la cena consentita ai soli ospiti della struttura alberghiera, indugiando a lungo nella sala da pranzo, alla dovuta distanza da altri clienti stravaganti fra cui spiccano i membri di un gruppo di “ricerca paranormale”. Domenica mattina dobbiamo rientrare velocemente verso il luogo di residenza, a causa dell’entrata in vigore di nuove norme anti pandemia, ma ci prendiamo il tempo per una passeggiata a piedi, non lontano dal luogo del pernottamento, dov’è il parco del fiume Stirone.

Sotto lo stesso cielo grigio che ci aveva accolto il giorno prima vediamo ancora protagonisti gli alberi spogli sulle rive scavate in profondità dallo Stirone, nelle argille e nelle arenarie plioceniche del Piacenziano. Dal parcheggio del centro visite seguiamo la segnaletica del percorso pedonale fino alle anse del fiume, giungendo in meno di un’ora alla pieve di San Nicomede, che raccoglie le spoglie di un martire taumaturgo del mal di testa. Il paesaggio ovattato invita ad andare più a fondo nello stato d’animo di questo ambiente anfibio, ma ormai siamo fuori legge, per cui velocizziamo il rientro a piedi sulla strada asfaltata fino al parcheggio.

Per pranzare non resta che un autogrill. Ormai sulla via del ritorno sostiamo nel ristorante dell’A14 “Pioppa Est”, dove il self-service offre ottimi piatti a prezzi convenienti. Non immaginavo che avrei trovato il massimo del conforto nei tortelli di un autogrill, in questa domenica di febbraio 2021.

(Lorenzo Aldini, 20-21 febbraio 2021. Con Giorgia a Castell’Arquato, Vigoleno, Salsomaggiore e Fidenza, infine a piedi nel parco dello Stirone)

Intorno al Monte Catria

Per la nostra uscita pre-natalizia con pernottamento e cena nella valle del Cesano, azzecchiamo per caso un pomeriggio feriale mite, dall’atmosfera sfumata tardo autunnale, con belle nuvole lucenti nel cielo del tramonto. Usciamo dall’autostrada a Fano e risaliamo il versante sud della valle del Metauro fino a Orciano di Pesaro, per vedere la bella chiesa rinascimentale di Santa Maria Novella, attribuita a Baccio Pontelli, entro le mura antiche del borgo.

Una porta spalancata ci accoglie nella penombra dell’interno, intatto, antico, vecchio, senza ripuliture inopportune, dai volumi ariosi e proporzionati come nella grande architettura fiorentina. Sono notevoli gli stucchi cinquecenteschi del Brandani e i due cori lignei nascosti nelle absidi, mentre i marmi scolpiti all’ingresso hanno lo stile delle note opere coeve di Urbino. Visto da dietro, il volume architettonico squadrato della chiesa di bei mattoni rossi si allunga verso il cielo nel profilo dei campanili al tempo stesso religiosi e civili, senza absidi circolari intese a dichiarare un legame esplicito con la tradizione ecclesiastica medievale.

Al crepuscolo ripartiamo dalla piazza dove abbiamo lasciato l’auto in sosta fra negozi e bar attardati ai modi degli anni Ottanta (un tuffo nella memoria che in Romagna non avrebbe diritto di cittadinanza). Col profilo di Mondavio sulla collina di fronte scendiamo nella successiva valle del Cesano, facendo sosta nel paese di San Lorenzo in Campo per un te caldo in un bar del centro. E’ già notte e a piedi saliamo fino al borgo intorno al castello, scendendo poi subito nell’abbazia di San Lorenzo, chiusa senza appello (anche se i tre numeri di telefono affissi all’ingresso alludono ad una forma di accoglienza).

Davanti alla fontana poco lontano mettiamo il naso in un’altra chiesetta che esibisce all’interno un bel presepe, con qualche opera d’arte sugli altari. Alle 18 è ormai tempo di ritirarci per la notte nell’Hotel Giardino, sulla strada per Pergola, dove ci attende una sontuosa cena. La mattina seguente (17.12.20) a Pergola passeggiamo lungo le vie del centro storico, non proprio deserto ma rarefatto, con molte case in vendita, dove la chiusura del museo dei bronzi dorati trascina con sé la chiusura di ogni altro edificio di interesse turistico.

Nessuna delle famose croci dipinte trecentesche è accessibile negli edifici religiosi rigorosamente chiusi. Possiamo entrare solo nella piccola chiesa di Sant’Andrea sotto la torre civica rifatta, dove all’interno vediamole due belle pale d’altare di gusto veneto seicentesco (di Palma il Giovane nel presbiterio; di Claudio Ridolfi nell’altare a sinistra). Negozi antiquati restano aperti ad aspettare sparuti clienti nel corso, farmacie, librerie, barbieri con le insegne art decò: vecchi gestori, proprietari con gli occhi malinconici in attesa dell’ultimo sospiro della stagione, di là dalle vetrine incorniciate di legno scuro.

Dopo le undici ripartiamo da Pergola in direzione del Monte Catria, ma la via che raggiunge Fonte Avellana dalla gola di Monterosso è sbarrata dopo Bellisio Solfare. Retrocediamo sulla strada di Frontone e prima di raggiungere Serra Sant’Abbondio deviamo verso Caprile, alla base della cabinovia di monte Acuto, pronta a servire stagioni sciistiche d’altri momenti. Fermata l’auto, percorriamo a piedi alcuni tornanti dello stradello che sale ripido le pendici di monte Acuto fin dove il panorama si allarga verso Frontone, quanto basta per recuperare la prospettiva della cima innevata sopra la cabinovia immobile.

La sosta successiva la facciamo a Serra Sant’Abbondio, dove il centro abitato è già deserto dopo il misero mercato ambulante del giovedì mattina, solo qualche gatto sotto il cielo grigio, con una striscia di azzurro che emerge all’orizzonte. In tanta desolazione temiamo di non trovare un posto per mangiare, ma ci sbagliamo, perché sulla strada per Fonte Avellana ci si para davanti la splendida trattoria Le Cafanne accanto al torrente, un’apparizione che materializza il desiderio di salumi e tartufo: pochi commensali, un giovane cameriere e l’anziano padrone che pranza da solo nel tavolo accanto alla cassa (con la moglie in cucina).

A Fonte Avellana il cielo si schiarisce e torna ad assomigliare a quello del pomeriggio precedente, coi toni ancora più intensi. Nel piazzale dell’eremo non c’è nessuno, ma all’ingresso della chiesa conventuale un operaio su un ponteggio ci invita ad entrare, dice d’essere amico dei frati e di trascorrere d’abitudine lunghi periodi all’eremo dove svolge piccoli interventi edilizi. Parla di spiritualità, di silenzi e di vita presente da cogliere senza inutili distrazioni. Entriamo nella chiesa trecentesca dall’alta volta acuta, già cupa alle due del pomeriggio, e scendiamo nella vasta cripta senza colonnine, luogo di meditazione.

Ripartiamo in auto verso le tre e circumnavighiamo la cima del Catria come se fosse un’isola, passando da Sitria, dalla gola di Fossara e da Chiaserna, fra marche e umbria. A Cantiano riprendiamo la via Flaminia, ma prima di fermarci a Cagli saliamo a Monte Martello per vedere l’insolita chiesa rinascimentale della Madonna delle Stelle in un luogo sperduto aperto sui panorami più belli del Catria, di Monte Acuto e di Monte Petrano che disegnano i loro profili scuri nel cielo del tramonto. Questo santuario a croce greca, già attribuito a Francesco di Giorgio Martini, si trova ai limiti della civiltà ed è bello proprio per questo, nel luogo di un’antica apparizione.

Non si può entrare (l’interno è sconsacrato) ma le lunghe finestre gotiche e il fregio del cornicione parlano la lingua aulica dell’architettura principesca, nonostante l’aspetto trasandato del contesto. Percorriamo a ritroso la strada che ci ha portato fin qui e scendiamo a Cagli per un’ultima passeggiata in questo centro urbano assai vivace con le luci di un grande albero di Natale in piazza. Rientriamo a casa all’ora di cena, dopo aver temuto di rimanere a piedi a causa della batteria dell’auto che decide di non dar più segno di vita davanti al teatro di Cagli. Fortunati (anzi graziati) che il guasto non si sia manifestato al cospetto della Madonna delle Stelle…

(Lorenzo Aldini, 16 e 17 dicembre 2020. Con Giorgia intorno al Monte Catria)

Pisa, oltre la torre

Dalle colline intorno a Casciana Terme scendiamo a Pisa una domenica mattina di settembre. Ha smesso di piovere, il cielo si schiarisce e l’aria torna a scaldarsi, ma il meteo annuncia ancora acquazzoni per il pomeriggio. Parcheggiamo sulla riva sinistra dell’Arno nei pressi della fortezza nuova e a piedi raggiungiamo il museo nazionale di San Matteo, dove però gli ingressi sono ad orari fissi: quello delle undici e mezzo ci farebbe perdere le ore centrali della mattinata in una lunga attesa.

Passiamo oltre e procediamo a piedi lungo le vie del centro storico, fra belle facciate di chiese romaniche -San Pietro in Vincoli, San Michele in borgo- e i portici di Borgo Stretto, a zig zag fino alla piazza di San Francesco e fino al grande giardino alberato con la statua del Granduca Leopoldo nei pressi di Santa Caterina. Ci fermiamo in questa chiesa trecentesca che è aperta in attesa delle messe domenicali, dove troviamo belle sculture di scuola Pisana e alcune pale d’altare.

Dopo un caffé in tarda mattinata arriviamo in Piazza dei Miracoli già invasa dalla folla chiassosa di turisti e cominciamo la visita dal monumentale camposanto. L’itinerario si snoda nei quattro bracci del portico su tre diversi piani di classicità: l’interpretazione gotica dei canoni antichi alla fine del medioevo fa da contenitore a un’eccezionale raccolta di sarcofagi romani lungo le pareti, mescolati a sepolcri e cenotafi ottocenteschi decorati da bei rilievi neoclassici.

Gli affreschi medievali recuperati dalle distruzioni belliche fanno intuire lo splendore del progetto originale, di cui possiamo apprezzare oggi solo una pallida eco nelle scene apocalittiche di Buffalmacco. Entriamo nel duomo dall’ingresso posteriore e andiamo a sederci davanti al pulpito di Giovanni Pisano per la messa delle 12 e 30 celebrata sotto il grande mosaico absidale del Cristo. Al termine abbiamo il tempo di dare una rapida occhiata alle opere d’arte prima che si aprano le porte ai turisti.

Terminiamo il tour di piazza dei Miracoli entrando nel Battistero, che contiene l’altro pulpito di Nicola, antefatto delle più movimentate sculture di Giovanni che abbiamo visto al termine della messa in Duomo. Ormai alle due prendiamo posto in una trattoria del centro che ci attira con una splendida ribollita. Dopo pranzo ci immergiamo nel vicino orto botanico che sorprende con gli alberi maestosi di un giardino incastonato nel cuore del centro storico a due passi dalla torre pendente.

Non è la stagione giusta per apprezzarne la fioritura ma l’atmosfera è quella magica delle antiche opere dello studio pisano, giunte a noi quasi intatte. Ci soffermiamo qualche minuto nel piccolo museo storico annesso al giardino mentre si scatena il temporale annunciato fin dal mattino. In pochi passi con l’ombrello ci dirigiamo spediti verso la tappa successiva della giornata: il museo delle navi antiche, nei locali dell’arsenale divenuto scuderia granducale. Non immaginavo quanto fosse affascinate questo luogo e di che qualità fosse l’esposizione scaturita da un progetto di Salvatore Settis.

Le navi ricomposte in un grande spazio adatto ai reperti rievocano cinque secoli di navigazione antica nelle acque lagunari del porto pisano. I loro carichi esposti nelle sale del museo ricostruiscono la storia romana e la storia degli scavi condotti in vent’anni di lavoro da un’equipe interdisciplinare che ha le carte in regola per fare scuola in Italia e nel mondo. Fra gli archeologi addetti alla custodia e alla valorizzazione incontriamo Andrea Incorvaia, che si ferma a parlare con noi chiarendo presupposti e scopi della raccolta.

Questa esposizione permanente rincuora sul futuro dei musei e dimostra che le collezioni archeologiche non sono superate. L’orchestra giovanile toscana fa eco da una sala vicina, con le prove di un concerto beethoveniano, e riscalda l’atmosfera del pomeriggio domenicale. Quasi non sembra d’essere in Italia. Alle sei del pomeriggio ce ne andiamo felici e risollevati lungo la riva sinistra dell’Arno, passando accanto alla chiesetta di Santa Maria della Spina ricamata di guglie gotiche.

Al tramonto rientriamo in automobile nelle colline di Casciana Terme, limpide dopo la pioggia, evitando le strade di grande comunicazione.

(Lorenzo Aldini, domenica 20.09.20. Con Giorgia a Pisa)

Archeologie del Delta

In una giornata feriale d’agosto non troppo calda ma limpida e ventilata scegliamo due musei del delta padano, aperti con orari ridotti anche nell’estate del Covid. Arriviamo alle dieci del mattino in prossimità dell’alta ciminiera di Ca’ Vendramin che fa da cornice ad un importante centro di documentazione della bonifica dell’isola di Ariano, gestito da una fondazione ed ospitato nei locali dell’ex idrovora fra i rami deltizi del Po di Goro e del Po di Gnocca.

L’ingresso della biglietteria è in una dependance che appartiene comunque al complesso originale della grande idrovora. Solo dopo aver attraversato un’esposizione permanente fitta di pannelli fotografici possiamo accedere al corpo principale del fabbricato che ospita ancora le officine, le caldaie e le pompe di sollevamento delle acque, risalente ai primi anni del Novecento. Le macchine nere polverose hanno l’aria delle cose ormai inutili e le acque sono state dirottate altrove, ma le pompe di sollevamento mostrano ancora i doppi meccanismi per il collegamento all’energia elettrica e a quella del vapore.

Inattivo da cinquant’anni, questo impianto è un bell’esempio di museo industriale, ma non riesce fino in fondo a ridestare il senso della funzionalità originaria del luogo. Le didascalie forniscono informazioni dettagliate e illustrano bene la querelle intorno al consumo di carbone negli anni della prima guerra mondiale, per cui fu predisposta fin dal 1920 la rete elettrica per un approvvigionamento energetico alternativo a quello della centrale a carbone. E’ stupendo il quadro elettrico realizzato sul marmo degli anni Venti, che sembra uscito dal laboratorio del dott. Frankenstein.

Nei dettagliatissimi pannelli didascalici di due mostre permanenti la fondazione Ca’ Vendramin rende disponibili alcuni documenti della storia della bonifica dell’isola di Ariano culminata nell’opera di Antonio Zecchettin: dai primi disegni del Settecento fino alle alluvioni ed ai problemi legati alla subsidenza e all’estrazione del metano nel secondo dopoguerra. Tuttavia da un museo del Novecento ci saremmo aspettati qualche supporto multimediale in più.

Alcuni filmati distribuiti nelle diverse sezione dell’esposizione avrebbero aiutato a comprendere meglio questi contenuti che risultano molto densi ed impegnativi anche per un pubblico colto. Nel complesso l’itinerario di visita si snoda negli interni ma trascura la visita dell’esterno, dove il percorso archeologico industriale dovrebbe avere necessario compimento all’aria aperta, in relazione alle antiche canalizzazioni delle acque.

Senza uscire dall’isola di Ariano, superata la Romea sulla strada per Adria ormai all’una facciamo sosta nella trattoria di San Basilio, davanti all’antica pieve, per un pranzo sobrio e saporito del menù fisso di un giorno lavorativo. Ci tratteniamo a parlare animatamente al fresco dell’aria condizionata del ristorante fin oltre le due e mezzo, poi proseguiamo verso Adria e raggiungiamo subito il museo archeologico, lasciando l’auto in sosta all’ombra del recinto alberato del museo. L’edificio costruito dall’architetto Giambattista Scarpari intorno al 1960 nel cuore di un bel giardino con alberi d’alto fusto ha l’aria di una fondazione americana, ma la trascuratezza del contesto lo fa sembrare figlio di una civiltà in liquidazione.

Siamo quasi gli unici visitatori di questo pomeriggio estivo (nelle sale incontriamo solo una nonna a passeggio coi nipoti) e abbiamo il tempo di immergerci nelle raccolte archeologiche, che descrivono le vicende di quest’area alto adriatica dalla protostoria fino all’età bizantina (e a San Basilio), attraverso i contesti funerari di necropoli scavate nella seconda metà del Novecento, miscelati coi manufatti del collezionista ottocentesco Francesco Antonio Bocchi, che ancora oggi lasciano a bocca aperta soprattutto per il pregio estetico delle serie di terracotte e di vetri collocati in espositori mozzafiato.

I contesti funerari variano attraverso il tempo ma mostrano interessanti convivenze di diverse pratiche di sepoltura, inumazioni e cremazioni, corredi ricchi accanto ad altri più poveri, solo in parte interpretabili come espressioni di diverse classi sociali. Per spiegare questa grande varietà si fa riferimento al multiculturalismo dell’antico porto di Adria dove commerciavano genti di tradizione continentale con altre di provenienza mediterranea: un multiculturalismo tutt’altro che scontato, se si pensa al quasi coevo porto di Spina, dove i corredi funerari rispecchiano invece un conformismo che rasenta la monotonia.

Nelle vetrine dell’ultimo allestimento del 2004, un po’ troppo scure ed ingombranti, vediamo i corredi delle diverse necropoli allestite in ordine cronologico e possiamo distinguere le ceramiche di fattura locale (alto adriatica) da quelle di importazione etrusca (volterrana) e dalle altre di origine greca, di forma più raffinata, corinzie le più antiche, oppure a figure nere e a figure rosse.

La sezione romana ospita accanto ai corredi funerari molte iscrizioni latine ed un notevole cippo della via Popilia, in origine collocato al trentesimo miglio, che riaccende le domande mai risolte sull’antica viabilità alto adriatica. Dopo due ore di visita solitaria, di ritorno all’ingresso abbiamo l’onore di essere ricevuti dalla direttrice del museo (Alberta Facchi) che è stata informata della nostra presenza (si presume qualificata) dal personale di custodia. Ormai senza turisti, il museo di Adria si mantiene in vita grazie alle scuole del territorio.

Proprio in relazione alle esigenze scolastiche (e non a quelle dei viaggiatori) è stato modellato l’ultimo allestimento degli anni duemila. Con la direttrice parliamo dei mitici depositi del museo di Adria e della penuria di personale di custodia spaventato dal COVID, che impone orari di apertura ridotti al solo pomeriggio. Prima di congedarci ci vengono aperte le porte di un laboratorio sensoriale, dove agli studenti è concesso di maneggiare gli antichi reperti. Anche noi impariamo a conoscere col tatto le raffinate ceramiche greche e a distinguerle da quelle italiche. Ripartiamo da Adria alle sette di sera, dopo una birra e dopo una lunga passeggiata fino al duomo.

(Lorenzo Aldini, 20.08.2020. Con Paolo Branzaglia nel museo della bonifica di Cà Vendramin e nel museo archeologico di Adria).

Solarolo e Bagnara di Romagna

In questo mese di giugno dal clima variabile, sotto un bel cielo movimentato come nei paesaggi atlantici, di domenica pomeriggio visitiamo due borghi murati nella campagna della bassa Romagna, fra Imola, Faenza e Lugo. Prima di arrivare a Solarolo raggiungiamo il Santuario della Salute, al di fuori del centro urbano al termine di un rettifilo ombreggiato di tigli.

L’alta costruzione settecentesca troneggia nella pianura soleggiata, non lontano dal raccordo autostradale della A14. Alle tre del pomeriggio la porta è aperta, con poche persone all’interno che recitano un rosario ormai giunto alla fine. Un manifesto affisso al portone annuncia la messa solenne celebrata di mattina, in suffragio delle vittime del COVID che anche in quest’angolo di Romagna ha mietuto le sue vittime. Sull’altare il ritratto approssimativo della madonna in una maiolica del Seicento è al centro della devozione come tre secoli fa, per chi è ancora vivo.

Gli intonaci chiari appaiono segnati da incrostazioni di umidità, ma le decorazioni barocche classicheggianti e le belle balaustre di pietra confermano l’antica solennità del luogo, che ha perso solo il campanile al termine del secondo conflitto mondiale. Nel cortile retrostante vediamo quattro campane (antiche?) appese ad una impalcatura, secondo una prassi in uso nelle chiese di campagna che subirono la menomazione del campanile a causa della guerra. Dopo settantacinque anni anche quell’impalcatura ha acquistato un valore storico.

Dal Santuario ci spostiamo nel centro abitato. Entriamo in piazza passando sotto la porta monumentale coronata di beccatelli sagomati secondo il gusto del tardo Cinquecento. In un giardino accanto resta solo il mozzicone della torre del castello, con una lapide che denuncia le distruzioni dell’aprile del 1945 ad opera degli ultimi tedeschi in ritirata. Il tessuto urbano è stato in gran parte ricostruito dopo quella data, ma conserva un equilibrio costruttivo che lo rende tutto sommato gradevole.

La piazza della chiesa parrocchiale è ariosa e metafisica come succede anche altrove in queste rarefatte tessiture urbane di pianura.  Raggiungiamo a piedi il prato che ha preso il posto del fossato sul lato sud delle mura del paese. Scarpate e torrioni si impongono ancora nel paesaggio, ben visibili a colpo d’occhio anche a distanza, solo in parte alterati dagli edifici che insistono internamente sul terraglio.

Da Solarolo a Bagnara la strada è breve: in meno di dieci minuti arriviamo nei pressi della rocca, dove alle 16 siamo attesi per una visita prenotata in anticipo, come richiesto dalle nuove procedure anti COVID. In rocca ci accoglie la giovane bibliotecaria di Bagnara che ha anche il compito di accompagnare i turisti attraverso le raccolte del nuovo museo, dove sono raccolti soprattutto materiali archeologici, un po’ persi fra i pannelli di una mostra permanente piuttosto ingombrante.

Qui vengono offerte informazioni sulla vita dei romani, sulle pievi e sull’incastellamento medievale.  Fra i reperti troviamo alcune testimonianze del Bronzo medio e recente, che la nostra guida riferisce sollecitamente alla tradizione delle terramare, mentre mancano le epoche successive del Bronzo finale e dell’Età del Ferro. L’età romana offre splendidi esempi di bronzi, statuette ed altri oggetti frutto di ritrovamenti sporadici (?) fra cui un bel volto in coroplastica.

Ma è l’alto medioevo a stupire maggiormente coi ritrovamenti dei Prati della Motta di sant’Andrea, fra i quali troviamo brocche di terracotta riferite al decimo secolo. Rievocando le gesta di Caterina Sforza, che ebbe Bagnara in feudo dal marito Riario, la giovane addetta ci conduce poi in visita al maschio del castello passando dal camminamento di ronda su cui è impostata una ariosa loggia tardocinquecentesca.

Del maschio vediamo solo il piano intermedio, sistemato ad uso delle scolaresche, perché le norme restrittive anti COVID vietano la salita e la discesa sui gradini dell’antica scala a chiocciola. Prima di ridiscendere nel cortile entriamo infine nell’altro torrione, il più piccolo, adibito a sede di rappresentanza del sindaco, dove trova posto una collezione di tele seicentesche.

Un tempo interamente adibita a sede del Municipio, la rocca di Bagnara conserva del Comune solo questo ambiente, oltre alla Sala del Consiglio che si affaccia sul cortile interno al piano terra.  Usciti dalla rocca, dopo un rapida occhiata alla parrocchiale antistante che contiene qualche opera d’arte (e dopo un’ottima granita al bar) cerchiamo quel che resta delle fortificazioni del borgo, percorrendo a piedi l’intero perimetro esterno delle mura.

L’unica porta antica appare fedelmente ricostruita dopo le distruzioni della guerra (mentre impariamo che il castello rimase intatto grazie all’eroica mediazione del parroco). Il perimetro rettangolare delle mura è un po’ più piccolo di quello di Solarolo, ma appare molto più intatto, di impronta cinquecentesca, coi torrioncini circolari agli angoli e i prati che coronano quasi per intero tre lati del quadrilatero.

Ripartiamo senza percorrere a ritroso la strada che ci ha condotti fin qui, ma deviando sul rettilineo che conduce al Santuario della Madonna del Soccorso, bella architettura settecentesca che replica le forme del Santuario di Solarolo, con le movenze del Settecento maturo, ad opera del celebre Cosimo Morelli. Il portone chiuso non ci consente di entrare, ma possiamo ammirare il profilo slanciato dell’esterno nel paesaggio agrario orizzontale, col sole che si abbassa fra campi gialli di grano e verdi di frumento.

E’  evidente l’emulazione del Santuario di Solarolo, non solo per la posizione e l’architettura, ma anche per l’effige della madonna col bambino su una ceramica approssimativa, migrata agli onori degli altari dopo essere stata collocata su una quercia nei pressi di una pozza d’acqua, per invocarne le grazie a metà del Settecento. Nella campagna luminosissima rientriamo in autostrada a Faenza alle sei e mezzo del pomeriggio.20200614_182904

(Lorenzo Aldini, 14 giugno 2020. A Solarolo e a Bagnara di Romagna con Paolo Branzaglia e Massimo Riva)

Intorno al Monte Carpegna

L’ultimo sabato di Febbraio alle 11 del mattino partiamo in auto da Savignano sul Rubicone, avendo in programma il giro del Monte Carpegna. E’ un itinerario classico delle vecchie guide rosse, che al suo interno dovrebbe includere anche San Leo. Ma noi faremo prima una divagazione a Talamello e poi un taglio, dal fondovalle del fiume Marecchia a Montecopiolo, lungo la strada di Soanne. Ci dirigiamo subito verso le colline lungo la viabilità secondaria.

A Ponte Verrucchio vediamo il greto del fiume Marecchia scavato in profondità come un torrente di montagna, a causa del cedimento della briglia che lo conteneva. Anche il ponte ne è interessato (a causa di un movimento franoso correlato) e lo si percorre in auto a senso unico alternato. Lasciamo il fondovalle per salire nel piccolo centro di Talamello. Parcheggiamo in piazza, accanto all’ingresso della trattoria Ambra, dove verso l’una pranziamo con qualche specialità:  gnocchetti al tartufo, carni e crostini misti. Ma prima abbiamo tutto il tempo per entrare nella chiesa-santuario di san Lorenzo, e vedere il famoso crocefisso ligneo trecentesco che fu attribuito a Giotto e a Giovanni da Rimini, mentre ora si tende ad ascriverlo genericamente alla “scuola riminese trecentesca”.

E’ intatto anche nei riquadri di contorno e tutto sommato in buono stato di conservazione, con qualche lacuna del colore. Il cristo è piuttosto chiaro, meno tormentato di altri crocifissi coevi a Urbania e a Mercatello. Il santuario di Talamello è un luogo di culto frequentato dai fedeli anche nei giorni feriali. Nella cappella del Sacramento si staglia una copia fotografica del crocefisso, che si vede da vicino meglio dell’originale che è appeso in alto nell’abside principale. Usciti dalla chiesa, attraversiamo il paese per dirigerci verso la cappella del cimitero che conserva all’interno i noti affreschi di Antonio Alberti da Ferrara: un cancello impedisce l’ingresso alla cella, ma il portone di legno si apre ad una leggera pressione delle mani, consentendo un colpo d’occhio sull’annunciazione dipinta nella parete di fondo e sugli evangelisti nella volta a crociera.

Torniamo in piazza indugiando nelle vecchia viabilità stretta fra il borgo e il pendio dove sembra d’essere tornati indietro di settant’anni. Dopo pranzo riprendiamo l’auto per risalire ancora un po’ la Val Marecchia fino al bivio per Maciano, dove comincia la strada per Soanne e Montecopiolo. Prima del bivio dove la strada sembra tornare indietro, di lontano scorgiamo la lunetta di Santa Maria di Antico, con la madonna della misericordia scolpita nella pietra. Non ci fermiamo qui, ma una sosta la facciamo nei pressi del convento di Santa Maria dell’Oliva, poco prima di Maciano, dove i lavori di un cantiere non permettono di avvicinarsi all’abside, ma lasciano libero il bel prato davanti.

Scendiamo dall’auto per vedere da vicino il rosone ed il portale rinascimentale in pietra serena che reca incisa la data 1528, ma l’ingresso della chiesa è sigillato, come daltr’onde il chiostro, dove nessuno risponde al campanello. Ripartiamo e senza altre soste raggiungiamo Montecopiolo, sulla strada che risale il pendio e si allarga nelle ampie curve di un ambiente alpestre, in apparenza più alto dei mille metri effettivi di quota. Attraversiamo ma non ci fermiamo nel piccolo centro deserto di Soanne. A Montecopiolo parcheggiamo accanto alle casette di un bel quartiere di villeggiatura e percorriamo a piedi l’ultimo tratto di strada asfaltata fino ai resti del borgo e del castello, affacciato su un panorama mozzafiato, amplissimo verso l’Appennino centrale.

In lontananza vediamo stagliarsi i profili del Monte Nerone, del Catria e del Monte della Strega, fino al Conero e al Monte San Vicino. Nuvole offuscano l’orizzonte più lontano dove si sarebbero potuti scorgere i Sibillini. Camminiamo qua e là, commentando gli scarsi resti del villaggio e del castello, che sono sigillati da un recinto inespugnabile. Divaghiamo in osservazioni botaniche sulle piante e sui consorzi fra vegetali e insetti seguendo l’occhio del naturalista. Da Montecopiolo proseguiamo poi lungo la strada che cinge ad est il Carpegna lasciando a sinistra le diramazioni per Monte Cerignone e Macerata Feltria.

La sosta successiva è a Pietrarubbia, antica borgata di sasso dispersa in un pendio di rocce fantastiche tinte di rosso, che giustificano il nome della località, in un ampio orizzonte coronato a nord dalla cima del Carpegna. Il cielo cupo è percorso da nuvole mobilissime che liberano quasi per caso la luce orizzontale del sole ormai al tramonto. Proseguiamo il giro in senso orario, fiancheggiando la grande montagna di cui percepiamo ormai il respiro, come se fosse una creatura vivente. Alla nostra sinistra vediamo i resti del castello di Pietrarubbia e la vicina formazione rocciosa a forma di dito, un altro castello della natura.

Ormai alle porte del centro abitato che dà il nome al monte, deviamo verso Frontino, per fare una sosta nella pieve di Carpegna al tramonto. La chiesa è aperta, ma assolutamente buia, con una luce artificiale che illumina la piccola abside romanica, in fondo a quel che resta di una navata laterale. Le absidi sono la parte più antica della pieve, insieme al campanile, e mostrano tracce di decorazione romanica negli archetti stilizzati sotto il cornicione esterno. Ci fermiamo ad osservarle all’aperto, nel prato dietro la pieve, mentre il cielo si scurisce.

L’odore dell’incenso arriva fin qui: i monaci devono aver appena celebrato la messa nella loro cappella riservata. Ripartiamo dopo aver notato anche la macina da guado sulla quale è piantata la croce metallica, nel piazzale antistante la pieve, ma ci fermiamo di nuovo dopo pochi chilometri, davanti al grande Palazzo seicentesco dei Conti nel cuore del piccolo centro abitato di Carpegna: un luogo di fantasmi già da fuori, che fa supporre ambienti ancor più fantasmagorici al di là delle innumerevoli finestre chiuse, dove si intrecciano conservazione e degrado, lusso antico e decadenza.

E’ ormai sera ed è ora di rientrare a casa. Senza altre soste risaliamo il valico della Cantoniera e scendiamo verso Pennabilli in una Val Marecchia segnata dalle luci artificiali dei lampioni e dei centri abitati in lontananza.

(Lorenzo Aldini, 29.02.20. A Talamello con Eddi Bisulli, Paolo Branzaglia, Michelangelo Monti. Intorno al Carpegna anche con Massimo Riva)

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Gli scavi di Suasa e il museo di Castelleone

Fa ancora caldo l’ultimo sabato d’ottobre, quando andiamo finalmente a vedere gli scavi archeologici di Suasa e il museo di Castelleone, che raccoglie l’eredità del centro antico. Arriviamo alle tre del pomeriggio nei pressi del parco archeologico dove due addette del Consorzio Suasa attendono i visitatori all’aperto, sotto un sole pallido che conserva ancora un sapore estivo. La biglietteria è temporaneamente allestita sul lato settentrionale degli scavi, in attesa dei lavori di ristrutturazione del casale che vediamo in lontananza fra gli alberi, di là dal recinto meridionale.

Prima di entrare nella Domus dei Coiedi, la guida ci accompagna attraverso la storia del centro antico di Suasa, che sorse nella valle del fiume Cesano dopo la battaglia del Sentino e fu prefettura romana prima di diventare municipio nel primo secolo avanti Cristo. Le evidenze archeologiche non hanno finora restituito tracce significative di edifici pubblici né di templi imperiali. I due tempietti d’età repubblicana, di cui restano i basamenti in prossimità dell’ingresso dove siamo entrati, risultano riassorbiti dalla successiva edilizia del foro d’età imperiale.

L’area ancora da esplorare può riservare altre scoperte, come dimostrano le tracce di un tempio affiorate di recente durante i lavori di ristrutturazione del casale deĺla nuova biglietteria. Il vasto terrazzo fluviale a est del fiume Cesano è attraversato da un bel tratto di strada basolata, in linea col tracciato della strada moderna deviata verso il fiume per far posto agli scavi. Il ripiano erboso è segnato dai muri perimetrali del grande foro rettangolare, affacciato sulla strada e porticato sui restanti tre lati. Dei muri del foro restano le fondazioni, ma i disegni ricostruttivi permettono di immaginare com’era.

Sull’altro lato della strada una vasta copertura metallica protegge la Domus dei Coiedi. La storia di questa grande abitazione urbana, la quale occupava un vasto settore centrale della città antica, racconta le vicende di Suasa dal primo sviluppo commerciale delle case prospicienti il foro, al grande accorpamento realizzato dai Coiedi, funzionari imperiali divenuti quasi padroni della città fra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, fino alla crisi del terzo secolo e alla successiva timida ripresa del secolo successivo, quando la grande domus venne frazionata, in parte abbandonata, in parte riutilizzata come taberna. Gli scavi avviati trent’anni fa dall’università di Bologna hanno esplorato anche la stratigrafia tardo-antica delle fasi di abbandono, da cui è emersa la presenza di bivacchi occasionali nei vani della domus affacciati sulla strada.

Il pavimento a mattonelle esagonali, caratteristico della più antica fase edilizia d’età repubblicana, appare maggiormente deteriorato (quasi frantumato) nell’atrio che si affaccia sulla strada, che maggiormente ha subito i riutilizzi successivi, mentre i pavimenti di marmo ed i mosaici più belli – divenuti simbolo turistico della domus dei Coiedi – si sono conservati quasi intatti, tutt’al più deformati dalla subsidenza, in stanze lontane dalla via di traffico, inutilizzate dopo l’abbandono della città.

Questi pavimenti musivi offrono un repertorio in parte geometrico, in parte figurato, di grande raffinatezza, giocato sui toni di grigio e di rosa in poche varianti cromatiche che movimentano il disegno con spunti illusionistici. L’aspetto decorativo prevale quasi sempre sulle figure, allusive di miti, di maschere e di dei, alle quali è riservata una posizione al centro delle stanze. Le tracce di restauri approssimativi con tessere di reimpiego affiorano un po’ ovunque e testimoniano la lunga vita (e la lunga fase di decadenza) della domus.

Un grande pavimento in opus sectile rompe l’omogeneità del tessuto musivo e forse testimonia un rifacimento successivo al primo impianto d’età imperiale, mentre l’unico mosaico veramente policromo, a soggetto marino, risale ad un rifacimento di terzo secolo, realizzato dopo il frazionamento della domus e riferibile probabilmente ad una corporazione di mercanti di sale.

Le diverse fasi costruttive non sono sempre facili da decifrare nell’intrico dei muri che separano i vani d’epoca diversa, costruiti a quote differenti. Soglie, gradini, corridoi di servizio rendono la disposizione degli ambienti piuttosto simile ad un labirinto, per cui gli archeologi continuano a fare supposizioni senza trovare certezze. Fra le pareti sussistono tracce di muri più poveri, realizzati fin dall’origine in terra battuta e intonacati.

Terminata la visita della domus dei Coiedi, proseguiamo l’itinerario degli scavi senza scostarci troppo dai sentieri segnalati, per evitare d’essere richiamati dal capo archeologo che ci sta osservando da lontano. Il percorso turistico è ancora in fase di allestimento, ma consente di avere un’idea abbastanza completa dei principali ritrovamenti. Notiamo il mosaico con la cinta muraria, nella casa d’età repubblicana che si estende lunga e stretta, adiacente alla domus dei Coiedi. La tettoia che la ricopre è un’opera poderosa costruita in anni recenti, mentre il lungo corridoio di cemento ha un impatto forse eccessivo, di cui il patrimonio archeologico avrebbe volentieri fatto a meno.

Terminata la visita dell’area del foro, prima di raggiungere il museo di Castelleone risaliamo di poco il pendio in direzione dell’anfiteatro, mentre il sole comincia a declinare. Fino al 1988 l’anfiteatro costituiva l’unico monumento di Suasa: senza interventi di valorizzazione turistica, il perimetro ellittico di queste rovine emergeva fra gli alberi, i campi ed i pascoli in paesaggio affascinante, degno degli antichi viaggiatori del Grand Tour. I colori del tramonto autunnale restituiscono a questo paesaggio il sapore di un viaggio nel tempo fra rovine e querce secolari. La cavea liberata dalla terra definisce un’area ellittica dove d’estate si svolgono spettacoli teatrali.

Non sarebbe consentito, ma il capo archeologo ci invita a raggiungerlo fra le rovine dell’anfiteatro dove sta effettuando alcuni lavori di manutenzione. Dice che questo monumento risale all’inizio del primo secolo dopo Cristo e risulta in gran parte scavato nel pendio. Mancano deambulatori sotterranei e decorazioni nel perimetro esterno, ma due corridoi immettono longitudinalmente nell’arena, mentre altre gallerie trasversali permettevano in origine l’accesso alle gradinate. La struttura complessiva è vasta ed essenziale: l’asse maggiore misura 99 metri, il minore 77.

Su una strada ripida e stretta che dall’anfiteatro risale il pendio raggiungiamo in auto Castelleone di Suasa. Il paese è molto animato di sabato, più di quanto ci si aspetterebbe da un’anagrafe di milleseicento abitanti. Lasciamo l’auto in sosta accanto ai portici del corso principale e raggiungiamo a piedi il bel Palazzo della Rovere che ospita il museo archeologico degli scavi di Suasa. Entrati nel piccolo cortile tardo cinquecentesco ci troviamo a passeggiare circondati da fregi di marmo, rilievi, steli e sculture dell’antica città romana, ordinate lungo il perimetro del cortile e sotto il portico d’ingresso.

Una rampa di gradini conduce al piano superiore, passando da un balcone porticato che anima dall’alto la bella architettura del cortile. Una lapide infissa alla parete del pianerottolo rievoca l’inizio delle ricerche della città antica ad opera di eruditi del XVI secolo. Nelle sale del piano nobile disposte su tre lati del cortile, il museo raccoglie i frutti delle campagne archeologiche condotte a Suasa a più riprese dalla fine degli anni Ottanta del Novecento: è il naturale completamento della visita degli scavi ed offre un saggio degli utensili e delle decorazioni rinvenute soprattutto nell’area della domus dei Coiedi.

La prima sala espone alle pareti gli straordinari intonaci dipinti, ricomposti con un paziente lavoro di restauro, che decoravano le pareti delle stesse domus di cui abbiamo visto i mosaici nell’area archeologica. Accanto ai frammenti scultorei più celebri, nelle sale successive troviamo ceramiche e strumenti relativi alle diverse fasi di sviluppo della città romana, con un apparato didascalico che connette i vari manufatti alle rotte commerciali ed ai centri di produzione.

Nella sala d’angolo, che raccoglie i reperti più antichi della fase d’età repubblicana, stupisce la vera del pozzo in terracotta. Qui troviamo interessante anche la descrizione dei capitelli corinzi-italici del secondo secolo dopo cristo. Le sale successive sono dedicate alle fasi più recenti della storia romana. L’allestimento delle vetrine è ovunque chiaro, nè troppo carico, nè troppo scarno. I reperti sono sempre in relazione con i pannelli didascalici, dettagliati ma leggibili, ed arricchiti da disegni che aiutano a visualizzare i contenuti. E’ evidente il miglioramento dell’esposizione rispetto a qualche anno fa.

Mentre osserviamo il plastico ricostruttivo dell’anfiteatro, alle nostre spalle ricompare il capo archeologo di ritorno dagli impegni del pomeriggio, il quale ci accompagna volentieri attraverso le ultime sale del museo, dove sono in mostra le singolari urne cinerarie con funzione di cippo, ritrovamenti fra i più significativi delle necropoli suburbane di Suasa. Altre iscrizioni ben conservate consentono di ricostruire le dimensioni di un recinto funerario. Le ultimissime sale del museo espongono i resti di altri siti archeologici più antichi ed ampliano la prospettiva verso la preistoria. Prima di congedarci, abbiamo infine l’opportunità di entrare nel laboratorio annesso al museo, dove sono in corso i restauri del corredo funerario del principe guerriero di Corinaldo trovato nel 2018. Di solito non è consentito al pubblico, ma la porta del laboratorio si apre grazie al rapporto di stima professionale che lega il capo archeologo del consorzio Suasa ad uno di noi. Dopo aver ricordato le campagne di scavo estive a Suasa negli anni dell’Università, ci congediamo con un pizzico di nostalgia per la magia di quei tempi e per le suggestioni che questo bel pomeriggio d’ottobre è riuscito a rievocare. Prima di rientrare a casa in autostrada di sera tardi, prolunghiamo la conversazione a cena nel ristorante 7 archi di Mondolfo, fra gli assaggi di un ottimo menù di pesce.

(Lorenzo Aldini, 26.10.19. A Suasa con Paolo Branzaglia, Giovanni Manucci, Michelangelo Monti e con la straordinaria apparizione del capo archeologo Mirco Zaccaria)

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Antichità nell’alta valle del fiume Foglia

L’ultimo sabato di vacanza approfittiamo del cielo sereno per salire il valico di Montecopiolo e ridiscendere nell’alta valle del fiume Foglia, per vedere i resti romani di Macerata Feltria e di Sestino. Nella prima delle due località arriviamo alle dieci del mattino e dopo il solito caffè di rito in piazza facciamo visita alla vicina chiesa di San Michele, che custodisce il celebre crocefisso tardo gotico di Carlo da Camerino firmato e datato 1396. L’iconografia del Cristo qui si rifà alla precedente tradizione riminese ma la rielabora in modo più movimentato ed espressivo, preludio del primo rinascimento adriatico.

Per entrare nel museo archeologico ci rivolgiamo ai ragazzi della Pro Loco che fino a metà settembre presidiano di sabato l’ufficio turistico di Macerata Feltria. Accompagnati da un giovane silenzioso saliamo lentamente la via che supera il torrente Apsa e conduce al palazzo del podestà, in posizione eminente fra l’arco di accesso al borgo e la torre antica che lo sovrasta nel punto più alto. Dal 1995 il museo archeologico è ospitato in otto sale di questo palazzo che dedica ampio spazio alla città romana di Pitinum Pisaurense, situata alle porte dell’attuale centro di Macerata Feltria, nel terrazzo fluviale dov’è anche la pieve di San Cassiano.

L’itinerario di visita del museo prende avvio con una ricca esposizione preistorica di pietre scheggiate paleolitiche e neolitiche raccolte in superficie da collezionisti che ne hanno fatto dono al museo con intenti sia didattici che di conservazione. Le vetrine sembrano un po’ datate ma l’allestimento è molto chiaro ed offre un bel catalogo della produzione di utensili preistorici, avendo come riferimento topografico il territorio del Montefeltro dalla valle del Foglia fino a San Leo.

Anche le sezioni relative all’età del bronzo e del ferro danno l’idea di quanto sia stata capillare e continuativa la frequentazione di questo territorio ancor prima dell’arrivo dei romani. Le sale successive dedicate alla colonizzazione romana offrono un bella raccolta di manufatti rinvenuti nell’area dell’antica città di Pitinum Pisaurense.

Troviamo qui alcune iscrizioni simili ad altre esposte nel museo di Urbino, vasellame e oggetti in vetro, frammenti di intonaco e notevoli decorazioni architettoniche (molte in terracotta, alcune in marmo) riferibili all’età repubblicana o alla successiva età augustea, quando Pitinum Pisaurense come altri municipi della Sesta regione andò incontro ad importanti opere di rinnovamento.

La raccolta archeologica propone anche una ricca sezione medievale e moderna che espone un bel campionario di ceramica in un paio di sale già utilizzate come carcere e che conservano le basse porte di accesso alle celle. Terminata la visita a mezzogiorno, il giovane silenzioso ci accompagna verso la sezione paleontologica ospitata nella torre civica che raggiungiamo a piedi proseguendo in salita la via del centro storico. Nonostante i lodevoli intenti didattici che hanno permesso di allestire in modo chiaro e didascalico le collezioni di Arnaldo e Gino Rinaldi nei piani interni della torre, l’aria di chiuso dimostra l’inconsistenza del pubblico estivo, senza le scolaresche che di tanto in tanto nella stagione fredda vengono ad animare le raccolte. La collezione Rinaldi è importante perché riguarda questo territorio e rispecchia l’azione di un collezionista raccoglitore nell’arco di un’intera vita.

Allo scoccare del mezzodì sentiamo i rintocchi della campana inaccessibile nel piano più alto della torre. Senza poter ammirare il vasto panorama visibile di lassù, ci congediamo dal giovane silenzioso che nel frattempo si è fatto raggiungere da una giovane fidanzata, materializzata come per incanto fra le vecchie mura del borgo. Torniamo a valle nella parte nuova dell’abitato passando davanti alla facciata gotica della chiesa di San Francesco, trasformata in abitazione, per la quale Carlo da Camerino aveva dipinto il famoso crocefisso del 1396. Di nuovo al parcheggio, ripartiamo in automobile per vedere il sito dell’antica Pitinum, un chilometro a monte del centro moderno. L’area pianeggiante del terrazzo fluviale è segnalata da cartelli turistici, ma poco resta da vedere sotto le tettoie ingombranti che proteggono basse murature in sasso. Raggiungiamo la pieve di San Cassiano intorno alla quale sussistono resti significativi di basolati stradali sotto imponenti tettoie contemporanee, forse eccessive per l’esiguità dei resti che proteggono.

La chiesa non è aperta e non ci resta che cogliere un’impressione del vetusto edificio girando attorno ai muri esterni e leggendone la mappa in una grande pannello didascalico allestito nel piazzale antistante. In cerca di un ristorante dove fermarci a pranzo ci dirigiamo verso l’alta valle del fiume Foglia ma, prima di allontanarci, in via Battelli a Macerata Feltria rintracciamo quasi per caso il palazzo Antimi Clari, che appartenne ai primi collezionisti di antichità classiche di Pitinum e conserva ancora qualche cimelio romano murato nell’androne d’ingresso (probabilmente qualcosa anche ai piani superiori).

Diretti a Sestino troviamo a metà strada un bar-ristorante a Piandimeleto, adatto alle nostre esigenze, dove sostiamo per un pranzo veloce indugiando tuttavia su un dolce tipico chiamato bustrengo. Ripartiamo senza perdere tempo perché alle tre del pomeriggio abbiamo appuntamento con il signor Luciano che ci deve accompagnare in visita nelle raccolte archeologiche di Sestino, singolare municipio romano d’altura, defilato dalle principali vie di traffico ma al centro di una fitta rete di scambi ai piedi di crinali boscosi. La presenza di una raffinata classe di notabili della prima età imperiale è documentata dai numerosi cippi iscritti nella pietra calcare e dall’apparato scultoreo di marmi pregiatissimi, che sarebbero sorprendenti anche in una grande città.

La posizione marginale del municipio può aver aiutato la conservazione di questo materiale, franato ed occultato lungo i pendii di Sestino negli anni della crisi tardo-antica. Il signor Luciano ci accoglie col gilé giallo fluorescente della Misericordia di cui è volontario, dedicandoci tutto il tempo necessario per la mostra permanente del centro visite, dove vediamo la riproduzione della grande moneta etrusca rettangolare ed il noto glirario, grande vaso di terracotta utilizzato dai Romani per l’allevamento dei ghiri. Usciti all’esterno, nell’edificio retrostante, l’ultimo ad essere stato allestito all’inizio degli anni duemila, scopriamo l’apparato scultoreo: frammenti cospicui di divinità, fra cui la sorprendente Venere di marmo lunense, ritratti a tutto tondo di notabili del luogo che decoravano monumenti funerari.

Infine al centro della sala vediamo l’ormai celebre tempietto circolare ricomposto coi marmi ritrovati nei terreni scoscesi di Sestino e interpretato come edicola di un sepolcro d’età augustea. L’allestimento molto curato offre prospettive di forte suggestione. Ma tutto questo interesse verso i marmi distoglie l’attenzione dagli oggetti d’uso comune (come il vasellame) che nel museo di Sestino non trovano adeguato spazio espositivo. Proseguiamo la visita passando infine nell’edificio del vecchio antiquarium, accanto alla pieve, dove tutt’ora è sistemata la ricchissima collezione di cippi e di lapidi d’età romana imperiale, per le quali Sestino divenne un centro di primo piano per gli studiosi di epigrafia classica fin dagli esordi di questa disciplina.

Visitare in successione i tre edifici che raccolgono l’eredità archeologica di Sestino significa salire gradualmente verso la pieve medievale, sorta nel luogo dell’antica curia romana. Terminiamo la visita all’interno della chiesa, dove nell’abside è appeso un bel crocefisso gotico di scuola riminese riferito alla metà del trecento, cioè ad un’epoca intermedia fra gli esordi di questa scuola e gli sviluppi successivi d’età tardogotica, di cui resta ignoto l’autore. Altre opere d’arte decorano gli altari laterali, ma non ci soffermiamo su di esse. Scendiamo invece nella cripta che ci viene presentata come d’antichissima origine, addirittura altomedievale, con le volte a botte ancora intatte intersecate con maestria, ed un capitello inciso rozzamente in cima all’unica colonna al centro dell’abside.

Salutiamo il signor Luciano un po’ di fretta poco dopo le cinque del pomeriggio. Per rientrare in Romagna prendiamo una via diversa da quella dell’andata: facciamo un altro viaggio nel paesaggio, passando dal Sasso di Simone e da Sant’Agata Feltria, arrivando infine a Sarsina, come a voler congiungere idealmente nell’itinerario automobilistico i due municipi romani appenninici a noi più vicini -Sarsina e Sestino – entrambi carichi di rare memorie romane incise nella pietra.

(Lorenzo Aldini, 14 settembre 2019. A Macerata Feltria e a Sestino con Paolo Branzaglia, Giovanni Manucci, Michelangelo Monti)

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Culti antichi e recenti in Casentino

Bibbiena è un centro piccolo e accogliente, facile da raggiungere anche in automobile dopo le curve e il traffico della periferia, sulla strada che scende dai Mandrioli e poi risale di poco, fino alle mura rotondeggianti che cingono il poggio. Percorriamo in auto via Dovizi e poi a sinistra costeggiamo il palazzo comunale, chiuso da impalcature di lavori in corso, finché troviamo parcheggio sotto le possenti mura di Sant’Ippolito, che si affaccia in alto sopra di noi, su quelli che erano gli antichi spalti del castello. Percorriamo una ripida scala che porta davanti alla chiesa, raggiungendo poi piazza Tarlati dove sostiamo per un caffè sotto i portici, coi segni del castello evidenti nell’alta torre angolare.

 

Siamo a Bibbiena per vedere il museo archeologico del Casentino, ma prima di tuffarci nell’archeologia dedichiamo qualche minuto alle opere d’arte della chiesa di Sant’Ippolito, restaurata in modo esemplare nel 2016, come dice l’iscrizione ai piedi del presbiterio. La navata all’incrocio con il transetto è valorizzata da quattro archi ribassati, che allontanano l’edificio dalla percezione slanciata dell’arte gotica. Gli intonaci imbiancati di fresco fanno risaltare le opere d’arte sistemate come in una piccola pinacoteca. Sulla parete di fondo il polittico tardogotico di Bicci di Lorenzo (1435) brilla con le immagini dei santi ed altre storie vivaci entro cornici probabilmente intatte.

 

Sotto una teca nella parete destra della navata risalta il frammento centrale di un’altra tavola tardogotica, una madonna col bambino di Arcangelo di Cola da Camerino, affiancata da un’interessante croce dipinta trecentesca. Affreschi quattro-cinquecenteschi sono in evidenza entro nicchie ogivali nella parete sinistra della navata, mentre a destra nel transetto notiamo la bella madonna lignea duecentesca, con il bambino pure di legno ma rifatto in sostituzione dell’originale trafugato qualche decennio fa.

 

Di nuovo all’aperto, scendiamo la stessa scala da cui eravamo saliti e senza fretta percorriamo la strada che costeggia ad angolo il muro di sostegno della chiesa, dove si notano diverse fasi costruttive e l’aggiunta di contrafforti. Tornando indietro passiamo davanti all’oratorio di San Francesco e senza entrare diamo un’occhiata al ricco arredo settecentesco, visibile attraverso la vetrata all’ingresso, raggiungendo poi il museo, intralciato dai lavori in corso nell’adiacente palazzo comunale. Dal cortile passiamo alla biglietteria, dove ci accoglie una giovane addetta molto gentile e premurosa, che illustra l’offerta turistica.

 

Nella sezione didattica della preistoria -accanto ai fossili di denti e zanne pleistocenici- il paleolitico ed il neolitico sono indagati per mezzo di pietre lavorate che offrono evidenze continuative di insediamenti preistorici nelle alture fra l’Arno e l’Archiano, con la probabile presenza di un lago nella pianura alluvionale alla confluenza di questi corsi d’acqua. Mancano testimonianze della prima età dei metalli, mentre l’età del ferro è rappresentata dalle ceramiche di fattorie rustiche, che con il lusso etrusco condividono solo qualche rara suppellettile.

 

Al centro del museo troviamo le sale dedicate ai culti preromani, con alcuni resti del tempio di Socana e le statuette del Lago degli Idoli. Le vetrine con gli idoli di bronzo sono la vera attrazione turistica di questo museo: statuette alte non più di dieci centimetri, modellate in modo sommario ma espressivo, con le braccia larghe e le gambe  divaricate.

 

Neppure le statuette meglio rifinite esibiscono l’immagine tipica dell’offerente etrusco, bensì forme sinuose e arcaiche, all’incrocio di diverse tradizioni italiche. Più che un luogo di transito, questo laghetto sul monte Falterona doveva essere una meta di pellegrinaggio per ringraziare o chiedere grazia. Nella tradizione dei secoli successivi gli oggetti magici di questo culto si sarebbero chiamati ex-voto.

 

Le ultime due sale del museo raccolgono i resti di una villa romana scoperta nei pressi di Stia e rozzi bassorilievi medievali tratti dalle pievi del Casentino, commentati da un gran numero di pannelli didascalici fittissimi e da altri oggetti didattici. In relazione alla storia romana e medievale il museo perde la connotazione topografica e non manifesta la stessa chiarezza espositiva che sa proporre per le epoche precedenti.

 

Ultimata questa visita, prima di pranzo risaliamo via Dovizi fino alla chiesa di San Lorenzo, piuttosto buia anche nelle ore centrali della giornata, dove nelle prime cappelle laterali accanto al presbiterio, sotto luci che si accendono automaticamente prendono vita due belle robbiane invetriate: un compianto e una natività attribuite a Luca il giovane.  Dalla via centrale torniamo in breve a Piazza Tarlati, dove ci accomodiamo a pranzo nei tavolini all’aperto del bar Podestà, per mangiare ottimi antipasti, ribollita e pici. Di pomeriggio usciamo da Bibbiena diretti a Rassina e a Socana, dov’è la pieve edificata sui resti del santuario etrusco del quinto secolo avanti Cristo.

 

Qui nell’antichità doveva esserci un luogo di scambi commerciali al centro della valle casentinese. Non è possibile vedere l’interno della pieve, ma l’area archeologica retrostante è un luogo di grande fascino, che lascia ben immaginare la sedimentazione architettonica del tempio etrusco, della prima chiesa alto medievale e della successiva costruzione romanica che incombe come uno splendido volume architettonico insieme al campanile cilindrico ed esagonale. Il parco archeologico esibisce al centro la grande ara etrusca in ottimo stato di conservazione, sagomata con profonde gole secondo lo stile delle decorazioni architettoniche italiche pre-romane.

 

Da Socana saliamo poi fino a Castel Focognano, per assaporare il silenzio di un borgo d’altura cinto da antiche mura, su un poggio sospeso fra la valle casentinese e l’alta magia del Pratomagno. Qui ritrovo quasi per caso la piccola loggia del vecchio comune, con il forno per la panificazione e gli stemmi antichi alle pareti, come l’avevo vista trent’anni fa. Tornati in auto nei pressi di Bibbiena, deviamo verso il convento di Santa Maria del Sasso, dove nella luce calda del pomeriggio troviamo aperta la porta della chiesa ed anche l’ingresso del chiostro, notevole esempio di architettura rinascimentale.

 

La storia di questo Santuario rimanda ad una committenza domenicana fiorentina, sostenuta dal governo di Lorenzo de Medici e poi da Savonarola, del quale in chiesa troviamo raffigurato il volto dipinto. La forma semplice della facciata si integra armoniosamente con gli altri edifici del complesso, disposti in discesa nel declivio verso il torrente. Nel silenzio luminoso del chiostro, l’intonaco bianco incornicia su quattro lati le lunette di un ciclo votivo settecentesco, molto espressivo, didascalico, quasi fumettistico, come un catalogo dei miracoli di cui si è resa artefice la Madonna del Sasso: scampate alluvioni, guarigioni da ferite profonde o da cadute rovinose, per le quali la comunità monastica sembra rivendicare un ruolo di mediazione.

 

L’interno del Santuario è un complesso di quattro ambienti disposti su due piani: la chiesa principale esibisce all’incrocio dell’unica navata col transetto un leggiadro tempietto rinascimentale percorso da uno bel fregio robbiano. Nella penombra del transetto si intravvede una complessa tela di Jacopo Ligozzi. Da una porta retrostante è visibile il coro della clausura, con stalli cinquecenteschi e una grande tavola di fra Paolino da Pistoia, pittore domenicano che dipinse anche un’altra opera collocata nella parete sinistra della chiesa, di fronte ad una terracotta invetriata di Sante Buglioni (con una scena del Battista).

 

Una madonna affrescata da Bicci di Lorenzo è solo la prima delle immagini miracolose, salita agli onori degli altari per essersi salvata dall’incendio della prima chiesetta quattrocentesca e poi ricollocata al centro del nuovo edificio rinascimentale. Un’altra immagine ancor più miracolosa è la statua lignea della Madonna del Buio, nella cripta sottostante: miracolosa per i due ritorni a piedi dal centro di Bibbiena al Santuario, di notte, nell’anno 1522. Del movente che ispirò queste effigi, resta la storia di una bambina che vide la madonna (e una colomba) la vigilia di san Giovanni del 1347, presagio della peste dell’anno successivo, da cui Bibbiena rimase indenne.

 

Scendiamo infine al torrente per trovare la prospettiva da cui la bambina vide l’apparizione. Dal basso fra gli alberi di un bosco il Santuario appare più rustico, ma ancor più monumentale. Sulla via del ritorno percorriamo a ritroso la strada del passo dei Mandrioli, facendo un’ultima sosta al fresco di Badia Prataglia, per vedere la cripta medievale della pieve e per indugiare nello splendido arboreto della Forestale, dove il pezzo forte è una sequoia secolare. La discesa in Romagna è l’ultima attrazione della giornata, fra le curve della strada postale ottocentesca che taglia con un piano inclinato regolarissimo la sedimentazione marnoso-arenacea delle Scalacce.

(Lorenzo Aldini, 31 Luglio 2019. In Casentino con Eddy Bisulli, Paolo Branzaglia, Michelangelo e Lorenzo Monti, Massimo Riva)

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Sulle tracce di due papi marchigiani

E’ una giornata estiva luminosa ma non torrida, quando partiamo in automobile per raggiungere Senigallia e la gola di Frasassi. Della città di Senigallia non ho un’opinione eccelsa, forse a causa di vecchi amici nati qui che non ne parlavano con entusiasmo, ma vedendola nella luce abbacinante di luglio scopro spazi ampi, angoli ben tenuti e una sobria edilizia sette-ottocentesca senza brutte intromissioni della modernità più recente. A piedi arriviamo nella vasta piazza del duomo, di forma rigorosamente rettangolare e di ampio respiro, vagamente metafisica sotto il sole del mattino, e nel reticolo di strade ortogonali deviamo verso la piazza del municipio.

Dietro l’arco del palazzo comunale, in posizione al tempo stesso defilata ed eminente nella coreografia architettonica di Senigallia, troviamo palazzo Mastai, casa natale di Pio IX, papa dal 1846 al 1878, divenuta casa-museo dopo la morte del pontefice e attualmente gestita dalla curia. Alle dieci del mattino ci accoglie una simpatica ragazza addetta all’apertura del museo e della biblioteca, che orgogliosamente ci accompagna in visita attraverso le sale di palazzo Mastai. Chi avesse un debole per l’atmosfera delle case-museo, trova qui un luogo davvero commovente che esprime al massimo livello la devozione tutta marchigiana per le patrie memorie, dove l’aria di sacrestia si lascia penetrare dagli slanci eroici dell’ultimo Papa-Re, con una punta di ironia quando si viene a sapere che lo stravagante cognome “Garibaldi” era anche quello di una bisavola del pontefice. 

La visita comincia dalla sala più grande che esibisce alle pareti un bell’apparato decorativo seicentesco, con al centro un quadro di devozione privata raffigurante le nozze mistiche di Santa Caterina. Prosegue in sale più raccolte che espongono alle pareti ed in vetrine oggetti d’uso, documenti e cimeli del pontefice, fra cui alcuni curiosi strumenti da viaggio (notevole il crocefisso d’avorio entro l’altare portatile) e qualche fotografia che ritrae il pontefice agli esordi della tecnica fotografica. Accanto al letto smontabile c’è anche la culla del futuro papa, in uno strano corto circuito che restituisce alla personalità del pontefice l’età infantile in una prospettiva apologetica.

Le sale del museo subirono danni dai terremoti del 1930 e del 1972 per cui alcuni soffitti ed i pavimenti appaiono rifatti, anche la cappella privata del palazzo, dove il papa diceva messa quando tornava a Senigallia, è stata molto restaurata nel corso del Novecento (sull’altare è una Madonna del Sassoferrato). Dopo la Cappella, l’ultima saletta espone una serie di medaglie commemorative coniate durante il pontificato di Pio IX: fra di esse alcune esaltano i progressi della tecnica nello Stato Pontificio, ponti, ferrovie e altre azioni di modernizzazione, dimenticate dalle narrazioni ufficiali del risorgimento vittorioso.

Ci congediamo da palazzo Mastai dopo le undici del mattino, appena in tempo per vedere il vicino oratorio della Croce, aperto giornalmente fino alle 11 e mezzo, che contiene un notevole arredo ligneo tardo rinascimentale e, sull’altare centrale, una splendida tela di Federico Barocci col cristo morto. Ripartiamo da Senigallia a mezzogiorno dopo aver costeggiato il porto canale sotto i  portici monumentali che confermano l’impressione ordinata di questa cittadina ricca di valori ambientali. In fondo ai principali assi viari troneggiano come archi trionfali le porte urbane rifatte nel Settecento.  Per pranzare  ci spostiamo nel centro collinare di Arcevia, risalendo  la valle del Misa fino al ristorante del Park Hotel, dove sappiamo di trovare il clima che piace a noi, oltre a piatti davvero saporiti. Con la pancia  piena di trofie al ragù di salsiccia, nelle prime ore del pomeriggio saliamo sulla vicina cima del  monte Croce La Guardia, dove il panorama è eccezionale in ogni  direzione e spazia  dal mare alle cime appenniniche del monte Nerone, del Catria e del Cucco.

Più a nord mi pare di riconoscere il massiccio del  Fumaiolo, mentre a  sud emerge il profilo dei  Sibillini. L’interesse di questo sopralluogo è determinato dai recenti scavi che a più riprese hanno rilevato fondi di capanna di un villaggio dell’età del bronzo finale, di cui  l’anno scorso  vedemmo qualcosa nel museo archeologico di Arcevia. Nel ripiano in cima al monte i ritrovamenti sono stati ricoperti, ma è possibile  rintracciare fra l’erba le aree  degli scavi in posizione eminente. Dopo aver indugiato fra i panorami di Arcevia proseguiamo verso la gola di Frasassi, che raggiungiamo da nord passando da Genga, paese natale Leone XII che fu papa dal 1823 al 1829.

Il piccolo museo di arte sacra già annesso alla chiesa di San Clemente è stato riallestito come museo del  territorio e ricollocato in anni recenti nel grande edificio storico del Municipio, all’ingresso del paese, con un dispendio di risorse che la dice lunga sulla ricchezza turistica delle Grotte di Frasassi che rientrano nel Comune di Genga. A fronte dell’allestimento sontuoso (simile a quello del museo della città di Bologna) gli oggetti esposti sono abbastanza ordinari, fatta eccezione per le opere di Antonio da Fabriano, raccolte nell’unica sala qualificabile come pinacoteca (il resto è quadreria).

La sezione preistorica espone solo una copia della venere paleolitica ritrovata nella grotta del Santuario, punto di partenza del percorso espositivo battezzato “dalla  venere alla vergine” che si conclude con la madonna di scuola del Canova fatta scolpire dal Papa di Genga per il tempietto neoclassico di Valadier, all’interno della medesima grotta. Sono scarsi i ricordi di Leone XII, raccolti in una saletta del museo che non sembra voler dare particolare enfasi al figlio più illustre di Genga, di cui si leggono tuttavia iscrizioni apologetiche nella chiesa parrocchiale e nel tempietto della grotta.

E’ proprio il tempietto del Valadier nella vecchia grotta di Frasassi che prende il nome da questo santuario dedicato alla Vergine, il monumento che meglio ricorda papa Leone XII. Da un po’ di anni  è tornato al centro degli itinerari turistici, uscendo dal cono d’ombra in cui era caduto dopo la scoperta delle nuove grotte nel 1971. Lo raggiungiamo alle cinque del pomeriggio, percorrendo a piedi i settecento metri di salita nel versante orientale della  gola di Frasassi dove la valle si restringe maggiormente fra i due strapiombi. La salita è impegantiva e senza il conforto di una vera ombra fra i giovani alberi che la fiancheggiano. Ma arrivando alla grotta a mezza costa sullo strapiombo appare la scena di un racconto fantasy: il volume ottagonale del tempietto neoclassico incastonato in un antro che lo sovrasta di misura, stravagante contrapposizione fra natura e cultura… razionale sigillo ai torbidi miti della caverna.

Una grande lapide sulla fronte ricorda l’opera di Leone XII a favore di questi territori e in fondo si scusa: se il Papa non è riuscito a fare tutto quello che voleva, è perché la morte lo ha colto troppo presto. Percorriamo a piedi la grotta retrostante fin dove c’è luce naturale ed entriamo anche nel piccolo eremo medievale proteso sul dirupo infra-saxa, segno di una sacralità tramandata da epoche remote attraverso i secoli. Scesi di nuovo a valle, prima di intraprendere il percorso verso casa ormai alle sei  del pomeriggio proseguiamo in auto attraverso la gola fino a San Vittore delle Chiuse, dove troviamo ancora aperta la chiesa romanica (ma non il museo paleontologico).

Ci attardiamo all’interno del monumento per cogliere le linee essenziali di un’architettura medievale, esemplare e tipica di questo angolo di Appennino. Rientriamo  dalla valle dell’Esino e poi sulla A14 fino a Cesena, col sole delle otto di sera ancora alto sull’orizzonte.

(Lorenzo Aldini, 17.7.2019. A Senigallia, Arcevia e Genga con Paolo Branzaglia e Massimo Riva)