Culti antichi e recenti in Casentino

Bibbiena è un centro piccolo e accogliente, facile da raggiungere anche in automobile dopo le curve e il traffico della periferia, sulla strada che scende dai Mandrioli e poi risale di poco, fino alle mura rotondeggianti che cingono il poggio. Percorriamo in auto via Dovizi e poi a sinistra costeggiamo il palazzo comunale, chiuso da impalcature di lavori in corso, finché troviamo parcheggio sotto le possenti mura di Sant’Ippolito, che si affaccia in alto sopra di noi, su quelli che erano gli antichi spalti del castello. Percorriamo una ripida scala che porta davanti alla chiesa, raggiungendo poi piazza Tarlati dove sostiamo per un caffè sotto i portici, coi segni del castello evidenti nell’alta torre angolare.

 

Siamo a Bibbiena per vedere il museo archeologico del Casentino, ma prima di tuffarci nell’archeologia dedichiamo qualche minuto alle opere d’arte della chiesa di Sant’Ippolito, restaurata in modo esemplare nel 2016, come dice l’iscrizione ai piedi del presbiterio. La navata all’incrocio con il transetto è valorizzata da quattro archi ribassati, che allontanano l’edificio dalla percezione slanciata dell’arte gotica. Gli intonaci imbiancati di fresco fanno risaltare le opere d’arte sistemate come in una piccola pinacoteca. Sulla parete di fondo il polittico tardogotico di Bicci di Lorenzo (1435) brilla con le immagini dei santi ed altre storie vivaci entro cornici probabilmente intatte.

 

Sotto una teca nella parete destra della navata risalta il frammento centrale di un’altra tavola tardogotica, una madonna col bambino di Arcangelo di Cola da Camerino, affiancata da un’interessante croce dipinta trecentesca. Affreschi quattro-cinquecenteschi sono in evidenza entro nicchie ogivali nella parete sinistra della navata, mentre a destra nel transetto notiamo la bella madonna lignea duecentesca, con il bambino pure di legno ma rifatto in sostituzione dell’originale trafugato qualche decennio fa.

 

Di nuovo all’aperto, scendiamo la stessa scala da cui eravamo saliti e senza fretta percorriamo la strada che costeggia ad angolo il muro di sostegno della chiesa, dove si notano diverse fasi costruttive e l’aggiunta di contrafforti. Tornando indietro passiamo davanti all’oratorio di San Francesco e senza entrare diamo un’occhiata al ricco arredo settecentesco, visibile attraverso la vetrata all’ingresso, raggiungendo poi il museo, intralciato dai lavori in corso nell’adiacente palazzo comunale. Dal cortile passiamo alla biglietteria, dove ci accoglie una giovane addetta molto gentile e premurosa, che illustra l’offerta turistica.

 

Nella sezione didattica della preistoria -accanto ai fossili di denti e zanne pleistocenici- il paleolitico ed il neolitico sono indagati per mezzo di pietre lavorate che offrono evidenze continuative di insediamenti preistorici nelle alture fra l’Arno e l’Archiano, con la probabile presenza di un lago nella pianura alluvionale alla confluenza di questi corsi d’acqua. Mancano testimonianze della prima età dei metalli, mentre l’età del ferro è rappresentata dalle ceramiche di fattorie rustiche, che con il lusso etrusco condividono solo qualche rara suppellettile.

 

Al centro del museo troviamo le sale dedicate ai culti preromani, con alcuni resti del tempio di Socana e le statuette del Lago degli Idoli. Le vetrine con gli idoli di bronzo sono la vera attrazione turistica di questo museo: statuette alte non più di dieci centimetri, modellate in modo sommario ma espressivo, con le braccia larghe e le gambe  divaricate.

 

Neppure le statuette meglio rifinite esibiscono l’immagine tipica dell’offerente etrusco, bensì forme sinuose e arcaiche, all’incrocio di diverse tradizioni italiche. Più che un luogo di transito, questo laghetto sul monte Falterona doveva essere una meta di pellegrinaggio per ringraziare o chiedere grazia. Nella tradizione dei secoli successivi gli oggetti magici di questo culto si sarebbero chiamati ex-voto.

 

Le ultime due sale del museo raccolgono i resti di una villa romana scoperta nei pressi di Stia e rozzi bassorilievi medievali tratti dalle pievi del Casentino, commentati da un gran numero di pannelli didascalici fittissimi e da altri oggetti didattici. In relazione alla storia romana e medievale il museo perde la connotazione topografica e non manifesta la stessa chiarezza espositiva che sa proporre per le epoche precedenti.

 

Ultimata questa visita, prima di pranzo risaliamo via Dovizi fino alla chiesa di San Lorenzo, piuttosto buia anche nelle ore centrali della giornata, dove nelle prime cappelle laterali accanto al presbiterio, sotto luci che si accendono automaticamente prendono vita due belle robbiane invetriate: un compianto e una natività attribuite a Luca il giovane.  Dalla via centrale torniamo in breve a Piazza Tarlati, dove ci accomodiamo a pranzo nei tavolini all’aperto del bar Podestà, per mangiare ottimi antipasti, ribollita e pici. Di pomeriggio usciamo da Bibbiena diretti a Rassina e a Socana, dov’è la pieve edificata sui resti del santuario etrusco del quinto secolo avanti Cristo.

 

Qui nell’antichità doveva esserci un luogo di scambi commerciali al centro della valle casentinese. Non è possibile vedere l’interno della pieve, ma l’area archeologica retrostante è un luogo di grande fascino, che lascia ben immaginare la sedimentazione architettonica del tempio etrusco, della prima chiesa alto medievale e della successiva costruzione romanica che incombe come uno splendido volume architettonico insieme al campanile cilindrico ed esagonale. Il parco archeologico esibisce al centro la grande ara etrusca in ottimo stato di conservazione, sagomata con profonde gole secondo lo stile delle decorazioni architettoniche italiche pre-romane.

 

Da Socana saliamo poi fino a Castel Focognano, per assaporare il silenzio di un borgo d’altura cinto da antiche mura, su un poggio sospeso fra la valle casentinese e l’alta magia del Pratomagno. Qui ritrovo quasi per caso la piccola loggia del vecchio comune, con il forno per la panificazione e gli stemmi antichi alle pareti, come l’avevo vista trent’anni fa. Tornati in auto nei pressi di Bibbiena, deviamo verso il convento di Santa Maria del Sasso, dove nella luce calda del pomeriggio troviamo aperta la porta della chiesa ed anche l’ingresso del chiostro, notevole esempio di architettura rinascimentale.

 

La storia di questo Santuario rimanda ad una committenza domenicana fiorentina, sostenuta dal governo di Lorenzo de Medici e poi da Savonarola, del quale in chiesa troviamo raffigurato il volto dipinto. La forma semplice della facciata si integra armoniosamente con gli altri edifici del complesso, disposti in discesa nel declivio verso il torrente. Nel silenzio luminoso del chiostro, l’intonaco bianco incornicia su quattro lati le lunette di un ciclo votivo settecentesco, molto espressivo, didascalico, quasi fumettistico, come un catalogo dei miracoli di cui si è resa artefice la Madonna del Sasso: scampate alluvioni, guarigioni da ferite profonde o da cadute rovinose, per le quali la comunità monastica sembra rivendicare un ruolo di mediazione.

 

L’interno del Santuario è un complesso di quattro ambienti disposti su due piani: la chiesa principale esibisce all’incrocio dell’unica navata col transetto un leggiadro tempietto rinascimentale percorso da uno bel fregio robbiano. Nella penombra del transetto si intravvede una complessa tela di Jacopo Ligozzi. Da una porta retrostante è visibile il coro della clausura, con stalli cinquecenteschi e una grande tavola di fra Paolino da Pistoia, pittore domenicano che dipinse anche un’altra opera collocata nella parete sinistra della chiesa, di fronte ad una terracotta invetriata di Sante Buglioni (con una scena del Battista).

 

Una madonna affrescata da Bicci di Lorenzo è solo la prima delle immagini miracolose, salita agli onori degli altari per essersi salvata dall’incendio della prima chiesetta quattrocentesca e poi ricollocata al centro del nuovo edificio rinascimentale. Un’altra immagine ancor più miracolosa è la statua lignea della Madonna del Buio, nella cripta sottostante: miracolosa per i due ritorni a piedi dal centro di Bibbiena al Santuario, di notte, nell’anno 1522. Del movente che ispirò queste effigi, resta la storia di una bambina che vide la madonna (e una colomba) la vigilia di san Giovanni del 1347, presagio della peste dell’anno successivo, da cui Bibbiena rimase indenne.

 

Scendiamo infine al torrente per trovare la prospettiva da cui la bambina vide l’apparizione. Dal basso fra gli alberi di un bosco il Santuario appare più rustico, ma ancor più monumentale. Sulla via del ritorno percorriamo a ritroso la strada del passo dei Mandrioli, facendo un’ultima sosta al fresco di Badia Prataglia, per vedere la cripta medievale della pieve e per indugiare nello splendido arboreto della Forestale, dove il pezzo forte è una sequoia secolare. La discesa in Romagna è l’ultima attrazione della giornata, fra le curve della strada postale ottocentesca che taglia con un piano inclinato regolarissimo la sedimentazione marnoso-arenacea delle Scalacce.

(Lorenzo Aldini, 31 Luglio 2019. In Casentino con Eddy Bisulli, Paolo Branzaglia, Michelangelo e Lorenzo Monti, Massimo Riva)

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Sulle tracce di due papi marchigiani

E’ una giornata estiva luminosa ma non torrida, quando partiamo in automobile per raggiungere Senigallia e la gola di Frasassi. Della città di Senigallia non ho un’opinione eccelsa, forse a causa di vecchi amici nati qui che non ne parlavano con entusiasmo, ma vedendola nella luce abbacinante di luglio scopro spazi ampi, angoli ben tenuti e una sobria edilizia sette-ottocentesca senza brutte intromissioni della modernità più recente. A piedi arriviamo nella vasta piazza del duomo, di forma rigorosamente rettangolare e di ampio respiro, vagamente metafisica sotto il sole del mattino, e nel reticolo di strade ortogonali deviamo verso la piazza del municipio.

Dietro l’arco del palazzo comunale, in posizione al tempo stesso defilata ed eminente nella coreografia architettonica di Senigallia, troviamo palazzo Mastai, casa natale di Pio IX, papa dal 1846 al 1878, divenuta casa-museo dopo la morte del pontefice e attualmente gestita dalla curia. Alle dieci del mattino ci accoglie una simpatica ragazza addetta all’apertura del museo e della biblioteca, che orgogliosamente ci accompagna in visita attraverso le sale di palazzo Mastai. Chi avesse un debole per l’atmosfera delle case-museo, trova qui un luogo davvero commovente che esprime al massimo livello la devozione tutta marchigiana per le patrie memorie, dove l’aria di sacrestia si lascia penetrare dagli slanci eroici dell’ultimo Papa-Re, con una punta di ironia quando si viene a sapere che lo stravagante cognome “Garibaldi” era anche quello di una bisavola del pontefice. 

La visita comincia dalla sala più grande che esibisce alle pareti un bell’apparato decorativo seicentesco, con al centro un quadro di devozione privata raffigurante le nozze mistiche di Santa Caterina. Prosegue in sale più raccolte che espongono alle pareti ed in vetrine oggetti d’uso, documenti e cimeli del pontefice, fra cui alcuni curiosi strumenti da viaggio (notevole il crocefisso d’avorio entro l’altare portatile) e qualche fotografia che ritrae il pontefice agli esordi della tecnica fotografica. Accanto al letto smontabile c’è anche la culla del futuro papa, in uno strano corto circuito che restituisce alla personalità del pontefice l’età infantile in una prospettiva apologetica.

Le sale del museo subirono danni dai terremoti del 1930 e del 1972 per cui alcuni soffitti ed i pavimenti appaiono rifatti, anche la cappella privata del palazzo, dove il papa diceva messa quando tornava a Senigallia, è stata molto restaurata nel corso del Novecento (sull’altare è una Madonna del Sassoferrato). Dopo la Cappella, l’ultima saletta espone una serie di medaglie commemorative coniate durante il pontificato di Pio IX: fra di esse alcune esaltano i progressi della tecnica nello Stato Pontificio, ponti, ferrovie e altre azioni di modernizzazione, dimenticate dalle narrazioni ufficiali del risorgimento vittorioso.

Ci congediamo da palazzo Mastai dopo le undici del mattino, appena in tempo per vedere il vicino oratorio della Croce, aperto giornalmente fino alle 11 e mezzo, che contiene un notevole arredo ligneo tardo rinascimentale e, sull’altare centrale, una splendida tela di Federico Barocci col cristo morto. Ripartiamo da Senigallia a mezzogiorno dopo aver costeggiato il porto canale sotto i  portici monumentali che confermano l’impressione ordinata di questa cittadina ricca di valori ambientali. In fondo ai principali assi viari troneggiano come archi trionfali le porte urbane rifatte nel Settecento.  Per pranzare  ci spostiamo nel centro collinare di Arcevia, risalendo  la valle del Misa fino al ristorante del Park Hotel, dove sappiamo di trovare il clima che piace a noi, oltre a piatti davvero saporiti. Con la pancia  piena di trofie al ragù di salsiccia, nelle prime ore del pomeriggio saliamo sulla vicina cima del  monte Croce La Guardia, dove il panorama è eccezionale in ogni  direzione e spazia  dal mare alle cime appenniniche del monte Nerone, del Catria e del Cucco.

Più a nord mi pare di riconoscere il massiccio del  Fumaiolo, mentre a  sud emerge il profilo dei  Sibillini. L’interesse di questo sopralluogo è determinato dai recenti scavi che a più riprese hanno rilevato fondi di capanna di un villaggio dell’età del bronzo finale, di cui  l’anno scorso  vedemmo qualcosa nel museo archeologico di Arcevia. Nel ripiano in cima al monte i ritrovamenti sono stati ricoperti, ma è possibile  rintracciare fra l’erba le aree  degli scavi in posizione eminente. Dopo aver indugiato fra i panorami di Arcevia proseguiamo verso la gola di Frasassi, che raggiungiamo da nord passando da Genga, paese natale Leone XII che fu papa dal 1823 al 1829.

Il piccolo museo di arte sacra già annesso alla chiesa di San Clemente è stato riallestito come museo del  territorio e ricollocato in anni recenti nel grande edificio storico del Municipio, all’ingresso del paese, con un dispendio di risorse che la dice lunga sulla ricchezza turistica delle Grotte di Frasassi che rientrano nel Comune di Genga. A fronte dell’allestimento sontuoso (simile a quello del museo della città di Bologna) gli oggetti esposti sono abbastanza ordinari, fatta eccezione per le opere di Antonio da Fabriano, raccolte nell’unica sala qualificabile come pinacoteca (il resto è quadreria).

La sezione preistorica espone solo una copia della venere paleolitica ritrovata nella grotta del Santuario, punto di partenza del percorso espositivo battezzato “dalla  venere alla vergine” che si conclude con la madonna di scuola del Canova fatta scolpire dal Papa di Genga per il tempietto neoclassico di Valadier, all’interno della medesima grotta. Sono scarsi i ricordi di Leone XII, raccolti in una saletta del museo che non sembra voler dare particolare enfasi al figlio più illustre di Genga, di cui si leggono tuttavia iscrizioni apologetiche nella chiesa parrocchiale e nel tempietto della grotta.

E’ proprio il tempietto del Valadier nella vecchia grotta di Frasassi che prende il nome da questo santuario dedicato alla Vergine, il monumento che meglio ricorda papa Leone XII. Da un po’ di anni  è tornato al centro degli itinerari turistici, uscendo dal cono d’ombra in cui era caduto dopo la scoperta delle nuove grotte nel 1971. Lo raggiungiamo alle cinque del pomeriggio, percorrendo a piedi i settecento metri di salita nel versante orientale della  gola di Frasassi dove la valle si restringe maggiormente fra i due strapiombi. La salita è impegantiva e senza il conforto di una vera ombra fra i giovani alberi che la fiancheggiano. Ma arrivando alla grotta a mezza costa sullo strapiombo appare la scena di un racconto fantasy: il volume ottagonale del tempietto neoclassico incastonato in un antro che lo sovrasta di misura, stravagante contrapposizione fra natura e cultura… razionale sigillo ai torbidi miti della caverna.

Una grande lapide sulla fronte ricorda l’opera di Leone XII a favore di questi territori e in fondo si scusa: se il Papa non è riuscito a fare tutto quello che voleva, è perché la morte lo ha colto troppo presto. Percorriamo a piedi la grotta retrostante fin dove c’è luce naturale ed entriamo anche nel piccolo eremo medievale proteso sul dirupo infra-saxa, segno di una sacralità tramandata da epoche remote attraverso i secoli. Scesi di nuovo a valle, prima di intraprendere il percorso verso casa ormai alle sei  del pomeriggio proseguiamo in auto attraverso la gola fino a San Vittore delle Chiuse, dove troviamo ancora aperta la chiesa romanica (ma non il museo paleontologico).

Ci attardiamo all’interno del monumento per cogliere le linee essenziali di un’architettura medievale, esemplare e tipica di questo angolo di Appennino. Rientriamo  dalla valle dell’Esino e poi sulla A14 fino a Cesena, col sole delle otto di sera ancora alto sull’orizzonte.

(Lorenzo Aldini, 17.7.2019. A Senigallia, Arcevia e Genga con Paolo Branzaglia e Massimo Riva)

Archeologia fra Acqualagna e Pergola

Dopo un caffé nel bar di Mussolini all’uscita della gola del Furlo, un giovedì di giugno arriviamo ad Acqualagna alle undici del mattino e lasciamo l’auto in sosta all’ingresso del centro, accanto al busto scolpito di Enrico Mattei, che era nato qui, triste e severo accanto ad una fila di cassonetti della raccolta differenziata. Nella borgata è giorno di mercato con qualche furgone dove si vende abbigliamento, cibo e porchetta, all’ombra di tendoni bianchi.

Proprio nel cuore del paese, dove si alza il palazzetto dell’orologio, troviamo aperta per noi la porta dell’antiquarium. Come ci era stato comunicato, l’ingresso è gratuito nei giorni feriali e gli orari sono gli stessi della biblioteca comunale. Questo Antiquarium è stato allestito all’inizio degli anni duemila col contributo scientifico dell’università di Urbino: non manifesta segni di obsolescenza ed è quasi interamente dedicato agli scavi della villa romana d’età repubblicana di Colombara, indagata con accurati metodi stratigrafici fra il 1995 e il 1997.

Della villa troviamo esposti i disegni ricostruttivi ed anche un bel plastico tridimensionale, insieme a frammenti di tegole e comignoli e ad altri manufatti che testimoniano le attività produttive: pezzi di metallo (probabili finimenti di carri), anfore e altri contenitori alimentari, infine i resti di un glirarium, vaso forato di terracotta per l’allevamento dei ghiri. In una lunga vetrina orizzontale dell’antiquarium sono anche esposte alcune ceramiche riferibili ad una necropoli protostorica.

Sono ritrovamenti effettuati nei pressi della villa, di secoli anteriori all’insediamento d’età romana. Nella sala al piano di sopra vediamo alcune suppellettili minute, piatti e lucerne di ceramica a vernice nera del primo secolo avanti Cristo, e raffinatissime appliques di bronzo, le cui decorazioni richiamano modelli ellenistici. L’assenza di reperti d’età successiva testimonia la completa distruzione della villa alla fine dell’età repubblicana.

Un richiamo al sito antico di Pitinum Mergens, che non coincide con quello della villa di Colombara, è in un pannello nel corridoio d’ingresso, dov’è collocata una mappa con la descrizione dei ritrovamenti della città romana che non sorgeva nel luogo attuale di Acqualagna, ma quattro chilometri più ad ovest lungo la strada per Piobbico, fuori dall’asse della via Flaminia. Il pannello descrive resti riferibili a mura urbane, all’emiciclo di un teatro e ad un acquedotto, ma non menziona scavi recenti. Daltronde i reperti romani dell’antiquarium di Acqualagna sono riconducibili ai recenti scavi di Colombara, mentre il nome di Pitinum Mergens rimanda a scoperte del passato disperse in collezioni private ed in altri musei (una lapide a Urbino).

Non resistiamo alla tentazione di un soprallouogo fra i campi nella zona di Pole, dove la mappa indica il sito del municipio romano, che raggiungiamo risalendo la valle in direzione di Piobbico, accanto al tracciato della vecchia ferrovia distrutta nel 1944 dai tedeschi in ritirata. Fra ponti e fabbricati ferroviari in disuso, l’archeologia ferroviaria sembra guidare la ricerca dell’archeologia classica. Seguendo le tracce della massicciata deviamo a destra e prima di giungere nel luogo esatto della città romana ci lasciamo distrarre da una chiesa d’origine medievale (dedicata all’Annunziata), che esibisce nell’atrio resti di affreschi trecenteschi e, all’interno, qualche opera del Sei-settecento.

In prossimità dell’area dove si presume fosse l’antica Pitinum Mergens il paesaggio si allarga in uno splendido ripiano coronato dal profilo delle colline, mentre a maggior distanza spuntano le cime appenniniche. Al centro del ripiano si alza l’edificio abbandonato della vecchia stazione ferroviaria di Pole-Piobbico, mentre un piccolo casello restaurato fa bella mostra di sè a breve distanza. Una periferia rarefatta con poche case e molti spazi coltivati si appoggia sull’area della città antica, dove tuttavia non vediamo rovine, tantomeno pannelli didascalici o rievocativi del centro antico. Ci fermiamo in una trattoria molto semplice ma dal nome stravagante, Fusion, e pranziamo con un piatto del giorno (saltimbocca alla romana) insieme ai lavoratori, operai e camionisti in pausa.

Abbiamo tempo per parlare ma, finito di mangiare, un anziano del posto che sta per mettersi a giocare a carte dice che sì, a Pole c’erano i resti di un teatro romano -poco più avanti a destra in direzione di Piobbico- ma adesso è nascosto dall’erba. Andiamo a vedere se scopriamo qualcosa sotto il sole delle due del pomeriggio, ma vaghiamo qua e là fra campi splendidi e case con giardino, senza scorgere nulla, se non una incerta impressione del pendio che poteva contenere il teatro romano. Ripartiamo in direzione di Piobbico e dopo quattro chilometri arriviamo a Naro, dove in una conca verdissima vediamo la piccola abbazia ai piedi del Monte Nerone, modellata sulle forme di altri edifici coevi di Fonte Avellana o di Sitria.

Invertiamo la marcia e torniavo verso valle, questa volta in direzione di Cagli, per prendere contatto con un paio di manufatti romani monumentali della via Flaminia, la sostruzione con chiavicotto nei pressi di Smirra e il ponte Mallio di Cagli. L’opera di Smirra nascosta fra i campi è stata scoperta alla fine del Novecento ed è in ottimo stato di conservazione. E’ un manufatto in pietra calcarea (con vene di selce) riconducibile ad un intervento organico dell’inizio dell’età imperiale, senza rifacimenti successivi.

Mostra chiaramente la tecnica di contenimento del paesaggio con cui i romani convogliavano le acque dal pendio a monte della strada, attraverso un’esedra ed un cunicolo, verso l’arco aperto a valle. Il cunicolo è ben ripulito e percorribile a piedi fino all’esedra in fondo, per una decina di metri. Mancano tuttavia indicazioni di ogni tipo e, per raggiungerlo, è necessario lasciare l’auto ai margini della nuova Flaminia, con le quattro frecce accese, inoltrandosi a piedi fra campi coltivati.

Il ponte Mallio sul torrente Bosso all’ingresso di Cagli è invece noto da sempre per essere un monumento assai articolato, che combina elementi strutturali d’età augustea con altri più antichi d’età repubblicana, insieme a vari rifacimenti successivi. La struttura è composta da due archi diversi (il maggiore si dice che sia un anello interrato per i due terzi dell’altezza) uniti da un’imponente viadotto di sostruzione.

Le pietre della prima fase costruttiva sono più scure e costituite da una breccia porosa, mentre i rinforzi d’età successiva sembrano realizzati con lo stesso materiale della struttura che abbiamo visto di Smirra. Percorriamo a piedi un sentiero tracciato fra il ponte Mallio e l’attuale ponte stradale che lo sovrasta qualche metro più a valle, ma per vederne il lato occidentale è necessario avventurarsi fra i campi, fra i rimproveri dei proprietari.

A Cagli il museo archeologico è ancora chiuso a quattro anni dall’annuncio della riapertura, per cui ci dirigiamo a Pergola per trascorrere l’ultima ora del pomeriggio nel museo dei bronzi dorati, allestito intorno ad un gruppo scultoreo unico, distrutto ed occultato alla fine dell’età repubblicana a Cartoceto nelle colline fra Fossombrone e Pergola, ritrovato fortuitamente nel 1946, sottoposto per trent’anni a restauri raffinatissimi e reclamato dai Pergolesi, che ne hanno preteso la restituzione costruendo intorno ai bronzi un richiamo turistico di primo piano. La proiezione realizzata dall’equipe di Piero Angela è forse il migliore prodotto multimediale che abbia visto in questi anni. Il museo comprende anche qualche altro ritrovamento d’età romana del comune di Pergola ed una piccola pinacoteca che raccoglie alcuni quadri dalle chiese del territorio. Ma la presenza dei bronzi attira inevitabilmente su di sé l’interesse di tutti.

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Ormai sulla via di casa, alle sette di sera, di ritorno verso Fossombrone scegliamo la via di Cartoceto per meglio comprendere il luogo e il senso del ritrovamento dei bronzi di Pergola, che non hanno ancora smesso di destare interrogativi sulla loro origine, sul luogo in cui erano collocato, sul perché della distruzione e dell’occultamento avvenuto in circostanze tumultuose proprio in queste campagne vicine alla via consolare Flaminia. A Fossombrone torniamo sulla moderna Flaminia e poi a Fano prendiamo l’autostrada fino a Cesena dove arriviamo alle otto e mezzo di sera, col sole di una bella giornata di giugno ormai basso sull’orizzonte.

(Lorenzo Aldini, 13 giugno 2019. Fra Acqualagna e Pergola con Paolo Branzaglia, Michelangelo Monti e il figlio Lorenzo)

Tre luoghi della storia a Fratta Polesine

C’è aria di tempesta quando arriviamo a Fratta Polesine la prima domenica di maggio. Di mattina lasciamo l’auto in sosta lungo il canale che affianca Piazza Matteotti davanti a villa Badoer  e ci riscaldiamo con un caffé al bar, prima di entrare nel museo archeologico nazionale che è di interesse straordinario per la storia dell’ultima età del bronzo nell’alto adriatico. Nonostante l’importanza del sito non vediamo altri visitatori, anche a causa del tempo davvero brutto per una domenica di Maggio. L’esposizione allestita nel 2009 in un’ala secondaria della villa palladiana ha molti pregi e dovrebbe servire da modello per i moderni musei archeologici che desiderano essere qualcosa in più di una semplice mostra di lunga durata.

 

Il biglietto cumulativo di 6 euro include, oltre al percorso archeologico, la visita di villa Badoer e l’ingresso nella casa-museo di Giacomo Matteotti, a pochi passi di distanza dal complesso monumentale palladiano. Con un’aggiunta di un euro e cinquanta sarebbe possibile vedere anche la villa Grimani Molin Avezzù, che guarda di sbieco la villa Badoer e ne imita i tratti architettonici, ma a causa del maltempo il custode preferisce non aprirla al pubblico. Di domenica mattina con un tempo da lupi possiamo immergerci nell’età del bronzo di Frattesina in religioso silenzio, senza nessuno che ci faccia fretta nelle sale del museo archeologico di Fratta Polesine. Gli ambienti a sinistra della biglietteria inquadrano gli antefatti di Frattesina con una campionatura dei ritrovamenti dell’età del bronzo recente e finale in area veneta padana. Sono testimonianze di culture posteriori alla civiltà terramaricola che fanno da cerniera con la storia successiva di Frattesina, sorta nel XII secolo avanti Cristo su un ramo del Po ormai nei pressi della foce.

 

Quello che fino a qualche decennio fa veniva sommariamente indicato come Proto-villanoviano si configura qui con una identità molto forte, che farebbe ritenere Frattesina un centro di irradiazione culturale di primaria importanza, cui riferire le manifestazioni coeve di gran parte della civiltà adriatica settentrionale fra XII e X secolo avanti Cristo: qualcosa che ricorda la centralità di Venezia due millenni prima di Venezia. Gli scavi compiuti a più riprese a dagli anni Settanta agli anni Duemila hanno restituito sia i resti di importanti necropoli, analoghe alla tradizione dei “campi d’urne” d’oltralpe, sia i resti di un vasto villaggio che si configura come una delle prime manifestazioni urbane dell’Italia settentrionale. Nella sala a destra della biglietteria la vita del villaggio affiora in vetrine tematiche che delineano i diversi aspetti delle lavorazioni artigianali, anche attraverso ricostruzioni grafiche.

 

Le capanne costruite secondo un modulo ripetitivo avevano funzione sia abitativa sia di laboratorio per la tessitura e la fusione di metalli, per la lavorazione di paste vitree e di strumenti in osso, per la raffinazione delle ambre del baltico di cui Frattesina costituiva lo snodo commerciale fra l’Europa continentale ed il mediterraneo orientale. Nell’esposizione emerge la concomitanza dello sviluppo di questa civiltà alto-adriatica con la crisi di Micene, da cui Frattesina trasse vigore grazie alla probabile migrazione di artigiani qualificati. Ne sono testimonianza manufatti di importazione greca e cipriota ed altri di produzione padana, ad imitazione degli originali. Le vetrine esibiscono i resti di fonderie con un numero eccezionale di stampi di pietra in ottimo stato di conservazione, alcuni depositi di materiale bronzeo da rifondere, altri oggetti incisi e decorati interpretati come fusaiole, innumerevoli elementi di pasta vitrea. Dei laboratori di tessitura restano le ciambelle di terracotta (a forma di tarallo) interpretate come pesi per tener tesi i fili dell’ordito.

 

Sono interessanti anche gli strumenti d’uso comune che combinano diversi materiali, punteruoli pettini ed altri attrezzi per lavorazioni artigianali, non così diversi da quelli utilizzati dai nostri nonni fino a non molti decenni fa. L’aspetto didattico dell’esposizione non rinuncia alla precisione dei dettagli che consentono al visitatore di cogliere aspetti importanti dell’evoluzione delle forme ceramiche nella storia di Frattesina e i diversi tipi di impasto (se ne contano  cinque) che caratterizzavano le fatture di recipienti grossolani o raffinati, destinati a vari usi. I contenitori di terracotta permettono di ricostruire la dotazione completa delle cucine in uso nelle abitazioni del villaggio. Saliamo al piano superiore dove due serie di vetrine distribuite sui due lati di una lunga sala espongono nella penombra le urne cinerarie coi corredi funerari di alcune tombe delle necropoli di Frattesina, suddivise fra maschili, femminili e di bambini.

 

Al centro di ogni vetrina troneggia l’urna accompagnata da alcuni oggetti d’uso personale del defunto, soprattutto fibule, strumenti di lavoro e gioielli di pasta vitrea. I corredi non comprendono stoviglie, né armature, tantomeno carri, com’è invece tipico delle civiltà protostoriche successive. Fra le rare armi notiamo due spade rotte in più pezzi all’atto della sepoltura, probabili segni di un rango elevato del defunto. La lunga sala converge in fondo sulla riproduzione tridimensionale a grandezza naturale di una porzione di necropoli, che evidenzia l’area in cui avveniva la cremazione ed il tumulo dove più urne pertinenti alla stessa famiglia venivano sotterrate. Le coeve sepolture di alcuni inumati, di cui sono stati ritrovati gli scheletri, testimoniano che la cremazione non era per tutti i defunti. Una minoranza, forse di servi, non aveva accesso ai costosi riti dell’incinerazione.

 

Sulla parete di fondo un film in computergrafica mette in scena a ciclo continuo il rito della sepoltura di un principe di Frattesina: ottima integrazione alla narrazione dei reperti, senza eccessi. Di mattina intervalliamo lo studio delle raccolte archeologiche di Fratta Polesine con la visita degli interni di Villa Badoer, che ha un orario di apertura più limitato. Cominciamo dalle basse sale a volta del piano terreno, dove alcuni pannelli didascalici di una mostra permanente tracciano a grandi linee la storia della villa e dei principi costruttivi di Vitruvio, che furono di riferimento per l’architettura di Palladio. Saliti al piano superiore dalla scala di servizio, vaghiamo da una stanza all’altra fra gli affreschi realizzati a completamento dell’architettura palladiana (1555-1560) dal pittore Giallo Fiorentino, attivo negli stessi anni a Roma (Castel Sant’Angelo).

 

Le affascinanti grottesche di ispirazione classica si aprono ad ampi squarci di paesaggio, con scene mitologiche (ratto di Ganimede, Leda e il cigno) ed ambientazioni agresti, mentre gli ippogrifi potrebbero attingere al patrimonio immaginario di Ariosto. Gli scuri delle finestre, chiusi a causa del maltempo, rendono quasi notturne le condizioni della nostra visita. L’illuminazione artificiale permette di cogliere la decorazione nei minimi dettagli senza altre distrazioni, ma manca la fuga prospettica del paesaggio reale oltre i vetri delle finestre. A parte gli affreschi di alcune sale, la villa appare oltremodo spoglia soprattutto negli spazi senza decorazioni, come succede al terzo piano. Sarebbe auspicabile una musealizzazione più accurata.

 

All’una e mezzo ci dirigiamo nel ristorante accanto a villa Badoer, che non a caso si chiama “Palladio”.  Pranziamo con alcune specialità, fra cui un ottimo risotto agli asparagi ed un assaggio di cotechino davvero saporito. Continua a piovere e ci attardiamo a tavola conversando animatamente fin oltre le tre del pomeriggio. Dopo aver ultimato la visita del museo archeologico nazionale, dedichiamo quel che resta del pomeriggio alla casa museo di Giacomo Matteotti, dove sono raccolti oggetti e memorie dello statista che fu deputato socialista negli anni della marcia su Roma, divenuto un simbolo dell’antifascismo dopo l’omicidio del 1924. Come succede spesso nelle case museo, anche qui entriamo in contatto con la quotidianità di un personaggio che fu poi mitizzato dai libri di storia e dalla politica del secondo dopoguerra. Scopriamo un’umanità che lo avvicina al presente, conoscendo le vicende della moglie, dei fratelli e dei figli di Giacomo Matteotti nel luogo in cui si trovarono a vivere.

 

L’addetta alla biglietteria molto cortesemente risponde alle nostre domande e sopperisce così alla mancanza di un filmato all’ingresso. Le camere da letto con i vecchi arredi al piano superiore appaiono un po’ tetre, ma ricostruiscono bene il clima di un’abitazione padronale degli anni Venti del Novecento. Anche qui come a villa Badoer le finestre sono chiuse a causa del maltempo ed impediscono di vedere il bel paesaggio del giardino esterno. All’ultimo piano una mostra fotografica documenta anche con audiovisivi il delitto Matteotti e le vicende postume del personaggio Giacomo Matteotti, che a Fratta Polesine non ebbe grande fortuna. La sua tomba si alza al centro del cimitero del paese come un piccolo mausoleo. Ci dirigiamo laggiù per incontrarlo di persona, lui e i suoi tre figli, prima di intraprendere il viaggio di ritorno verso la Romagna.

 

(Lorenzo Aldini, 5 maggio 2019. A Fratta Polesine con Alessandro Bandoli, Fulvio Borrino, Paolo Branzaglia, Massimo Riva)

Sulmona prima di Pasqua

Nel venerdì di Pasqua fervono i preparativi per la processione del Cristo morto che trasforma le vie del centro storico di Sulmona nel palco di una esibizione. Parcheggiamo di mattina all’ingresso della città, lungo il perimetro dei giardini pubblici davanti alla cattedrale di San Panfilo, dove entriamo senza disturbare il rito silenzioso dell’adorazione del Santissimo Sacramento nell’altare laterale. Forse a causa delle cerimonie pasquali è interdetta la visita della cripta medievale, che è la parte più interessante dell’edificio.

 

Gli archi e le volte della navata centrale sono di stile tardo barocco, rifatti dopo il grande terremoto del 1706 che lasciò un segno indelebile in ogni edificio di Sulmona, mentre le robuste colonne cilindriche coronate da sottili capitelli scolpiti sono ancora quelle della basilica medievale. La facciata piatta col campanile a vela che si alza di poco sul cornicione è una caratteristica degli edifici di Sulmona, che li rende vagamente simili alle missioni spagnole d’oltremare: un tratto estetico motivato forse da precauzioni antisismiche (o da limiti di budget?) negli anni della ricostruzione settecentesca.

 

Percorriamo a piedi i giardini della cattedrale lungo Corso Ovidio fino alla piazza della Santa Annunziata, centro monumentale della cittadina scandito dal profilo delle chiesa e del palazzo che amalgamano tratti medievali, rinascimentali e barocchi in un unico complesso monumentale ricomposto dopo il sisma del 1706. Spiccano le ricche cornici delle tre bifore al secondo piano, ma sorprende ancor di più  la decorazione del lungo cordolo orizzontale che le sostiene. Girali, tralci e piccole figure umane a rilievo sviluppano un motivo vegetale su una linea orizzontale che taglia a metà la facciata.Un campanile a vela si alza di qualche metro sul cornicione come una quinta scenografica. Entriamo nella chiesa dell’Annunziata, ricca di di manufatti lignei e di intarsi marmorei che ricordano l’arte napoletana. Anche le pale d’altare risentono dell’influenza napoletana nei nomi di artisti che furono vicini a Luca Giordano e al Cavalier d’Arpino. Madonne popolari vestite come bambole si fanno venerare nelle nicchie degli altari.

 

Proseguiamo su Corso Ovidio fino alla piazza successiva, dov’è la statua del poeta latino nativo di Sulmona, raggiungendo poi la fonte del vecchio, dove comincia l’acquedotto medievale che cinge con una lunga serie di archi acuti la grande piazza Garibaldi. I profili innevati dei monti fanno da cornice sullo sfondo. Ci soffermiamo sui resti dell’abside della chiesa di San Francesco, segno emblematico del sisma del 1706, e sull’antico portale laterale che ora immette in un ambiente a cielo aperto. La chiesa di San Francesco dopo il sisma fu accorciata, rinunciando all’abside medievale, isolata come un rudere nel paesaggio urbano, ma in suggestiva risonanza con gli archi dell’acquedotto medievale.

 

L’attuale San Francesco conserva la facciata medievale, ma ha l’interno rifatto nel Settecento: un’unica navata con belle rifiniture lignee ed un organo monumentale sopra il portale d’ingresso. Per raggiungere la chiesa successiva di Santa Maria della Tomba deviamo in discesa verso porta sant’Antonio per vedere se la città offre un’immagine monumentale anche al di fuori del recinto medievale. Ma delle mura non vediamo tracce, a parte gli archi di alcune porte urbiche. Rientriamo nel centro storico dalla Porta di Santa Maria della Tomba e costeggiamo il lato della chiesa fino alla piazza antistante. Ci troviamo davanti ad un’altra facciata rettangolare con il solito campanile a vela che la prolunga in altezza ad una estremità.

 

Nell’interno di Santa Maria della Tomba non troviamo le aggiunte barocche che avevano modificato l’edificio dopo il sisma del 1706. Un restauro radicale nel corso del Novecento ha ricondotto l’interno alle linee essenziali dell’architettura medievale. Nelle navate piuttosto buie si notano resti di affreschi e le solite statue di “madonne vestite” nelle nicchie degli altari. Parte da qui la processione del giorno di Pasqua con la statua della Madonna che scappa. Sulle orme della processione pasquale ci dirigiamo verso piazza Garibaldi che si allarga oltre gli archi dell’acquedotto medievale, con le alte montagne del Morrone sullo sfondo. Al vertice opposto della piazza c’è la chiesa di San Filippo, punto di arrivo della corsa pasquale della Madonna, con una bella facciata rimontata dopo il sisma del 1706 (prima apparteneva alla chiesa di San Martino).

 

Dopo un caffè in piazza Garibaldi in tarda mattinata entriamo nel vicino museo di Santa Chiara, che comprende raccolte diocesane d’arte sacra e la galleria d’arte contemporanea del Premio Sulmona negli ambienti dell’ex convento di Santa Chiara che sono stati in parte ricostruiti. Tralasciamo l’arte contemporanea e concentriamo l’attenzione sulle splendide oreficerie di produzione sulmonese e sulla ricca tradizione di tessuti che nel corso dei secoli produsse straordinari paramenti sacri, a partire dalla casula dell’epoca di Federico II.

 

Degni di nota sono alcuni libri antichi fra cui un raro messale francescano degli anni intorno al 1260. Completano la raccolta alcune pale d’altare tratte dalle chiese del territorio sulmonese e notevoli affreschi duecenteschi affiorati dalle murature dell’antica chiesa di Santa Chiara. Queste opere purtroppo non esauriscono le raccolte artistiche di Sulmona, che sono tuttora chiuse nelle grandi sale del vecchio museo del palazzo dell’Annunziata, inaccessibile e senza prospettive di riapertura. Non vediamo altri visitatori nel museo di Santa Chiara, che appare decentrato dal circuito turistico ai margini di piazza Garibaldi. Prima di fermarci per un pranzo veloce in un bar del centro, percorriamo le vie di Sulmona alla ricerca di angoli caratteristici.

 

Molti palazzi settecenteschi esibiscono bei terrazzini panciuti di ferro battuto. Nel tessuto urbano affiorano di tanto in tanto le tracce di una pregiata edilizia quattrocentesca, di stile Durazzesco, che a me ricorda i palazzi dei cavalieri di Rodi, non sempre in buono stato. Entriamo nel movimentato cortile di palazzo Tabassi che conserva fra l’altro una raccolta di epigrafi romane con vecchie didascalie incorniciate come cinquantant’anni fa.

 

Dopo pranzo ci allontaniamo in automobile dal centro urbano verso l’abbazia morronese ed al santuario di Ercole Curino. L’orario di apertura dell’abbazia è circoscritto alle ore del mattino, per cui alle due del pomeriggio non ci resta che ammirare l’imponente facciata di ispirazione borrominiana dall’esterno, in compagnia di un triste impiegato del Mibact che vorrebbe raccontarci qualcosa della storia millenaria del complesso antico, poi divenuto carcere, nel grande cortile alberato riconvertito a uffici pubblici.

 

Dall’abbazia raggiungiamo poi in automobile il parcheggio da cui si dirama in alto il sentiero per sant’Onofrio, mentre in basso ci sono i resti del Santuario di Ercole Curino che si impone sulla valle con terrazzamenti poderosi nella montagna del Morrone, proprio sotto l’eremo di sant’Onofrio di cui probabilmente costituisce l’antefatto. Gli eremiti medievali si riparavano fra ruderi romani che in Abruzzo vengono detti morroni. Pietro da Morrone potrebbe racchiudere nel nome la citazione dei resti del tempio di Ercole presso il quale aveva trascorso gli anni della vita eremitica. L’intera montagna morronese porterebbe forse nel nome l’eco di queste tracce romane?

 

Scendiamo il pendio lungo i tornanti del sentiero all’ombra rada di alberi appena sbocciati. Nel terrazzo più alto del santuario si conservano i grandi blocchi della pavimentazione ed i resti della cella templare dove fu ritrovate la statuetta di Ercole Curino, con un bel mosaico policromo decorato da un motivo a delfini. Il panorama sulla conca di Sulmona è vastissimo in ogni direzione fino al Gran Sasso: quanto basta per comprendere le ragioni del “gran rifiuto” di Pietro Da Morrone, che rinunciò al pontificato per tornare a vivere qui.

 

Nonostante sia il mese di Aprile fa molto caldo e non saliamo a piedi fino all’edificio medievale dell’eremo di Sant’Onofrio che scrutiamo dal basso. In automobile rientriamo a Sulmona per vedere finalmente il museo archeologico annesso al palazzo dell’Annunziata che in alcune sale espone i ritrovamenti della città romana e del suo territorio. E’ interessante completare l’indagine del tempio di Ercole Curino tramite i manufatti qui conservati e  le ricostruzioni didattiche. Le vetrine illustrano anche altri santuari del territorio sulmonese insieme alle memorie di collezionisti che hanno scritto la storia degli scavi archeologici del luogo. Un’accurata presentazione della topografia romana identifica perfino due successivi cicli edilizi della città di Sulmona fra primo e secondo secolo dopo Cristo.

 

Altre sale del museo sono destinate alla protostoria italica dei Peligni ed ai mosaici di una domus romana musealizzata nel luogo del ritrovamento. Annesso all’archeologico c’è anche un museo del costume abruzzese, ma le grandi sale del vecchio museo civico restano ancora chiuse a dieci anni dal terremoto del 2009, con le belle finestre antiche affacciate su corso Ovidio che mostrano qualche fessura, perfino un vetro rotto. Quando ci attardiamo seduti ad un tavolo del bar di fronte, mancano poche ore alla processione del Cristo morto e le transenne sono già state disposte lungo il corso. I musicisti della banda cittadina arrivano alla spicciolata con gli strumenti in mano e l’abito da parata.

(Lorenzo Aldini, 19 aprile 2019. A Sulmona con Giorgia)

 

Chieti, archeologia e paesaggio

Arriviamo a Chieti di mattina in una giornata non del tutto limpida, ma abbastanza chiara da permettere la visione maestosa della Maiella innevata. Lasciamo l’auto in sosta nei pressi di villa Frigerj, sede del museo nazionale d’Abruzzo, che raggiungiamo da dietro attraverso una rampa pedonale nel verde dei  giardini della villa comunale. Il museo è aperto già da un’ora ma non sembra frequentato da altri visitatori. Uno striscione pubblicitario annuncia un nuovo percorso di visita attraverso la protostoria d’Abruzzo, volto a valorizzare le diverse etnie che popolarono questa regione prima dei romani.

 

In una saletta accanto all’ingresso vediamo subito la statua del guerriero di Capestrano, che è stata ricollocato qui nel 2011 come installazione d’arte. Per imporsi all’attenzione del pubblico, questa scultura non ha certo bisogno del nome dell’artista di moda (Paladino) cui è stata commissionata la scenografia in chiaro-scuro…. E’ sorprendente la plasticità del corpo del guerriero protostorico, che le riproduzioni fotografiche appiattiscono inevitabilmente.

 

Anche la colorazione dei finimenti sorprende per la precisione del tratto. Il viso è davvero coperto da una maschera e l’immagine nel suo complesso non è facile da interpretare. L’iscrizione in caratteri piceni dovrebbe menzionare il nome di un re e quello dello scultore che l’ha ritratto probabilmente nel VI secolo avanti Cristo. L’idea che sia una semplice stele funeraria potrebbe essere limitativa. Mediante questa scultura, lo spirito del re (vivo o defunto?) proclamava la sovranità su un territorio. Che gli antichi cimiteri italici fossero presìdi simbolici a difesa delle città dei vivi?

 

Al piano superiore di villa Frigerj si sviluppa il nuovo itinerario attraverso le antiche popolazioni italiche, di cui sono esposti corredi funerari dentro vetrine incastonate in un percorso piuttosto labirintico e con le finestre chiuse (unica eccezione la grande finestra che dà accesso al terrazzo sopra il portone principale). Molti pannelli didascalici aggiungono un numero eccessivo di informazioni e appesantiscono l’esposizione. Le belle immagini in bianco e nero dei paesaggi stimolano il desiderio di risalire le valli abruzzesi verso Sulmona, Castel d’Ieri, Peltuino, ma farebbero un miglior servizio in una mostra fotografica a parte.

 

Nel percorso espositivo scarseggiano le didascalie con i riferimenti cronologici e topografici dei singoli ritrovamenti. Davvero il pubblico non è più in grado di interpretare una carta topografica? Ma quale pubblico? Questo allestimento sembra un palinsesto per guide-cantastorie che accompagnano gruppi di turisti sensibili ormai soltanto allo storytelling. Un museo archeologico svolge bene la propria funzione quando tutela i dati di scavo nel massimo della chiarezza espositiva interpretabile a più livelli, non quando narra a senso unico. Per questo esistono già i libri, i filmati ed i documentari.

 

Osserviamo la statua bronzea dell’Ercole curino di Sulmona, davvero affascinante, modellata sul tipo dell’Ercole Farnese. Ci lasciamo sorprendere dai letti funerari scolpiti d’età romana repubblicana, collocati alla fine del percorso in prossimità dello scalone d’ingresso. Le tombe picene di Campovalano sembrano penalizzate dal nuovo allestimento, che ha riservato loro una collocazione marginale sotto la scala, dove due vetrine simulano la disposizione originale dei corredi funerari di due tombe. L’ampio corridoio di ingresso offre un ricco campionario di sculture classiche ed altri reperti di varia provenienza nelle vetrine. Concludiamo la visita al piano terra, dov’è esposta una parte della donazione antiquaria di Giovanni Pansa e dove trova spazio la collezione numismatica allestita in maniera davvero esemplare. Ma la sala più bella di villa Frigerj è la biblioteca, con le finestre luminose aperte verso le montagne. Una lapide nella parete ricorda il soprintendente Valerio Cianfarani, fondatore del museo nel 1959.

 

Usciti nel giardino pubblico della villa comunale ci dirigiamo verso il corso, con soste nella chiesa di San Domenico e nei vicini tempietti romani, stretti in una morsa di edifici moderni che ne rendono quasi surreale la visione. Proseguiamo fino al duomo di San Giustino, che si alza come un tempio classico su un podio, sulla piazza piena di automobili in sosta. E’ in corso una cerimonia solenne con un numero impressionante di sacerdoti sull’altare. La luce intensa del sole filtra dalle finestre all’interno del duomo e l’odore dell’incenso conferma la sacralità di un luogo fuori dal tempo.

 

Proseguiamo l’esplorazione del centro di là dal duomo, dove tuttavia l’edilizia non appare pregiata. Alcune chiese in abbandono non sembrano corrispondere alle interessanti descrizioni che ne facevano le vecchie guide del touring club. Le automobili sfrecciano nelle strade strette e rendono faticoso il passeggio. Torniamo verso il corso e ci affrettiamo ad entrare nel museo Barbella prima dell’orario di chiusura delle 13. La visita gratuita si risolve in una breve rassegna di pitture antiche prelevate dagli edifici di culto di Chieti, fra cui alcuni affreschi medievali dalla vecchia chiesa di San Domenico ed una selezione d’arte del Novecento. La parte più interessante è la collezione di ceramiche di Castelli, del XVI e XVII secolo, della donazione Paparella-Treccia.

 

Vorremmo vedere le terme romane, ma le rimandiamo al pomeriggio, così come il Museo  “La Civitella” che a Chieti raddoppia l’offerta archeologica “nazionale”. A pranzo ci fermiamo a mangiare nella trattoria Nino, che ha l’aria datata dei ristoranti di quarant’anni fa, con ottimi piatti della tradizione abruzzese (sagne-ceci e arrosticini) ad un prezzo conveniente. Poi ci sediamo al sole in una panchina dei giardini della Villa Comunale, per ritrovare le energie necessarie alla visita del secondo museo nazionale di Chieti, che ci accoglie alle tre del pomeriggio, vasto, silenzioso, deserto. L’addetta al servizio di sorveglianza non sa rispondere alla mia domanda (perché due diversi musei archeologici nazionali nello stesso capoluogo?) e si dilunga in recriminazioni contro la cattiva gestione del patrimonio dello Stato.

 

Le tre lunghe sale del museo La Civitella sono un’opera architettonica rilevante realizzata nel 2000 per contenere la storia antica del territorio di Chieti, nel luogo in cui erano emersi i resti dell’anfiteatro romano sotto il campo da gioco del moderno stadio comunale. Gran parte dello spazio è stato destinato alla ricostruzione delle decorazioni  in terracotta di tre templi romani ritrovati in città, ma anche lo spazio residuo si qualifica con modelli ricostruttivi di antiche situazioni urbane (il teatro, le terme…) e manifesta un dispendio di risorse giustificabile forse vent’anni fa, oggi più difficile da accettare.

 

Un ambiente è dedicato alla preistoria, ma la disposizione architettonica delle vetrine non aiuta a focalizzare la topografia dei ritrovamenti. Riconosco le notevoli ceramiche dipinte neolitiche di Catignano, ma sorvolo su altri aspetti qualificanti come i pezzi di Rapino e di Bolognano. Dirigendomi verso l’uscita continuo a chiedermi con quale criterio siano stati spartiti i corredi preistorici fra questo e l’altro museo nazionale di Villa Frigerj.

 

La loquace addetta della biglietteria informa che nel pomeriggio è anche possibile visitare l’area delle terme romane accompagnati da una guida esperta, ma il gruppo è molto numeroso ed anche rumoroso, ancor più rumoroso per chi ha appena finito di vedere in un silenzio claustrale il museo ed il vicino anfiteatro. La visita oltretutto si annuncia lenta per noi che vorremmo arrivare a Popoli prima di cena. Proseguiamo l’itinerario da soli verso i resti del teatro romano e poi a piedi attraverso le vie ortogonali della cittadella. In automobile lasciamo la città passando accanto agli scavi delle terme, che dalla strada si mostrano nel loro aspetto monumentale, coronato purtroppo dai soliti condomini anonimi che a Chieti fan da cornice ad ogni paesaggio.

 

Usciti finalmente dal centro urbano, salendo in automobile verso Popoli facciamo un’ultima sosta  nell’Abbazia di Santa Maria Arabona, dove i resti dell’architettura medievale cistercense, curati egregiamente, offrono un ristoro allo spirito del viaggiatore di passaggio. Degni di nota mi sono sembrati i capitelli scolpiti ed i dipinti trecenteschi del presbiterio, assegnati al maestro Antonio Martini di Atri.

(Lorenzo Aldini, 18 aprile 2019. A Chieti con Giorgia)

 

A Firenze, nei musei “di Preistoria” e “degli Innocenti”

La mattina del 21 marzo prendiamo il treno a Faenza e sulla ferrovia appenninica di Marradi raggiungiamo la stazione di Santa Maria Novella poco dopo le dieci del mattino. A Firenze abbiamo in programma la visita del museo di preistoria intitolato a Paolo Graziosi, nell’ex convento delle Oblate: un museo prevalentemente didattico, che raccoglie tuttavia importanti reperti di archeologia preistorica da scavi effettuati nella penisola italiana, con un inserto di archeologia africana. E’ un luogo di studio che permette di fissare nella memoria le tappe della civilizzazione della penisola, attraverso i materiali dell’Istituto fiorentino di preistoria che fu diretto da Paolo Graziosi. Le vetrine sono molto semplici, forse un po’ datate nell’allestimento, comunque efficaci.

Foto di scavo in bianco e nero vivacizzano l’esposizione insieme a rilievi topografici ed a sezioni geologiche dei territori esplorati. L’approccio stratigrafico è evidente negli espositori delle selci scheggiate che mostrano la successione dei manufatti in file sovrapposte. Prevalgono i contesti di scavo esplorati dagli archeologi dell’istituto fiorentino di preistoria, che si distinse a partire dalla seconda metà del Novecento per l’utilizzo di metodi analitici che avvicinano la paleontologia umana alle scienze naturali. Maggior spazio è assegnato ai manufatti del paleolitico, a partire dalla fase più antica dei cioppers rinvenuti nel litorale toscano nei pressi di Livorno (da 700.000 a un milione di anni fa) ed ascrivibili ad ominidi di incerta ascendenza.

L’industria litica è ampiamente documentata anche in relazione al paleolitico medio e superiore, quando le schegge diventano sempre più minute, fino al neolitico, con l’interesse rivolto alle fonti di approvvigionamento delle antiche culture, alla dimensione simbolica dei riti funerari ed alle forme d’arte. Quest’ultime rappresentano forse il settore più interessante del museo e riflettono gli interessi di Paolo Graziosi, che diede un contributo importante agli studi d’arte rupestre e raccolse in questo museo un campionario di calchi di sculture, riproduzioni di pitture e di graffiti paleolitici e neolitici. Particolare rilievo è dato alle scoperte della grotta del Genovese nell’isola di Levanzo.

L’età neolitica è anche testimoniata da alcuni capisaldi riconoscibili nelle tipiche forme vascolari “campaniformi” o “a bocca quadrata” oppure dal tipo di decorazione (ceramica impressa, spiraliforme, ecc.). Una parte considerevole della ceramica esposta proviene dal contesto del Rinaldone, con centro di diffusione fra Lazio e Toscana nell’età di transizione fra neolitico ed età del bronzo. Nell’ultima vetrina vediamo finalmente alcune ceramiche della Grotta del Grano, riferibili all’età del bronzo e provenienti dalla Gola del Furlo.

Quando il museo chiude a mezzogiorno e mezzo non possiamo dire di aver ultimato la visita. Ci dirigiamo a pranzo verso il mercato centrale di San Lorenzo, dove ci sediamo a mangiare un gustosissimo piatto di stracotto nelle tavolate comuni al secondo piano della struttura coperta. Il sole filtra dalle vetrate e richiama l’attenzione verso altre tappe della nostra giornata, ma ci attardiamo a parlare a tavola fin oltre le due, dopo di che ci dirigiamo verso la piazza della Santissima Annunziata. Di pomeriggio abbiamo in programma la visita del nuovo Museo degli Innocenti, riaperto tre anni fa dopo importanti lavori di ristrutturazione che hanno lasciato un’impronta architettonica contemporanea, di cui il complesso brunelleschiano avrebbe potuto certamente fare a meno.

Si entra da un ingresso decentrato che simula la saracinesca di un garage. Prima di vedere la luce dei due chiostri rinascimentali, il nuovo itinerario accompagna i visitatori lungo un percorso interrato e senza finestre, che narrra la storia dello Spedale degli Innocenti mediante cimeli ed immagini di antichi benefattori. Lo stile espositivo è quello di alcuni musei tematici che ricordo di aver visto nella zona di Salisburgo. La trovata più appariscente (davvero necessaria?) è la sala circolare coi piccoli cassetti da aprire per scoprire i “mezzi ciondoli” dei trovatelli, secondo un’usanza che avrebbe consentito alle madri il riconoscimento dei figli consegnati allo Spedale in forma anonima.

E’ una trovata ad effetto che avvicina questa esposizione ad una installazione d’arte contemporanea. Può fare sorridere (o arrabbiare) chi è venuto fin qui per vedere le raccolte d’arte e l’architettura rinascimentale di BrunelleschiLa parte più interessante della storia di questa istituzione sono le fotografie che ritraggono i bambini e le badanti nei dormitori, nelle sale e nelle cucine, che sul finire dell’Ottocento furono attrezzate con le migliori tecnologie dell’epoca. Dalle cantine riemergiamo finalmente nei chiostri “delle donne” e “degli uomini”, dove gli archi ed i capitelli parlano la lingua di un classicismo rinascimentale assai precoce, che ha fatto scuola per quasi un secolo ai costruttori di chiostri nei conventi di campagna.

La statua trecentesca di un profeta appartenuto ad Orsammichele fa’ gli onori di casa all’ingresso dello scalone che conduce alle galleria del piano superiore, rinnovata anch’essa con trovate architettoniche non necessarie. Meglio sarebbe stato lasciare le finestre aperte ed i quadri allineati lungo le pareti bianche del grande corridoio. Fra le opere d’arte qui esposte, rimaniamo incantati davanti all’Incoronazione della Vergine del Maestro della Madonna Strauss ed alla bella Madonna col bambino di Luca della Robbia, iniziatore della ricca tradizione delle terraccotta invetriate, utilizzate anche per decorare l’architettura rinascimentale esterna.

Qui si coglie la ricchezza iconografica della tradizione cristiana che fornisce l’idealtipo del bambino-innocente nell’immagine di Gesù. Sono interessanti anche gli stendardi processionali e le rappresentazioni della Madonna della Misericordia che sotto il manto protegge una folla di ragazzini. In fondo alla galleria si apre la stanza con i capolavori del Ghirlandaio e di Piero di Cosimo, che decoravano gli altari della chiesa dello Spedale, mentre in un altro ambiente annesso vediamo nella penombra alcune Madonne agghindate di devozione popolare.

Terminiamo la visita nella sala degli arredi liturgici, aggiunta nel Seicento sul voltone di Via della Colonna. L’uscita del Museo degli Innocenti è accanto all’ingresso, ma non è la stessa porta, come accade nei supermercati, forse in previsione di grandi flussi turistici che nel giorno della nostra visita non vediamo. Fuori dai chiostri brunelleschiani siamo proiettati nella luce intensa della piazza dove si affaccia la Santissima Annunziata. Entriamo nella Basilica dei Padri Serviti e nel chiostro grande dei morti, che precede l’ingresso, vediamo ricollocate le famose lunette affrescate di Andrea del Sarto, Jacopo Pontormo e Rosso Fiorentino, da cui presero le mosse le recenti mostre sul manierismo fiorentino. La Santa Annunziata è carica di decorazioni seicentesche ed alle quattro del pomeriggio è inondata dalla luce dorata del sole ormai basso sull’orizzonte.

Non ci soffermiamo sugli antichi affreschi che emergono a frammenti nella navata occidentale, ma in un altare vedo la grande crocifissione dello Stradano, che fu in mostra a Palazzo Strozzi un anno fa, ed un San Filippo Benizzi del Seicento, di cui esistono copie coeve in altre chiese dei Servi. Manca un’ora prima del treno delle 17 e 40 e per trascorrere il tempo residuo ritorniamo nel museo di preistoria per osservare con maggior attenzione le ultime vetrine dell’Eneolitico e dell’età del Bronzo, sulle quali di mattina avevamo avuto un po’ fretta. Cerchiamo così di mettere meglio a fuoco la Cultura di Rinaldone, diffusa nella penisola in età eneolitica, con una produzione di belle forme ceramiche e la persistenza di strumenti simili a quelli del paleolitico superiore.

Al termine della visita compiliamo il questionario che ci era stato consegnato di mattina ed abbiamo il tempo di scambiare qualche parola con due giovani universitari, che nella prima sala del museo stanno installando l’infrastruttura sperimentale di una audioguida per dispositivi mobili… Rientriamo in stazione a Faenza alle sette e mezzo, dopo un gradevole viaggio sulla ferrovia appenninica al tramonto, in tempo per rientrare a casa per cena.

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(Lorenzo Aldini, 21 marzo 2019. A Firenze nel Museo di Preistoria, nel Museo degli Innocenti e nella Basilica della Santa Annuziata con Paolo Branzaglia e Michelangelo Monti)

 

 

Urbania, fra inverno e primavera

Saliamo le impervie colline del Montefeltro di sabato pomeriggio col sole che brilla ormai basso sull’orizzonte in direzione dell’alta valle del fiume Foglia. Per arrivare a Urbania scegliamo la strada più diretta, ma non la più veloce, confidando nel navigatore di google maps che però nel territorio di San Marino indica una via sbarrata. Torniamo in territorio italiano a Montelicciano e su altre strade tortuose raggiungiamo Monte  Cerignone dove a piedi saliamo al castello quando il sole è appena tramontato. Nell’unico bar del paese i tifosi festeggiano la vittoria della squadra di calcio.

Non è il posto giusto per fermarsi, così riprendiamo la strada in discesa verso Macerata Feltria, dove sostiamo per un tè in un bar del centro prima di ripartire verso  l’agriturismo La Caputa, nei pressi di Urbania, che ci aspetta all’ora di cena. Il casale dell’agriturismo  si affaccia su un tornante della strada per Urbino in un pendio spazzato dal vento. La stanza è sobria ma abbastanza ampia ed accogliente, mentre la cena nella sala al piano terra (che condividiamo con altri due ospiti) è una bella scorpacciata di cucina casalinga servita in silenzio dalle proprietarie della struttura. Dopo cena raggiungiamo le vie del centro storico di Urbania sotto le raffiche di un vento che continua ad insistere.

Nelle strade deserte vagano i giovani del sabato sera, con l’aria annoiata fra le vetrine di due birrerie e le panchine davanti al teatro Bramante, aperto per una rappresentazione della Locandiera di Goldoni. Torniamo in centro la mattina successiva e riprendiamo la visita dal duomo dedicato a San Cristoforo, il santo traghettatore che interpreta bene il ruolo di questo centro fortificato stretto nell’ansa del fiume Metauro a presidio dei due ponti antichi che ancora l’attraversano.

All’interno del duomo lo sguardo si dirige subito verso il presbiterio dove pende la famosa croce  dipinta di Pietro da Rimini, capolavoro della scuola riminese del Trecento. In quella posizione centrale sull’altare sembra non tanto un’opera d’arte, ma un oggetto di culto. La distanza non aiuta a cogliere le sfumature delle vesti e delle carni, ma la visione d’insieme offre comunque una percezione soddisfacente della consistenza stilistica e permette raffronti con altre opere -vere o presunte- di Pietro da Rimini, a Ravenna, a Pomposa e a San Pietro in Sylvis.

L’interno del duomo non brilla per l’architettura settecentesca, abbastanza tozza, appesantita oltretutto dalla strana luce delle nuove vetrate blu. Nelle pareti del presbiterio sono collocate alcune tele cinque-seicentesche che rimandano a due autori nati qui e attivi anche a Roma (Giustino Episcopi e Giorgio Picchi) insieme ad un grande quadro Sant’Ubaldo di Claudio Ridolfi. Nelle cappelle laterali vediamo altri dipinti del Seicento, fra cui una crocifissione riferita alla scuola di Barocci ed una Madonna del Rosario del Peruzzini. Nel duomo ci tratteniamo a lungo durante la messa domenicale delle dieci e mezzo: una messa cantata interminabile coi ragazzi del catechismo in processione. Dopo la messa ci affacciamo nel cortile porticato del palazzo ducale dove fervono i preparativi di una grande mostra, poi percorriamo le vie rettilinee del borgo, che è di origine duecentesca, alla ricerca dei numerosi oratori ricchi d’arte, alcuni accessibili, altri no.

Raggiungiamo il Corpus Domini che contiene notevoli opere cinquecentesche di Raffaellino del Colle ed offre nelle lunette con le sibille un saggio della migliore pittura cinquecentesca, dove probabilmente intervennero anche altri artisti impegnati nella decorazione dell’Imperiale di Pesaro. Poco distante dal Corpus Domini nel rettilineo della via nuova troviamo la chiesa di Santa Chiara, circondata dalle impalcature di un cantiere che annuncia lavori di consolidamento cominciati nel 2018. Una parte delle opere pertinenti a questa chiesa è conservata nel museo di arte sacra, in una sala che esibisce affreschi staccati di Giustino Episcopi (dettto anche Salvolini), fra cui la bella ascensione, insieme a due quadri di Raffaellino del Colle tratti dall’oratorio del Corpus Domini.

Poco prima di mezzogiorno entriamo nelle sale deserte del museo di arte sacra,  riallestito nel 2013 in quello che era l’antico appartamento vescovile accanto alla Cattedrale. E’ un museo esemplare, espressione della miglior tradizione dei musei diocesani marchigiani, che raccoglie opere dalle chiese del territorio sottratte all’incuria ed alla dispersione, accanto ad una notevole collezione di ceramiche rinascimentali di Casteldurante che furono oggetto di studio del prelato Corrado Leonardi, cui il museo è intitolato. Altre collezioni di arredi sacri e di epigrafi cristiane arricchiscono la raccolta. Contrariamente a quanto accade nell’allestimento della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, in questo museo di Urbania le didascalie illustrano ancora la collocazione originale delle opere e la storia dei collezionisti donatori.

Usciti dal museo Leonardi percorriamo la via centrale del borgo, attraverso la piazza dov’è il palazzo del Comune con l’alta torre e, sul lato opposto, l’edificio rinascimentale del monte di pietà. Ormai verso l’una entriamo nell’oratorio di Santa Caterina, appartenuto alla confraternita degli artisti, con la volta a botte carica di stucchi che incorniciano alcune pitture di inizio Seicento, attribuite all’Apolloni e a Luzio Dolci, che fu collaboratore dell’Episcopi. Solenni statue dei profeti dell’Amantini completano le decorazioni di stucco alle pareti, mentre il quadro con Santa Caterina  sull’altare venne realizzato su un cartone di Taddeo Zuccari.

Poco più avanti sul lato opposto della strada troviamo aperta la grande chiesa di San Francesco, ripulita e finalmente riparata dai danni della nevicata del 2012. L’interno settecentesco brilla sotto il sole che filtra luminoso dalle vetrate. Negli altari barocchi vediamo altri quadri dei soliti artisti originari del luogo: un’assunzione di Giorgio Picchi nel presbiterio, un’adorazione dei Magi dell’Episcopi nel transetto sinistro ed una curiosa crocifissione circondata dai familiari dell’artista, nella cappella sepolcrale dell’Apolloni.

Di ritorno verso la piazza principale che si sta svuotando all’ora di pranzo proseguiamo verso il piccolo oratorio del Carmine con la porta spalancata e le pareti interne ricoperte di affreschi del Picchi, datati 1604. Nell’altarino centrale si staglia l’affresco trecentesco di una madonna col bambino, unanimemente attribuita a Giuliano da Rimini, qui trasferito dopo la demolizione del vicino castello nel corso del Cinquecento.

Per pranzare troviamo posto nel ristorante “Le Maioliche”, aperto da qualche mese accanto al cortile di palazzo ducale. Questo locale ricavato nello spazio di un ex laboratorio di ceramica offre menù tipici della tradizione con prodotti scelti dal territorio circostante. Ci tratteniamo a lungo ed abbiamo anche occasione di scambiare qualche parola con la cameriera che gestisce l’attività insieme al marito cuoco, con molta energia ed entusiasmo. Terminato il pranzo, prima di dirigerci verso il famoso cimitero delle mummie, dove il custode-cicerone ci aspetta alle 15 e 30 per una visita guidata, abbiamo tempo di percorrere le vie delle mura fino al Ponte dei Cocci, al di là del quale c’è il convento della Maddalena (chiuso dopo pranzo) con un quadro di Guido Cagnacci che non vediamo.

Le mura costeggiano il corso del Metauro che scava una profonda forra arcuata su tre lati della città. Antichi sbarramenti lungo il corso d’acqua dovevano alzare il livello rendendo navigabile il fiume che ora scorre in profondità fra le rocce di un paesaggio verde e movimentato, dove erano attivi opifici e laboratori ceramici. Il tessuto urbano medievale dentro le mura appare abbastanza intatto, tuttavia segnato nell’area orientale da brutti edifici moderni che dopo la seconda guerra mondiale rimpiazzarono le distruzioni del bombardamento aereo americano del 23 gennaio 1944, testimoniato dal memoriale eretto in piazza davanti al duomo.

Torniamo verso il fiume nei pressi della porta dei Mulini e seguiamo le mura sul retro della chiesa di San Francesco, della quale emerge il campanile romanico simile a quello del duomo, con le caratteristiche grandi aperture arcuate nella cella campanaria. Le strade del centro si susseguono diritte e parallele verso palazzo ducale che occupa una parte considerevole del tessuto  urbano originale duecentesco. Raggiungiamo il Ponte del riscatto dove la strada diretta ad Urbino attraversa il Metauro, con una vista retrospettiva sul lato monumentale di palazzo ducale.

La Chiesa dei Morti è attualmente la principale attrazione turistica di Urbania. Già sede della confraternita della buona morte, era famosa un tempo per alcune opere di scuola riminese: la croce di Pietro, ora in duomo, e il dossale di Giuliano, finito a Boston all’inizio del Novecento. La scoperta di corpi mummificati nel cimitero retrostante due secoli fa destò l’interesse di una confraternita che si ingegnò di riprodurre (senza successo) il fenomeno della mummificazione, dovuto all’azione di muffe naturali nel terreno di sepoltura. Alcune salme di colore scuro fanno mostra di sé nelle teche di un emiciclo di legno ricavato nello spazio retrostante l’altare.

Spaventano ed incuriosiscono. Il custode-cicerone dice a tutti le stesse storie, forse è un po’ stanco di ripetersi, ma con orgoglio parla dell’interesse del National Geographic per le mummie di Urbania e della trasmissione Sereno Variabile che ha in programma un servizio televisivo prima di Pasqua. Il sole comincia a declinare, ma prima di andarcene vogliamo entrare nel palazzo ducale, non del tutto agibile a causa dei lavori di allestimento di una mostra che ingombra le sale con la carpenteria.

Saliamo lo scalone e attraversiamo le stanze della biblioteca comunale, dove di domenica pomeriggio ci accoglie un impiegato assonnato ma molto gentile che stacca un biglietto ridotto per consentirci l’ingresso nella loggia e nella sala di Federico Barocci. Qui vediamo il famoso crocefisso che ritrae Urbino sullo sfondo e l’altro quadro della Madonna delle Nuvole in deposito dall’oratorio”del Crocefisso” attualmente chiuso.

Non è possibile inoltrarsi nel piano inferiore attraverso la scala elicoidale ed ultimiamo la visita nel terrazzo, per ammirare (e fotografare) lo scorcio pittoresco del palazzo ducale sull’ansa del Metauro. Prima di tornare a casa vorrei comprare un libro… una guida desueta del centro storico di Urbania intitolata “La passeggiata”, tratto da un manoscritto di Giuseppe Raffaelli di metà Ottocento.  Il bibliotecario dall’aria assonnata dice di non averlo, ma  è molto sollecito a rintracciarne le tracce al telefono. Per comprarlo dobbiamo tornare nell’altro museo e chiedere all’addetto della biglietteria, lo stesso che di mattina si era prodigato in suggerimenti  gentilissimi. Nei brevi attimi che trascorriamo nella biglietteria del museo di arte sacra abbiamo la fortuna di incontrare il professor Raimondo Rossi, artista delle ceramiche e poliedrico genius loci che ha curato l’edizione del libro.

Dice di essersi occupato del museo di arte sacra fin dalla sua fondazione, riuscendo a dare continuità ad un progetto ben più rigoroso e sistematico di quello esprimibile nel contesto dell’amministrazione pubblica di palazzo ducale. Bastano poche parole per capire dove ha origine la rara qualità dell’esposizione di arte sacra del museo di Urbania. Il prof. Rossi fa gli onori di casa e ci accompagna verso un’uscita che non è l’attuale porta del museo, ma il vecchio ingresso del Vescovo accanto al duomo. Poco dopo le cinque ripartiamo in auto in direzione di Peglio e di Sassocorvaro, facendo una sosta nel Santurio di Battaglia, fra le ultime visioni del monte Carpegna e del Sasso di Simone prima del tramonto.

(Lorenzo Aldini, 16-17.03.2019. Nel Montefeltro e in Urbania con Giorgia)

Il museo “Scarabelli” di Imola

L’ultimo sabato di carnevale raggiungiamo Imola in treno all’ora di pranzo. Quando partiamo dalla stazione di Cesena non c’è ancora l’affollamento degli studenti che escono da scuola. Il sole è già caldo e la campagna luccica coi colori chiari della fine dell’inverno. Arriviamo a Imola all’una e mezzo e in pochi passi raggiungiamo la trattoria del Piolo, dove sediamo a tavola nella sala in alto, chiamata “la terrazza”, che si affaccia sulle mura antiche della città sul varco aperto verso la stazione, proprio lì dove corso Andrea Costa diventa via Appia. Immaginavo un locale più sobrio, invece la trattoria del Piolo ha l’aria dei ristoranti di tendenza, col cameriere che assiste i clienti come un personal trainer nel tavolo d’angolo affacciato sulle mura, nella grande sale che condividiamo solo con altre due persone ormai alle due del pomeriggio.

Il conto non è dei più economici, ma è consono al luogo dove ci troviamo, che si presta alle divagazioni amichevoli di una lunga conversazione fin oltre le tre del pomeriggio. Dopo pranzo abbiamo in programma la visita del museo “Giuseppe Scarabelli”, poco distante nella fitta rete di strade perpendicolari del centro antico di Imola che ricalca la città romana. Il museo è ospitato dal 2013 nelle sale dell’ex convento di San Domenico, dov’era già la pinacoteca, trasferito anch’esso qui dalla sede storica del palazzo dei musei che si affacciava poco lontano nel tratto urbano della via Emilia. Cominciamo  la visita dalla sala decentrata al piano terra che contiene i corredi di alcune tombe villanoviane del VII-VIII secolo avanti Cristo, riferibili alla civiltà di Verucchio, rinvenute fra il 1998 e il 2000 nel territorio Imolese (Pontesanto) e nei pressi di Castel San Pietro (Orto Granara).

Fra i materiali conservati nelle vetrine sono notevoli le urne cinerarie circolari in terracotta, che nella sepoltura venivano deposte su un trono ligneo come canopi, ed i corredi di bronzo, fra cui alcune situle (secchi decorati), fibule con inserti di ambra, armi ed altri oggetti da parata. Elementi notevoli di questa mostra permanente sono i calchi della superficie di scavo di due tombe, realizzati con materie plastiche che riproducono la situazione del ritrovamento e possono ingannare i visitatori sprovveduti, che le ritengono originali. L’intervento di scavo della fine degli anni Novanta si era d’altronde distinto per le tecniche innovative con cui il terreno era stato staccato e trasportato in laboratorio per una indagine col bisturi.

Nel vano che completa l’esposizione, purtroppo senza luce, sono collocati altri reperti di sepolture dell’età del ferro, insieme ad alcune vecchie tavolette dell’IGM che fissano alla parete i luoghi dei ritrovamenti, in attesa di una completa riapertura della sezione protostorica. L’addetta alla sorveglianza comunica che anche le raccolte archeologiche d’età romana sono chiuse al pubblico ma accessibili su richiesta, in orari da concordare con il personale, negli ambienti seminterrati al pianoterra.

Nel 2013 sono state riallestite le raccolte di geologia, paleontologia ed archeologia preistorica riferite prevalentemente all’attività di Giuseppe Scarabelli, iniziatore del metodo stratigrafico, che negli anni centrali del XIX secolo a Imola aveva allestito un museo pionieristico per l’epoca. Il riallestimento del 2013 ha voluto rispettare i metodi ottocenteschi di accumulo dei materiali in enormi vertine, dove la ripetitività non è noiosa bensì carica di suggestione, con il supporto di un’illuminazione ben calibrata che avvicina lo sguardo e non stanca neanche dopo ore di osservazione. Sono vetrine dove gli occhi godono e scoprono dettagli sempre più raffinati.

In alcune di esse troviamo minerali e fossili provenienti dalla Romagna (un nucleo interessante da Sogliano) ed una ricca campionatura di rocce e minerali italiani, perfino alcuni pesci fossili di Bolca che raccontano una storia di cinquanta milioni di anni fa. Ma il nostro interesse è rivolto soprattutto all’indagine stratigrafica della grotta del Re Tiberio, della quale una grande vetrina ottocentesca conserva un numero impressionante di vasetti miniaturistici, sotto altri manufatti di ceramica e di bronzo che denotano la continuità e la varietà di frequentazione della grotta. La raccolta non è particolarmente vasta, ma affascina il modo in cui è stato riproposto l’allestimento ottocentesco con le vecchie indicazioni a stampa e le didascalie scritte a mano.

Sembrerebbe l’opera di un artista contemporaneo che gioca con la museologia, ma non è una finzione. Di certo l’esperienza bolognese di Palazzo Poggi (dove negli anni 2000 sono state riallestite le wunderkammer di Aldrovandi e Marsili) deve aver fatto scuola al museo di Imola. La sezione preistorica si completa con altre tre grandi vetrine monumentali, allestite nello stesso stile. Nella prima sono gli oggetti di pietra scheggiata (oppure levigata) raccolti dallo stesso Scarabelli nelle campagne imolesi intorno al 1850, che dimostrano già una sicura consapevolezza riguardo alla loro origine antropica ed alla successione cronologica.

Nelle altre due vetrine sono i ritrovamenti di scavi dell’età del bronzo effettuati  nel territorio imolese, a San Giuliano di Toscanella e a Monte Castellaccio, che includono vasi di terracotta con anse particolari e ossa di animali. Appaiono infine interessanti i disegni di uno di questi villaggi e la ricostruzione grafica di una capanna circolare ad opera dello stesso Scarabelli. Ci tratteniamo a lungo fra le vetrine possenti di questa affascinante raccolta archeologica e trascuriamo la sezione naturalistica degli uccelli che fanno capolino nelle salette attigue.

Terminata la visita delle raccolte di Giuseppe Scarabelli senza averne esaurito le potenzialità, completiamo il giro passando nelle sale della pinacoteca. Questa sezione che affianca ai quadri ceramiche dipinte ed un interessante medagliere, si qualifica come museo esemplare, per l’efficacia dell’allestimento e per l’ordine che consente uno studio accurato dei materiali esposti. Sono molto belle le vetrine delle ceramiche medievali, che offrono fra i vari oggetti begli esempi di manufatti arcaici del quattordicesimo secolo. I quadri comprendono opere provenienti dalle chiese cittadine, non tutte eccelse, ma d’interesse per la conoscenza dell’arte locale fra Cinquecento e Ottocento.

Osserviamo una pala di Innocenzo da Imola ed altri quadri di piccolo formato di Ubaldo Gandolfi, ma non vediamo il capolavoro di Lavinia Fontana (in prestito altrove?). Completiamo la visita nella sezione storica, che include altre testimonianze d’arte e cultura degli ultimi secoli ed avvicina questo museo di Imola alla grande tradizione dei musei della città d’oltralpe. Dal lungo corridoio che cinge il chiostro una balconata consente l’affaccio sulla grande chiesa conventuale di San Domenico. Dall’alto vediamo la navata barocca ricca di pale d’altare con personaggi dell’ordine domenicano.

In lontananza sul presbiterio scorgiamo il martirio di Sant’Orsola di Ludovico Carracci, datato 1600. Terminata velocemente la visita della sezione contemporanea del museo, torniamo al piano terra e prima di dirigerci verso l’uscita entriamo nel chiostro, che è stato messo in sicurezza ma non ancora restaurato. Al crepuscolo riprendiamo la via della stazione, rientrando a casa all’ora di cena dopo aver preso accordi per le prossime mete.

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(Lorenzo Aldini, 2 marzo 2019. Al museo “Scarabelli” di Imola con Giovanni Manucci, Michelangelo Monti, Alessandro Bandoli e Paolo Branzaglia che fa la foto al ristorante).

Bologna, intorno ai musei universitari

Nonostante la neve della notte, alle nove del mattino le vie d’accesso al centro di Bologna sono scorrevoli. Lasciamo l’auto in sosta fuori porta San Donato, dov’erano i binari della vecchia ferrovia per Portomaggiore interrata in un percorso sotterraneo, e a piedi risaliamo verso via Zamboni. Abbiamo in programma la visita di un paio di musei universitari. Prima di vedere le sale di Palazzo Poggi, ci dirigiamo in via Selmi, verso il museo di antropologia annesso al dipartimento di zoologia, che qualche mese fa ha concesso in prestito alcuni materiali ossei al museo di Forlimpopoli dov’è tutt’ora in corso la mostra UNICIBO.

Il museo di antropologia di Bologna è soltanto una sezione del grande museo universitario di via Selmi, che comprende una quantità innumerevole di animali imbalsamati ed anche una sezione dedicata all’anatomia comparata. Visitando il museo di antropologia al quarto piano dell’edificio troviamo l’occasione per riflettere sull’evoluzione degli ominidi durante le diverse fasi del paleolitico inferiore di cui conosciamo le pietre scheggiate (da un milione a centomila anni fa) e ci accorgiamo che i nuovi apporti della genetica forniscono alcune risposte ma aggiungono un maggior numero di domande. E’ prevalente l’evoluzione di singole specie di ominidi oppure è la “speciazione” di rami laterali ad aver via via rimpiazzato le specie più antiche?

Probabilmente la risposta non è netta, come non sembra essere netta la separazione fra le ultime due specie umane (Neandertal e Sapiens) che si sono contese il continente europeo fino a quarantamila anni fa. Del museo di antropologia ci interessa in modo particolare l’archeologia del territorio romagnolo nella transizione dal neolitico all’età dei metalli. Ci soffermiamo sui resti della stazione di Fornace Cappuccini di Faenza (seconda metà del quinto millennio a.C.) dove fu rinvenuto un fossato “a sezione trapezoidale” assai simile a quello di Arcevia, oltre ad un numero di sepolture che furono scavate negli anni Ottanta del Novecento e poi ricostruite qui, nel museo universitario di via Selmi, con una vetrina che raccoglie anche reperti litici di Fornace Cappuccini, fra cui molte micro schegge.

In relazione a questi scavi e ad altri ritrovamenti dell’area bolognese emerge la statura scientifica dell’antropologo Gianni Giusberti, prematuramente scomparso, cui è stata dedicata una sala del museo di antropologia. L’ultima parte del percorso espositivo è interessante per altri motivi, in quanto raccoglie la strumentazione antropometrica utilizzata durante la prima metà del Novecento nelle ricerche di antropologia, fra cui alcuni interessanti cataloghi per la classificazione dei tratti somatici, del colore degli occhi e dei capelli, che fanno presagire l’eugenetica. Dopo esserci attardati nelle sale del museo di antropologia, ormai a mezzogiorno, giriamo l’isolato e saliamo le scale di palazzo Poggi per vedere le collezioni dell’Istituto delle Scienze. Nella penombra di un allestimento molto raffinato (quasi coreografico) troviamo subito la Wunderkammer di Ulisse Aldrovandi, con le vetrine di legno e vetro (che sembrano antiche) e i bizzarri accostamenti delle forme naturali di cui, nel XVI secolo, si fantasticavano strane origini.

Nella due sale successive vediamo le raccolte naturalistiche del Marsili, ri-allestite negli ambienti storici che esibiscono in alto gli affreschi mitologici di Pellegrino Tibaldi e di altri pittori del manierismo bolognese. Un paio di arazzi sono in mostra in un’altra sala, recentemente donati all’Università di Bologna dal mecenate Cesare Barbieri, mentre il ritratto di Giovanni II Bentivoglio, attribuito a Ercole de’ Roberti, apre uno spiraglio sulla prima stagione rinascimentale bolognese che subì una brusca interruzione all’arrivo di Papa Giulio II nel 1506.

Tornati nella sala iniziale, le sorprese non sono finite. Proseguiamo nella galleria delle cere anatomiche con l’esibizione di un’arte plastica che non diventa arte tout court, ma resta ancorata all’Istituto delle scienze, al servizio delle conoscenze scientifiche. L’impressione è nel complesso un po’ macabra, quasi una galleria degli orrori, ma di gran gusto. Pensiamo di aver quasi terminato la visita, ma mancano ancora le sale della collezione cartografica e d’arte militare del Marsili, per le quali non c’è tempo prima di pranzo. A piedi verso le due raggiungiamo la pizzeria Berberè in via Petroni, dove ci fermiamo per una lunga pausa, rientrando poi nel museo alle tre del pomeriggio. La sezione cartografica e d’arte militare del Marsili è sorprendente per l’aspetto enciclopedico delle fortezze sei-settecentesche schematizzate in una grande collezione di intarsi e per la storia delle architetture difensive in relazione alle tecniche di assedio, illustrate anche mediante plastici antichi e strumenti multimediali.

La collezione acquista ulteriore fascino nelle ultime sale, dove trovano adeguato spazio modelli navali sei-settecenteschi, e le carte marittime della stessa epoca, con le incisioni di planisferi che fanno la storia della cartografia. Sollecitati dal personale di servizio terminiamo la visita alle 16, orario di chiusura del museo di Palazzo Poggi. In via Zamboni rivolgiamo le ultime energie verso il complesso di San Giacomo Maggiore degli Agostiniani. Nell’oratorio di Santa Cecilia trascorriamo mezz’ora fra gli affreschi che i Bentivoglio riuscirono a commissionare all’inizio del Cinquecento, prima della loro cacciata da Bologna.

Con l’aiuto di un arguto volontario dell’auser, addetto all’apertura, riusciamo a cogliere alcuni dettagli significativi delle opere dei tre maggiori artisti del primo rinascimento bolognese: Francesco Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini, con l’attenzione rivolta soprattutto all’ultimo, precoce iniziatore di grottesche d’ispirazione romana e di altri arcani simbolismi. Entrati successivamente nella chiesa di san Giacomo, la percorriamo come una ricchissima galleria d’arte, soprattutto manierista, ormai al buio da un altare all’altro, con una sosta prolungata davanti ai capolavori rinascimentali dei Bentivoglio e dei Poggi, che realizzarono in questa chiesa le loro cappelle gentilizie, in prossimità delle rispettive residenze cittadine.

Alle 18 ripartiamo in automobile verso casa, dopo una camminata in via Zamboni e un te in un bar sotto le torri.

(Lorenzo Aldini, 24 gennaio, 2019. A Bologna nei musei universitari e a San Giacomo Maggiore con Paolo Branzaglia, Giovanni Manucci e Michelangelo Monti).