Bibbiena è un centro piccolo e accogliente, facile da raggiungere anche in automobile dopo le curve e il traffico della periferia, sulla strada che scende dai Mandrioli e poi risale di poco, fino alle mura rotondeggianti che cingono il poggio. Percorriamo in auto via Dovizi e poi a sinistra costeggiamo il palazzo comunale, chiuso da impalcature di lavori in corso, finché troviamo parcheggio sotto le possenti mura di Sant’Ippolito, che si affaccia in alto sopra di noi, su quelli che erano gli antichi spalti del castello. Percorriamo una ripida scala che porta davanti alla chiesa, raggiungendo poi piazza Tarlati dove sostiamo per un caffè sotto i portici, coi segni del castello evidenti nell’alta torre angolare.

 

Siamo a Bibbiena per vedere il museo archeologico del Casentino, ma prima di tuffarci nell’archeologia dedichiamo qualche minuto alle opere d’arte della chiesa di Sant’Ippolito, restaurata in modo esemplare nel 2016, come dice l’iscrizione ai piedi del presbiterio. La navata all’incrocio con il transetto è valorizzata da quattro archi ribassati, che allontanano l’edificio dalla percezione slanciata dell’arte gotica. Gli intonaci imbiancati di fresco fanno risaltare le opere d’arte sistemate come in una piccola pinacoteca. Sulla parete di fondo il polittico tardogotico di Bicci di Lorenzo (1435) brilla con le immagini dei santi ed altre storie vivaci entro cornici probabilmente intatte.

 

Sotto una teca nella parete destra della navata risalta il frammento centrale di un’altra tavola tardogotica, una madonna col bambino di Arcangelo di Cola da Camerino, affiancata da un’interessante croce dipinta trecentesca. Affreschi quattro-cinquecenteschi sono in evidenza entro nicchie ogivali nella parete sinistra della navata, mentre a destra nel transetto notiamo la bella madonna lignea duecentesca, con il bambino pure di legno ma rifatto in sostituzione dell’originale trafugato qualche decennio fa.

 

Di nuovo all’aperto, scendiamo la stessa scala da cui eravamo saliti e senza fretta percorriamo la strada che costeggia ad angolo il muro di sostegno della chiesa, dove si notano diverse fasi costruttive e l’aggiunta di contrafforti. Tornando indietro passiamo davanti all’oratorio di San Francesco e senza entrare diamo un’occhiata al ricco arredo settecentesco, visibile attraverso la vetrata all’ingresso, raggiungendo poi il museo, intralciato dai lavori in corso nell’adiacente palazzo comunale. Dal cortile passiamo alla biglietteria, dove ci accoglie una giovane addetta molto gentile e premurosa, che illustra l’offerta turistica.

 

Nella sezione didattica della preistoria -accanto ai fossili di denti e zanne pleistocenici- il paleolitico ed il neolitico sono indagati per mezzo di pietre lavorate che offrono evidenze continuative di insediamenti preistorici nelle alture fra l’Arno e l’Archiano, con la probabile presenza di un lago nella pianura alluvionale alla confluenza di questi corsi d’acqua. Mancano testimonianze della prima età dei metalli, mentre l’età del ferro è rappresentata dalle ceramiche di fattorie rustiche, che con il lusso etrusco condividono solo qualche rara suppellettile.

 

Al centro del museo troviamo le sale dedicate ai culti preromani, con alcuni resti del tempio di Socana e le statuette del Lago degli Idoli. Le vetrine con gli idoli di bronzo sono la vera attrazione turistica di questo museo: statuette alte non più di dieci centimetri, modellate in modo sommario ma espressivo, con le braccia larghe e le gambe  divaricate.

 

Neppure le statuette meglio rifinite esibiscono l’immagine tipica dell’offerente etrusco, bensì forme sinuose e arcaiche, all’incrocio di diverse tradizioni italiche. Più che un luogo di transito, questo laghetto sul monte Falterona doveva essere una meta di pellegrinaggio per ringraziare o chiedere grazia. Nella tradizione dei secoli successivi gli oggetti magici di questo culto si sarebbero chiamati ex-voto.

 

Le ultime due sale del museo raccolgono i resti di una villa romana scoperta nei pressi di Stia e rozzi bassorilievi medievali tratti dalle pievi del Casentino, commentati da un gran numero di pannelli didascalici fittissimi e da altri oggetti didattici. In relazione alla storia romana e medievale il museo perde la connotazione topografica e non manifesta la stessa chiarezza espositiva che sa proporre per le epoche precedenti.

 

Ultimata questa visita, prima di pranzo risaliamo via Dovizi fino alla chiesa di San Lorenzo, piuttosto buia anche nelle ore centrali della giornata, dove nelle prime cappelle laterali accanto al presbiterio, sotto luci che si accendono automaticamente prendono vita due belle robbiane invetriate: un compianto e una natività attribuite a Luca il giovane.  Dalla via centrale torniamo in breve a Piazza Tarlati, dove ci accomodiamo a pranzo nei tavolini all’aperto del bar Podestà, per mangiare ottimi antipasti, ribollita e pici. Di pomeriggio usciamo da Bibbiena diretti a Rassina e a Socana, dov’è la pieve edificata sui resti del santuario etrusco del quinto secolo avanti Cristo.

 

Qui nell’antichità doveva esserci un luogo di scambi commerciali al centro della valle casentinese. Non è possibile vedere l’interno della pieve, ma l’area archeologica retrostante è un luogo di grande fascino, che lascia ben immaginare la sedimentazione architettonica del tempio etrusco, della prima chiesa alto medievale e della successiva costruzione romanica che incombe come uno splendido volume architettonico insieme al campanile cilindrico ed esagonale. Il parco archeologico esibisce al centro la grande ara etrusca in ottimo stato di conservazione, sagomata con profonde gole secondo lo stile delle decorazioni architettoniche italiche pre-romane.

 

Da Socana saliamo poi fino a Castel Focognano, per assaporare il silenzio di un borgo d’altura cinto da antiche mura, su un poggio sospeso fra la valle casentinese e l’alta magia del Pratomagno. Qui ritrovo quasi per caso la piccola loggia del vecchio comune, con il forno per la panificazione e gli stemmi antichi alle pareti, come l’avevo vista trent’anni fa. Tornati in auto nei pressi di Bibbiena, deviamo verso il convento di Santa Maria del Sasso, dove nella luce calda del pomeriggio troviamo aperta la porta della chiesa ed anche l’ingresso del chiostro, notevole esempio di architettura rinascimentale.

 

La storia di questo Santuario rimanda ad una committenza domenicana fiorentina, sostenuta dal governo di Lorenzo de Medici e poi da Savonarola, del quale in chiesa troviamo raffigurato il volto dipinto. La forma semplice della facciata si integra armoniosamente con gli altri edifici del complesso, disposti in discesa nel declivio verso il torrente. Nel silenzio luminoso del chiostro, l’intonaco bianco incornicia su quattro lati le lunette di un ciclo votivo settecentesco, molto espressivo, didascalico, quasi fumettistico, come un catalogo dei miracoli di cui si è resa artefice la Madonna del Sasso: scampate alluvioni, guarigioni da ferite profonde o da cadute rovinose, per le quali la comunità monastica sembra rivendicare un ruolo di mediazione.

 

L’interno del Santuario è un complesso di quattro ambienti disposti su due piani: la chiesa principale esibisce all’incrocio dell’unica navata col transetto un leggiadro tempietto rinascimentale percorso da uno bel fregio robbiano. Nella penombra del transetto si intravvede una complessa tela di Jacopo Ligozzi. Da una porta retrostante è visibile il coro della clausura, con stalli cinquecenteschi e una grande tavola di fra Paolino da Pistoia, pittore domenicano che dipinse anche un’altra opera collocata nella parete sinistra della chiesa, di fronte ad una terracotta invetriata di Sante Buglioni (con una scena del Battista).

 

Una madonna affrescata da Bicci di Lorenzo è solo la prima delle immagini miracolose, salita agli onori degli altari per essersi salvata dall’incendio della prima chiesetta quattrocentesca e poi ricollocata al centro del nuovo edificio rinascimentale. Un’altra immagine ancor più miracolosa è la statua lignea della Madonna del Buio, nella cripta sottostante: miracolosa per i due ritorni a piedi dal centro di Bibbiena al Santuario, di notte, nell’anno 1522. Del movente che ispirò queste effigi, resta la storia di una bambina che vide la madonna (e una colomba) la vigilia di san Giovanni del 1347, presagio della peste dell’anno successivo, da cui Bibbiena rimase indenne.

 

Scendiamo infine al torrente per trovare la prospettiva da cui la bambina vide l’apparizione. Dal basso fra gli alberi di un bosco il Santuario appare più rustico, ma ancor più monumentale. Sulla via del ritorno percorriamo a ritroso la strada del passo dei Mandrioli, facendo un’ultima sosta al fresco di Badia Prataglia, per vedere la cripta medievale della pieve e per indugiare nello splendido arboreto della Forestale, dove il pezzo forte è una sequoia secolare. La discesa in Romagna è l’ultima attrazione della giornata, fra le curve della strada postale ottocentesca che taglia con un piano inclinato regolarissimo la sedimentazione marnoso-arenacea delle Scalacce.

(Lorenzo Aldini, 31 Luglio 2019. In Casentino con Eddy Bisulli, Paolo Branzaglia, Michelangelo e Lorenzo Monti, Massimo Riva)

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