E’ una giornata estiva luminosa ma non torrida, quando partiamo in automobile per raggiungere Senigallia e la gola di Frasassi. Della città di Senigallia non ho un’opinione eccelsa, forse a causa di vecchi amici nati qui che non ne parlavano con entusiasmo, ma vedendola nella luce abbacinante di luglio scopro spazi ampi, angoli ben tenuti e una sobria edilizia sette-ottocentesca senza brutte intromissioni della modernità più recente. A piedi arriviamo nella vasta piazza del duomo, di forma rigorosamente rettangolare e di ampio respiro, vagamente metafisica sotto il sole del mattino, e nel reticolo di strade ortogonali deviamo verso la piazza del municipio.

Dietro l’arco del palazzo comunale, in posizione al tempo stesso defilata ed eminente nella coreografia architettonica di Senigallia, troviamo palazzo Mastai, casa natale di Pio IX, papa dal 1846 al 1878, divenuta casa-museo dopo la morte del pontefice e attualmente gestita dalla curia. Alle dieci del mattino ci accoglie una simpatica ragazza addetta all’apertura del museo e della biblioteca, che orgogliosamente ci accompagna in visita attraverso le sale di palazzo Mastai. Chi avesse un debole per l’atmosfera delle case-museo, trova qui un luogo davvero commovente che esprime al massimo livello la devozione tutta marchigiana per le patrie memorie, dove l’aria di sacrestia si lascia penetrare dagli slanci eroici dell’ultimo Papa-Re, con una punta di ironia quando si viene a sapere che lo stravagante cognome “Garibaldi” era anche quello di una bisavola del pontefice. 

La visita comincia dalla sala più grande che esibisce alle pareti un bell’apparato decorativo seicentesco, con al centro un quadro di devozione privata raffigurante le nozze mistiche di Santa Caterina. Prosegue in sale più raccolte che espongono alle pareti ed in vetrine oggetti d’uso, documenti e cimeli del pontefice, fra cui alcuni curiosi strumenti da viaggio (notevole il crocefisso d’avorio entro l’altare portatile) e qualche fotografia che ritrae il pontefice agli esordi della tecnica fotografica. Accanto al letto smontabile c’è anche la culla del futuro papa, in uno strano corto circuito che restituisce alla personalità del pontefice l’età infantile in una prospettiva apologetica.

Le sale del museo subirono danni dai terremoti del 1930 e del 1972 per cui alcuni soffitti ed i pavimenti appaiono rifatti, anche la cappella privata del palazzo, dove il papa diceva messa quando tornava a Senigallia, è stata molto restaurata nel corso del Novecento (sull’altare è una Madonna del Sassoferrato). Dopo la Cappella, l’ultima saletta espone una serie di medaglie commemorative coniate durante il pontificato di Pio IX: fra di esse alcune esaltano i progressi della tecnica nello Stato Pontificio, ponti, ferrovie e altre azioni di modernizzazione, dimenticate dalle narrazioni ufficiali del risorgimento vittorioso.

Ci congediamo da palazzo Mastai dopo le undici del mattino, appena in tempo per vedere il vicino oratorio della Croce, aperto giornalmente fino alle 11 e mezzo, che contiene un notevole arredo ligneo tardo rinascimentale e, sull’altare centrale, una splendida tela di Federico Barocci col cristo morto. Ripartiamo da Senigallia a mezzogiorno dopo aver costeggiato il porto canale sotto i  portici monumentali che confermano l’impressione ordinata di questa cittadina ricca di valori ambientali. In fondo ai principali assi viari troneggiano come archi trionfali le porte urbane rifatte nel Settecento.  Per pranzare  ci spostiamo nel centro collinare di Arcevia, risalendo  la valle del Misa fino al ristorante del Park Hotel, dove sappiamo di trovare il clima che piace a noi, oltre a piatti davvero saporiti. Con la pancia  piena di trofie al ragù di salsiccia, nelle prime ore del pomeriggio saliamo sulla vicina cima del  monte Croce La Guardia, dove il panorama è eccezionale in ogni  direzione e spazia  dal mare alle cime appenniniche del monte Nerone, del Catria e del Cucco.

Più a nord mi pare di riconoscere il massiccio del  Fumaiolo, mentre a  sud emerge il profilo dei  Sibillini. L’interesse di questo sopralluogo è determinato dai recenti scavi che a più riprese hanno rilevato fondi di capanna di un villaggio dell’età del bronzo finale, di cui  l’anno scorso  vedemmo qualcosa nel museo archeologico di Arcevia. Nel ripiano in cima al monte i ritrovamenti sono stati ricoperti, ma è possibile  rintracciare fra l’erba le aree  degli scavi in posizione eminente. Dopo aver indugiato fra i panorami di Arcevia proseguiamo verso la gola di Frasassi, che raggiungiamo da nord passando da Genga, paese natale Leone XII che fu papa dal 1823 al 1829.

Il piccolo museo di arte sacra già annesso alla chiesa di San Clemente è stato riallestito come museo del  territorio e ricollocato in anni recenti nel grande edificio storico del Municipio, all’ingresso del paese, con un dispendio di risorse che la dice lunga sulla ricchezza turistica delle Grotte di Frasassi che rientrano nel Comune di Genga. A fronte dell’allestimento sontuoso (simile a quello del museo della città di Bologna) gli oggetti esposti sono abbastanza ordinari, fatta eccezione per le opere di Antonio da Fabriano, raccolte nell’unica sala qualificabile come pinacoteca (il resto è quadreria).

La sezione preistorica espone solo una copia della venere paleolitica ritrovata nella grotta del Santuario, punto di partenza del percorso espositivo battezzato “dalla  venere alla vergine” che si conclude con la madonna di scuola del Canova fatta scolpire dal Papa di Genga per il tempietto neoclassico di Valadier, all’interno della medesima grotta. Sono scarsi i ricordi di Leone XII, raccolti in una saletta del museo che non sembra voler dare particolare enfasi al figlio più illustre di Genga, di cui si leggono tuttavia iscrizioni apologetiche nella chiesa parrocchiale e nel tempietto della grotta.

E’ proprio il tempietto del Valadier nella vecchia grotta di Frasassi che prende il nome da questo santuario dedicato alla Vergine, il monumento che meglio ricorda papa Leone XII. Da un po’ di anni  è tornato al centro degli itinerari turistici, uscendo dal cono d’ombra in cui era caduto dopo la scoperta delle nuove grotte nel 1971. Lo raggiungiamo alle cinque del pomeriggio, percorrendo a piedi i settecento metri di salita nel versante orientale della  gola di Frasassi dove la valle si restringe maggiormente fra i due strapiombi. La salita è impegantiva e senza il conforto di una vera ombra fra i giovani alberi che la fiancheggiano. Ma arrivando alla grotta a mezza costa sullo strapiombo appare la scena di un racconto fantasy: il volume ottagonale del tempietto neoclassico incastonato in un antro che lo sovrasta di misura, stravagante contrapposizione fra natura e cultura… razionale sigillo ai torbidi miti della caverna.

Una grande lapide sulla fronte ricorda l’opera di Leone XII a favore di questi territori e in fondo si scusa: se il Papa non è riuscito a fare tutto quello che voleva, è perché la morte lo ha colto troppo presto. Percorriamo a piedi la grotta retrostante fin dove c’è luce naturale ed entriamo anche nel piccolo eremo medievale proteso sul dirupo infra-saxa, segno di una sacralità tramandata da epoche remote attraverso i secoli. Scesi di nuovo a valle, prima di intraprendere il percorso verso casa ormai alle sei  del pomeriggio proseguiamo in auto attraverso la gola fino a San Vittore delle Chiuse, dove troviamo ancora aperta la chiesa romanica (ma non il museo paleontologico).

Ci attardiamo all’interno del monumento per cogliere le linee essenziali di un’architettura medievale, esemplare e tipica di questo angolo di Appennino. Rientriamo  dalla valle dell’Esino e poi sulla A14 fino a Cesena, col sole delle otto di sera ancora alto sull’orizzonte.

(Lorenzo Aldini, 17.7.2019. A Senigallia, Arcevia e Genga con Paolo Branzaglia e Massimo Riva)

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Un pensiero su “Sulle tracce di due papi marchigiani

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