Dopo un caffé nel bar di Mussolini all’uscita della gola del Furlo, un giovedì di giugno arriviamo ad Acqualagna alle undici del mattino e lasciamo l’auto in sosta all’ingresso del centro, accanto al busto scolpito di Enrico Mattei, che era nato qui, triste e severo accanto ad una fila di cassonetti della raccolta differenziata. Nella borgata è giorno di mercato con qualche furgone dove si vende abbigliamento, cibo e porchetta, all’ombra di tendoni bianchi.

Proprio nel cuore del paese, dove si alza il palazzetto dell’orologio, troviamo aperta per noi la porta dell’antiquarium. Come ci era stato comunicato, l’ingresso è gratuito nei giorni feriali e gli orari sono gli stessi della biblioteca comunale. Questo Antiquarium è stato allestito all’inizio degli anni duemila col contributo scientifico dell’università di Urbino: non manifesta segni di obsolescenza ed è quasi interamente dedicato agli scavi della villa romana d’età repubblicana di Colombara, indagata con accurati metodi stratigrafici fra il 1995 e il 1997.

Della villa troviamo esposti i disegni ricostruttivi ed anche un bel plastico tridimensionale, insieme a frammenti di tegole e comignoli e ad altri manufatti che testimoniano le attività produttive: pezzi di metallo (probabili finimenti di carri), anfore e altri contenitori alimentari, infine i resti di un glirarium, vaso forato di terracotta per l’allevamento dei ghiri. In una lunga vetrina orizzontale dell’antiquarium sono anche esposte alcune ceramiche riferibili ad una necropoli protostorica.

Sono ritrovamenti effettuati nei pressi della villa, di secoli anteriori all’insediamento d’età romana. Nella sala al piano di sopra vediamo alcune suppellettili minute, piatti e lucerne di ceramica a vernice nera del primo secolo avanti Cristo, e raffinatissime appliques di bronzo, le cui decorazioni richiamano modelli ellenistici. L’assenza di reperti d’età successiva testimonia la completa distruzione della villa alla fine dell’età repubblicana.

Un richiamo al sito antico di Pitinum Mergens, che non coincide con quello della villa di Colombara, è in un pannello nel corridoio d’ingresso, dov’è collocata una mappa con la descrizione dei ritrovamenti della città romana che non sorgeva nel luogo attuale di Acqualagna, ma quattro chilometri più ad ovest lungo la strada per Piobbico, fuori dall’asse della via Flaminia. Il pannello descrive resti riferibili a mura urbane, all’emiciclo di un teatro e ad un acquedotto, ma non menziona scavi recenti. Daltronde i reperti romani dell’antiquarium di Acqualagna sono riconducibili ai recenti scavi di Colombara, mentre il nome di Pitinum Mergens rimanda a scoperte del passato disperse in collezioni private ed in altri musei (una lapide a Urbino).

Non resistiamo alla tentazione di un soprallouogo fra i campi nella zona di Pole, dove la mappa indica il sito del municipio romano, che raggiungiamo risalendo la valle in direzione di Piobbico, accanto al tracciato della vecchia ferrovia distrutta nel 1944 dai tedeschi in ritirata. Fra ponti e fabbricati ferroviari in disuso, l’archeologia ferroviaria sembra guidare la ricerca dell’archeologia classica. Seguendo le tracce della massicciata deviamo a destra e prima di giungere nel luogo esatto della città romana ci lasciamo distrarre da una chiesa d’origine medievale (dedicata all’Annunziata), che esibisce nell’atrio resti di affreschi trecenteschi e, all’interno, qualche opera del Sei-settecento.

In prossimità dell’area dove si presume fosse l’antica Pitinum Mergens il paesaggio si allarga in uno splendido ripiano coronato dal profilo delle colline, mentre a maggior distanza spuntano le cime appenniniche. Al centro del ripiano si alza l’edificio abbandonato della vecchia stazione ferroviaria di Pole-Piobbico, mentre un piccolo casello restaurato fa bella mostra di sè a breve distanza. Una periferia rarefatta con poche case e molti spazi coltivati si appoggia sull’area della città antica, dove tuttavia non vediamo rovine, tantomeno pannelli didascalici o rievocativi del centro antico. Ci fermiamo in una trattoria molto semplice ma dal nome stravagante, Fusion, e pranziamo con un piatto del giorno (saltimbocca alla romana) insieme ai lavoratori, operai e camionisti in pausa.

Abbiamo tempo per parlare ma, finito di mangiare, un anziano del posto che sta per mettersi a giocare a carte dice che sì, a Pole c’erano i resti di un teatro romano -poco più avanti a destra in direzione di Piobbico- ma adesso è nascosto dall’erba. Andiamo a vedere se scopriamo qualcosa sotto il sole delle due del pomeriggio, ma vaghiamo qua e là fra campi splendidi e case con giardino, senza scorgere nulla, se non una incerta impressione del pendio che poteva contenere il teatro romano. Ripartiamo in direzione di Piobbico e dopo quattro chilometri arriviamo a Naro, dove in una conca verdissima vediamo la piccola abbazia ai piedi del Monte Nerone, modellata sulle forme di altri edifici coevi di Fonte Avellana o di Sitria.

Invertiamo la marcia e torniavo verso valle, questa volta in direzione di Cagli, per prendere contatto con un paio di manufatti romani monumentali della via Flaminia, la sostruzione con chiavicotto nei pressi di Smirra e il ponte Mallio di Cagli. L’opera di Smirra nascosta fra i campi è stata scoperta alla fine del Novecento ed è in ottimo stato di conservazione. E’ un manufatto in pietra calcarea (con vene di selce) riconducibile ad un intervento organico dell’inizio dell’età imperiale, senza rifacimenti successivi.

Mostra chiaramente la tecnica di contenimento del paesaggio con cui i romani convogliavano le acque dal pendio a monte della strada, attraverso un’esedra ed un cunicolo, verso l’arco aperto a valle. Il cunicolo è ben ripulito e percorribile a piedi fino all’esedra in fondo, per una decina di metri. Mancano tuttavia indicazioni di ogni tipo e, per raggiungerlo, è necessario lasciare l’auto ai margini della nuova Flaminia, con le quattro frecce accese, inoltrandosi a piedi fra campi coltivati.

Il ponte Mallio sul torrente Bosso all’ingresso di Cagli è invece noto da sempre per essere un monumento assai articolato, che combina elementi strutturali d’età augustea con altri più antichi d’età repubblicana, insieme a vari rifacimenti successivi. La struttura è composta da due archi diversi (il maggiore si dice che sia un anello interrato per i due terzi dell’altezza) uniti da un’imponente viadotto di sostruzione.

Le pietre della prima fase costruttiva sono più scure e costituite da una breccia porosa, mentre i rinforzi d’età successiva sembrano realizzati con lo stesso materiale della struttura che abbiamo visto di Smirra. Percorriamo a piedi un sentiero tracciato fra il ponte Mallio e l’attuale ponte stradale che lo sovrasta qualche metro più a valle, ma per vederne il lato occidentale è necessario avventurarsi fra i campi, fra i rimproveri dei proprietari.

A Cagli il museo archeologico è ancora chiuso a quattro anni dall’annuncio della riapertura, per cui ci dirigiamo a Pergola per trascorrere l’ultima ora del pomeriggio nel museo dei bronzi dorati, allestito intorno ad un gruppo scultoreo unico, distrutto ed occultato alla fine dell’età repubblicana a Cartoceto nelle colline fra Fossombrone e Pergola, ritrovato fortuitamente nel 1946, sottoposto per trent’anni a restauri raffinatissimi e reclamato dai Pergolesi, che ne hanno preteso la restituzione costruendo intorno ai bronzi un richiamo turistico di primo piano. La proiezione realizzata dall’equipe di Piero Angela è forse il migliore prodotto multimediale che abbia visto in questi anni. Il museo comprende anche qualche altro ritrovamento d’età romana del comune di Pergola ed una piccola pinacoteca che raccoglie alcuni quadri dalle chiese del territorio. Ma la presenza dei bronzi attira inevitabilmente su di sé l’interesse di tutti.

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Ormai sulla via di casa, alle sette di sera, di ritorno verso Fossombrone scegliamo la via di Cartoceto per meglio comprendere il luogo e il senso del ritrovamento dei bronzi di Pergola, che non hanno ancora smesso di destare interrogativi sulla loro origine, sul luogo in cui erano collocato, sul perché della distruzione e dell’occultamento avvenuto in circostanze tumultuose proprio in queste campagne vicine alla via consolare Flaminia. A Fossombrone torniamo sulla moderna Flaminia e poi a Fano prendiamo l’autostrada fino a Cesena dove arriviamo alle otto e mezzo di sera, col sole di una bella giornata di giugno ormai basso sull’orizzonte.

(Lorenzo Aldini, 13 giugno 2019. Fra Acqualagna e Pergola con Paolo Branzaglia, Michelangelo Monti e il figlio Lorenzo)

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