Saliamo le impervie colline del Montefeltro di sabato pomeriggio col sole che brilla ormai basso sull’orizzonte in direzione dell’alta valle del fiume Foglia. Per arrivare a Urbania scegliamo la strada più diretta, ma non la più veloce, confidando nel navigatore di google maps che però nel territorio di San Marino indica una via sbarrata. Torniamo in territorio italiano a Montelicciano e su altre strade tortuose raggiungiamo Monte  Cerignone dove a piedi saliamo al castello quando il sole è appena tramontato. Nell’unico bar del paese i tifosi festeggiano la vittoria della squadra di calcio.

Non è il posto giusto per fermarsi, così riprendiamo la strada in discesa verso Macerata Feltria, dove sostiamo per un tè in un bar del centro prima di ripartire verso  l’agriturismo La Caputa, nei pressi di Urbania, che ci aspetta all’ora di cena. Il casale dell’agriturismo  si affaccia su un tornante della strada per Urbino in un pendio spazzato dal vento. La stanza è sobria ma abbastanza ampia ed accogliente, mentre la cena nella sala al piano terra (che condividiamo con altri due ospiti) è una bella scorpacciata di cucina casalinga servita in silenzio dalle proprietarie della struttura. Dopo cena raggiungiamo le vie del centro storico di Urbania sotto le raffiche di un vento che continua ad insistere.

Nelle strade deserte vagano i giovani del sabato sera, con l’aria annoiata fra le vetrine di due birrerie e le panchine davanti al teatro Bramante, aperto per una rappresentazione della Locandiera di Goldoni. Torniamo in centro la mattina successiva e riprendiamo la visita dal duomo dedicato a San Cristoforo, il santo traghettatore che interpreta bene il ruolo di questo centro fortificato stretto nell’ansa del fiume Metauro a presidio dei due ponti antichi che ancora l’attraversano.

All’interno del duomo lo sguardo si dirige subito verso il presbiterio dove pende la famosa croce  dipinta di Pietro da Rimini, capolavoro della scuola riminese del Trecento. In quella posizione centrale sull’altare sembra non tanto un’opera d’arte, ma un oggetto di culto. La distanza non aiuta a cogliere le sfumature delle vesti e delle carni, ma la visione d’insieme offre comunque una percezione soddisfacente della consistenza stilistica e permette raffronti con altre opere -vere o presunte- di Pietro da Rimini, a Ravenna, a Pomposa e a San Pietro in Sylvis.

L’interno del duomo non brilla per l’architettura settecentesca, abbastanza tozza, appesantita oltretutto dalla strana luce delle nuove vetrate blu. Nelle pareti del presbiterio sono collocate alcune tele cinque-seicentesche che rimandano a due autori nati qui e attivi anche a Roma (Giustino Episcopi e Giorgio Picchi) insieme ad un grande quadro Sant’Ubaldo di Claudio Ridolfi. Nelle cappelle laterali vediamo altri dipinti del Seicento, fra cui una crocifissione riferita alla scuola di Barocci ed una Madonna del Rosario del Peruzzini. Nel duomo ci tratteniamo a lungo durante la messa domenicale delle dieci e mezzo: una messa cantata interminabile coi ragazzi del catechismo in processione. Dopo la messa ci affacciamo nel cortile porticato del palazzo ducale dove fervono i preparativi di una grande mostra, poi percorriamo le vie rettilinee del borgo, che è di origine duecentesca, alla ricerca dei numerosi oratori ricchi d’arte, alcuni accessibili, altri no.

Raggiungiamo il Corpus Domini che contiene notevoli opere cinquecentesche di Raffaellino del Colle ed offre nelle lunette con le sibille un saggio della migliore pittura cinquecentesca, dove probabilmente intervennero anche altri artisti impegnati nella decorazione dell’Imperiale di Pesaro. Poco distante dal Corpus Domini nel rettilineo della via nuova troviamo la chiesa di Santa Chiara, circondata dalle impalcature di un cantiere che annuncia lavori di consolidamento cominciati nel 2018. Una parte delle opere pertinenti a questa chiesa è conservata nel museo di arte sacra, in una sala che esibisce affreschi staccati di Giustino Episcopi (dettto anche Salvolini), fra cui la bella ascensione, insieme a due quadri di Raffaellino del Colle tratti dall’oratorio del Corpus Domini.

Poco prima di mezzogiorno entriamo nelle sale deserte del museo di arte sacra,  riallestito nel 2013 in quello che era l’antico appartamento vescovile accanto alla Cattedrale. E’ un museo esemplare, espressione della miglior tradizione dei musei diocesani marchigiani, che raccoglie opere dalle chiese del territorio sottratte all’incuria ed alla dispersione, accanto ad una notevole collezione di ceramiche rinascimentali di Casteldurante che furono oggetto di studio del prelato Corrado Leonardi, cui il museo è intitolato. Altre collezioni di arredi sacri e di epigrafi cristiane arricchiscono la raccolta. Contrariamente a quanto accade nell’allestimento della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, in questo museo di Urbania le didascalie illustrano ancora la collocazione originale delle opere e la storia dei collezionisti donatori.

Usciti dal museo Leonardi percorriamo la via centrale del borgo, attraverso la piazza dov’è il palazzo del Comune con l’alta torre e, sul lato opposto, l’edificio rinascimentale del monte di pietà. Ormai verso l’una entriamo nell’oratorio di Santa Caterina, appartenuto alla confraternita degli artisti, con la volta a botte carica di stucchi che incorniciano alcune pitture di inizio Seicento, attribuite all’Apolloni e a Luzio Dolci, che fu collaboratore dell’Episcopi. Solenni statue dei profeti dell’Amantini completano le decorazioni di stucco alle pareti, mentre il quadro con Santa Caterina  sull’altare venne realizzato su un cartone di Taddeo Zuccari.

Poco più avanti sul lato opposto della strada troviamo aperta la grande chiesa di San Francesco, ripulita e finalmente riparata dai danni della nevicata del 2012. L’interno settecentesco brilla sotto il sole che filtra luminoso dalle vetrate. Negli altari barocchi vediamo altri quadri dei soliti artisti originari del luogo: un’assunzione di Giorgio Picchi nel presbiterio, un’adorazione dei Magi dell’Episcopi nel transetto sinistro ed una curiosa crocifissione circondata dai familiari dell’artista, nella cappella sepolcrale dell’Apolloni.

Di ritorno verso la piazza principale che si sta svuotando all’ora di pranzo proseguiamo verso il piccolo oratorio del Carmine con la porta spalancata e le pareti interne ricoperte di affreschi del Picchi, datati 1604. Nell’altarino centrale si staglia l’affresco trecentesco di una madonna col bambino, unanimemente attribuita a Giuliano da Rimini, qui trasferito dopo la demolizione del vicino castello nel corso del Cinquecento.

Per pranzare troviamo posto nel ristorante “Le Maioliche”, aperto da qualche mese accanto al cortile di palazzo ducale. Questo locale ricavato nello spazio di un ex laboratorio di ceramica offre menù tipici della tradizione con prodotti scelti dal territorio circostante. Ci tratteniamo a lungo ed abbiamo anche occasione di scambiare qualche parola con la cameriera che gestisce l’attività insieme al marito cuoco, con molta energia ed entusiasmo. Terminato il pranzo, prima di dirigerci verso il famoso cimitero delle mummie, dove il custode-cicerone ci aspetta alle 15 e 30 per una visita guidata, abbiamo tempo di percorrere le vie delle mura fino al Ponte dei Cocci, al di là del quale c’è il convento della Maddalena (chiuso dopo pranzo) con un quadro di Guido Cagnacci che non vediamo.

Le mura costeggiano il corso del Metauro che scava una profonda forra arcuata su tre lati della città. Antichi sbarramenti lungo il corso d’acqua dovevano alzare il livello rendendo navigabile il fiume che ora scorre in profondità fra le rocce di un paesaggio verde e movimentato, dove erano attivi opifici e laboratori ceramici. Il tessuto urbano medievale dentro le mura appare abbastanza intatto, tuttavia segnato nell’area orientale da brutti edifici moderni che dopo la seconda guerra mondiale rimpiazzarono le distruzioni del bombardamento aereo americano del 23 gennaio 1944, testimoniato dal memoriale eretto in piazza davanti al duomo.

Torniamo verso il fiume nei pressi della porta dei Mulini e seguiamo le mura sul retro della chiesa di San Francesco, della quale emerge il campanile romanico simile a quello del duomo, con le caratteristiche grandi aperture arcuate nella cella campanaria. Le strade del centro si susseguono diritte e parallele verso palazzo ducale che occupa una parte considerevole del tessuto  urbano originale duecentesco. Raggiungiamo il Ponte del riscatto dove la strada diretta ad Urbino attraversa il Metauro, con una vista retrospettiva sul lato monumentale di palazzo ducale.

La Chiesa dei Morti è attualmente la principale attrazione turistica di Urbania. Già sede della confraternita della buona morte, era famosa un tempo per alcune opere di scuola riminese: la croce di Pietro, ora in duomo, e il dossale di Giuliano, finito a Boston all’inizio del Novecento. La scoperta di corpi mummificati nel cimitero retrostante due secoli fa destò l’interesse di una confraternita che si ingegnò di riprodurre (senza successo) il fenomeno della mummificazione, dovuto all’azione di muffe naturali nel terreno di sepoltura. Alcune salme di colore scuro fanno mostra di sé nelle teche di un emiciclo di legno ricavato nello spazio retrostante l’altare.

Spaventano ed incuriosiscono. Il custode-cicerone dice a tutti le stesse storie, forse è un po’ stanco di ripetersi, ma con orgoglio parla dell’interesse del National Geographic per le mummie di Urbania e della trasmissione Sereno Variabile che ha in programma un servizio televisivo prima di Pasqua. Il sole comincia a declinare, ma prima di andarcene vogliamo entrare nel palazzo ducale, non del tutto agibile a causa dei lavori di allestimento di una mostra che ingombra le sale con la carpenteria.

Saliamo lo scalone e attraversiamo le stanze della biblioteca comunale, dove di domenica pomeriggio ci accoglie un impiegato assonnato ma molto gentile che stacca un biglietto ridotto per consentirci l’ingresso nella loggia e nella sala di Federico Barocci. Qui vediamo il famoso crocefisso che ritrae Urbino sullo sfondo e l’altro quadro della Madonna delle Nuvole in deposito dall’oratorio”del Crocefisso” attualmente chiuso.

Non è possibile inoltrarsi nel piano inferiore attraverso la scala elicoidale ed ultimiamo la visita nel terrazzo, per ammirare (e fotografare) lo scorcio pittoresco del palazzo ducale sull’ansa del Metauro. Prima di tornare a casa vorrei comprare un libro… una guida desueta del centro storico di Urbania intitolata “La passeggiata”, tratto da un manoscritto di Giuseppe Raffaelli di metà Ottocento.  Il bibliotecario dall’aria assonnata dice di non averlo, ma  è molto sollecito a rintracciarne le tracce al telefono. Per comprarlo dobbiamo tornare nell’altro museo e chiedere all’addetto della biglietteria, lo stesso che di mattina si era prodigato in suggerimenti  gentilissimi. Nei brevi attimi che trascorriamo nella biglietteria del museo di arte sacra abbiamo la fortuna di incontrare il professor Raimondo Rossi, artista delle ceramiche e poliedrico genius loci che ha curato l’edizione del libro.

Dice di essersi occupato del museo di arte sacra fin dalla sua fondazione, riuscendo a dare continuità ad un progetto ben più rigoroso e sistematico di quello esprimibile nel contesto dell’amministrazione pubblica di palazzo ducale. Bastano poche parole per capire dove ha origine la rara qualità dell’esposizione di arte sacra del museo di Urbania. Il prof. Rossi fa gli onori di casa e ci accompagna verso un’uscita che non è l’attuale porta del museo, ma il vecchio ingresso del Vescovo accanto al duomo. Poco dopo le cinque ripartiamo in auto in direzione di Peglio e di Sassocorvaro, facendo una sosta nel Santurio di Battaglia, fra le ultime visioni del monte Carpegna e del Sasso di Simone prima del tramonto.

(Lorenzo Aldini, 16-17.03.2019. Nel Montefeltro e in Urbania con Giorgia)

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